Democrazia

di Guido Frilli

Una prima, indispensabile introduzione alla nozione di democrazia e alle sue moltissime ramificazioni è fornita dalla storia del concetto. Si può dire, con una buona dose di approssimazione, che sul piano della storia delle idee e delle dottrine politiche l’idea di democrazia presenti due principali costellazioni di significato – un’accezione classica, di origine greca, e un’accezione moderna, che nasce sostanzialmente con l’illuminismo tardo-settecentesco e la Rivoluzione francese (Dahl, 1990; Finley, 1997; Duso, 2004; Altini, 2011).

L’antica nozione greca di un potere (kratos) esercitato o detenuto dal popolo (démos) riflette la turbolenta esperienza storica dei governi popolari delle città-Stato – in particolare ad Atene, ma non solo – nel periodo che va dal vi al iv secolo a.C. (Osborne, 2014). In origine, il termine reca sicuramente in sé un significato denigratorio: è utilizzato ad Atene dagli oppositori del regime di Pericle, che sfruttano polemicamente l’accezione negativa di kratos come forza cieca e dominio violento (Mossé, 2006). L’inflessione peggiorativa del concetto di democrazia si ritrova spesso anche sul piano della riflessione filosofica e storiografica – si pensi esemplarmente ai dialoghi politici di Platone, agli scritti di Tucidide o a quelli di Senofonte, autori nei quali spesso il popolo è descritto come un soggetto stolto, passionale, bisognoso di guida perché incapace di prudenza politica e di virtù civica (Samaras, 2002). Parallelamente, tuttavia, la nozione di democrazia assume anche una valenza più neutrale, e diventa una componente fissa della tassonomia tripartita dei possibili regimi politici: la democrazia esprime il dominio della maggioranza, l’oligarchia quello di una minoranza e la monarchia il potere di uno solo.

Questo stile tassonomico, che costituisce un elemento di lunghissima durata della riflessione politica occidentale – lo si ritroverà ancora nella modernità inoltrata, con le teorie politiche di Thomas Hobbes, Samuel von Pufendorf, Montesquieu, Jean-Jacques Rousseau e Immanuel Kant – trova le sue illustrazioni canoniche nel celebre logos tripolitikos del terzo libro delle Storie di Erodoto, nella Repubblica e nel Politico di Platone, e soprattutto nel terzo libro della Politica di Aristotele (Platone, 2002, 302b5-7; Aristotele, 2007). In questi scritti, di ciascun regime costituzionale vengono studiati comparativamente i vantaggi e gli svantaggi, le forme compiute e quelle degenerate, le condizioni di vitalità e le cause di decadenza. Secondo Aristotele, le diverse tipologie di regimi politici esprimono i diversi modi in cui è sensato distribuire le cariche e i posti di potere, e più in generale corrispondono alle opinioni più diffuse su quali soggetti siano degni di esercitare il potere, e in virtù di quali caratteristiche. Aristotele, che mitiga in parte, ma non del tutto, la posizione antidemocratica di Platone, considera il governo popolare un regime comparativamente peggiore e meno stabile dell’aristocrazia, il governo dei pochi virtuosi. Tuttavia, non esiste una forma costituzionale migliore in assoluto, applicabile egualmente in tutte le circostanze, o tantomeno capace di conservarsi in eterno; esistono forme relativamente migliori in ragione delle condizioni sociali ed economiche, così come delle diverse conformazioni urbane, geografiche e climatiche. In alcune circostanze, un potere della maggioranza temperato da elementi aristocratici può, secondo Aristotele, esprimere un certo grado di virtù e di saggezza politica (Bien, 1985).

In questo studio tassonomico le caratteristiche distintive e ricorrenti dei regimi popolari sono di solito l’eguaglianza di fronte alla legge (isonomia) e la presenza di una serie di procedure che, con lessico moderno, si possono chiamare di democrazia diretta: la nomina delle cariche per sorteggio, la loro rotazione, il mandato di responsabilità degli incaricati di fronte al corpo dei cittadini, la partecipazione della cittadinanza alle assemblee decisionali (Musti, 1995; Canfora, 2004). Nel pensiero classico queste caratteristiche procedurali, pur importanti, non possono però essere dissociate dal concreto contesto storico e sociale in cui trovano realizzazione. In primo luogo, i diversi regimi politici si succedono in cicli storici necessari: il governo della maggioranza, come argomenta ad esempio Platone nella Repubblica, segue l’oligarchia e precede la tirannide (Platone, 2007, libro viii); ragion per cui in ogni regime sono sempre mescolati tratti – declinanti o incipienti – di altre forme costituzionali. In secondo luogo, ancor più delle forme della partecipazione democratica, contano la natura e la qualità del popolo che in esse si esprime: la sua composizione sociale ed economica, la sua capacità di virtù civica, di ragione e di decisione. A questo proposito, è importante rilevare il fatto che démos sia una nozione spesso avalutativa, che esprime il popolo inteso soprattutto come entità territoriale-amministrativa: i démoi erano le suddivisioni municipali dell’Attica stabilite da Clistene nel 508 a.C., l’iscrizione presso le quali sanciva il possesso dei diritti politici di cittadinanza. L’idea della prevalenza della parte popolare nell’esercizio del potere, nella concezione classica, è più precisamente espressa dal popolo inteso come pléthos – la maggioranza sociale, i molti in quanto opposti ai pochi nobili, e quindi in particolare i molti poveri: il gran numero di coloro che devono svolgere almeno alcune attività lavorative per vivere (Giorgini, 2020). Critici della democrazia come l’Alcibiade dei Memorabilia di Senofonte, come Platone, e in buona parte come lo stesso Aristotele, ritengono che i molti, vincolati a lavorare per la sussistenza, siano incapaci delle virtù richieste dall’autogoverno politico; che, come i bambini, siano guidati più dalla passione che dalla ragione, e che quindi siano facile preda di oratori ambiziosi e di aspiranti tiranni. Il pléthos, ai loro occhi, degrada spesso in óchlos, cioè la moltitudine come folla, turba o massa indistinta – e oclocrazia sarà appunto, nella successiva e influente classificazione dello storico Polibio, la forma degenerata della democrazia, che pone le basi per l’instaurazione della tirannide.

Questa costellazione classica si conserva, grazie alla mediazione storica dell’umanesimo politico tardo-medievale e rinascimentale, anche nel pensiero della prima modernità. Per prendere alcuni esempi significativi: nel De cive del 1642, Hobbes considera la democrazia come la forma di governo originaria: la stessa istituzione della sovranità dello Stato mediante il patto avviene attraverso la deliberazione diretta e il consenso democratico di tutti i futuri cittadini; per lo stesso motivo, però, il governo democratico è, rispetto ad aristocrazia e monarchia, anche il più vicino alla condizione naturale di anomia, disordine, lotta per il prestigio e guerra: è Hobbes stesso a squalificare la democrazia definendola come nient’altro che un’“aristocrazia di oratori” (Tuck, 2006). Nello Spirito delle leggi del 1748, Montesquieu distingue i tipi di governo in repubblicano, monarchico e dispotico, e concepisce la democrazia, insieme all’aristocrazia, come una sottospecie del regime repubblicano: la democrazia – che ormai deve essere rappresentativa e non più diretta, come era nell’antichità – ha come propri principi la virtù e l’amore dell’eguaglianza. Nel Contratto sociale del 1762, poi, Rousseau identifica la democrazia con il regime in cui l’assemblea legislativa, che esprime la volontà generale del corpo politico, agisce al tempo stesso direttamente come potere esecutivo: un’unificazione che, secondo Rousseau, è possibile soltanto in stati piccoli e molto omogenei dal punto di vista morale, sociale ed economico (Rousseau, 1971).

Soltanto negli ultimi due decenni del Settecento una nuova costellazione di significati, estranea alle categorie tassonomiche tradizionali, emerge con forza. Il più importante fattore propulsivo di questa trasformazione è l’inedita politicizzazione del concetto di democrazia nel linguaggio pubblico, soprattutto in concomitanza con le vicende rivoluzionarie francesi. Da categoria statico-classificatoria, la democrazia diventa, si può dire, un concetto agonistico: un ideale pratico intrinsecamente legato all’obiettivo dell’uguaglianza e alla lotta contro le varie forme del privilegio, del dispotismo e dell’asservimento; diventa inoltre un concetto espansivo, i cui ambiti di riferimento non sono più soltanto le forme politico-istituzionali, ma anche le relazioni economiche, familiari e più generalmente sociali; e infine, un concetto temporale, giacché la democrazia e la democratizzazione appaiono come processi dinamici di trasformazione delle società nel tempo, in una linea storica progressiva che, idealmente, abbraccia tutta l’umanità e la unisce in un unico obiettivo (Israel, 2002; 2013). È questa tensione illuministico-egualitaria, di carattere morale e socio-culturale prima ancora che politico, che Alexis de Tocqueville vede realizzata esemplarmente nel modo di vita e nel sistema politico statunitensi (Tocqueville, 2014); e che pensatori come Friedrich Nietzsche e Jacob Burckhardt, poco più tardi, denunciano come manifestazione ultima dell’epoca della mediocrità, della decadenza dei valori e del nichilismo moderno (Losurdo, 2002).

A questa trasformazione della democrazia in ideale normativo egualitaristico fa da contraltare, e anche da parziale contrappeso, un’altra imponente metamorfosi del concetto, avviata dalle rivoluzioni americana e francese, consolidatasi in Europa durante la Restaurazione e poi tematizzata dalla riflessione giuspubblicistica nel corso dell’Ottocento e nel primo Novecento (Kelsen, 1984; Schmitt, 1984). La nozione di democrazia viene assorbita all’interno delle categorie politico-giuridiche moderne di Stato, sovranità, rappresentanza, costituzione e potere costituente, divisione dei poteri, separazione tra diritto pubblico e privato. Da tipologia costituzionale specifica, alternativa a monarchia e aristocrazia, la democrazia diviene – in quanto sempre più assimilata all’idea moderna di sovranità popolare – la forma generale della legittimità delle istituzioni: “democratico” è, ad esempio in Kelsen, l’attributo formale di quell’ordinamento politicoistituzionale che, come stato di diritto o rule of law, garantisce il primato della legge, l’uguaglianza dei cittadini come soggetti di diritto, il pluralismo dei poteri, il mandato rappresentativo dell’assemblea legislativa tramite suffragio, sistemi di trasparenza delle procedure e di controllo dei soggetti pubblici, libertà di associazione e di parola, ecc. La democrazia come attributo di legittimità degli ordinamenti eredita alcune delle prerogative che, almeno fino a Rousseau e Kant, venivano condensate nell’idea di repubblica o di stato repubblicano, come il primato della legge pubblica sul principio della sovranità dinastica e l’autogoverno della collettività tramite la partecipazione alla legislazione. Tuttavia, la teoria democratica otto-novecentesca depura i principi della tradizione repubblicana dalle categorie ancora classiche che li accompagnano fino al tardo Settecento, come quelle di virtù civica, di partecipazione diretta, e di relativa omogeneità socioeconomica della cittadinanza (Baccelli, 2003).

Proprio a causa della tendenziale epurazione “burocratica” dei concreti contenuti etici e socio-economici dal principio della legittimità democratica (Weber, 1982, 1998; Zolo, 1992; Schumpeter, 1994), le idee di stato di diritto e di democrazia liberale-rappresentativa iniziano, già nella seconda metà dell’Ottocento e soprattutto sulla spinta dei movimenti socialisti, a essere criticate come restrittive, e a essere considerate espressive di un genere di democrazia solo formale. La spinta verso una democrazia sostanziale (Bobbio, 1995), che trova nel Novecento una realizzazione almeno parziale nelle vicende dello Stato sociale di diritto e delle democrazie costituzionali, torna a manifestare la perdurante vitalità espansiva e la capacità agonistica dell’ideale democratico moderno (Ferrajoli, 2016): la tensione normativa egualitaristica della democrazia tende a oltrepassare il livello dei diritti politici e civili, fino a esigere l’eguaglianza concreta – nelle forme di una democrazia sociale, se non addirittura socialista – anche sul piano dei diritti sociali, su quello del lavoro e della produzione economica, e tendenzialmente persino nei rapporti di cura, di riproduzione e di genere; e fino a caldeggiare talvolta la reintroduzione, al di là del proceduralismo rappresentativo degli Stati moderni, di categorie e pratiche tipiche della democrazia diretta antica (Bookchin, 1993; Meiksins Wood, 2016).

D’altra parte, proprio l’espansività dell’ideale normativo della democratizzazione anche oltre le forme “ordinamentali” dello Stato di diritto liberale ha mostrato, nella storia e nella riflessione novecentesca, lati molto più oscuri e ambivalenti. E non ci si riferisce qui soltanto all’emergere, già preconizzato da Tocqueville, del “dispotismo democratico” e di nuove forme di cesarismo nelle società autoritarie novecentesche, ma anche a tendenze profonde delle società liberali del secondo dopoguerra, prima e dopo la crisi dello Stato sociale di massa: la generalizzazione di una democrazia individualistica del consumo e dell’iniziativa economica più che della cittadinanza politica, la crisi della mediazione dei partiti, dei corpi intermedi e delle istituzioni, la monopolizzazione della tecnologia digitale, della stampa e dei processi di informazione, la completa liberalizzazione dei movimenti della ricchezza privata, soprattutto finanziaria, il ritorno dell’imperialismo e la crisi della decolonizzazione sul piano internazionale (Crouch, 2005; Streeck, 2013; Preterossi, 2015). Di fronte a questi processi inediti, la parola d’ordine della democrazia diventa spesso, nel linguaggio pubblico, una cortina retorica che copre i molti effetti di de-democratizzazione reale, e rischia di fatto di ridursi a un significante vuoto: un’etichetta spendibile per presidiare posizioni acquisite (oggi soprattutto economiche e geopolitiche, con il solco sempre più profondo tra sistemi definiti “autoritari” e Occidente autodefinitosi “democratico”), ma inutile a comprendere e valutare le dinamiche reali – pure al centro di moltissima letteratura recente – di vitalità, di crisi e di morte delle politiche e delle istituzioni democratiche (Galli, 2023). Ciò è segnalato dal fatto che anche i meglio intenzionati tentativi di fondazione teorica della democrazia si prestano spesso a essere strumentalizzati dalle retoriche moralizzanti sulla democrazia come modello da “esportare”, persino con la forza, perché universale e universalmente applicabile: con il risultato indesiderato di delegittimare la democrazia stessa e indebolire i movimenti storici di democratizzazione.

Guardare alla storia effettiva del concetto di democrazia e alla storia delle dottrine e delle istituzioni democratiche è, forse, l’unico rimedio efficace per contenere questi effetti di svuotamento: serve, per un verso, ad ancorare gli ideali democratici a una pluralità di tradizioni e di culture politiche di lunga durata, senza volatilizzarli in una retorica di corto respiro; e, per altro verso, serve a dare sostanza, profondità e riferimenti concreti allo sviluppo teorico e pratico della democrazia come sistema sociale, politico ed economico – sviluppo oggi più che mai necessario.

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Sitografia

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