Studi di genere

di Federica Buongiorno

Gli studi di genere (Gender studies) sono un ambito di ricerca interdisciplinare che interseca i contributi provenienti da molteplici aree (quali filosofia, letteratura, linguistica, antropologia, storia, biologia, studi culturali, femminismo e Queer studies, Disability studies, Race studies e Postcolonial studies) per studiare i rapporti tra genere e sesso, in particolare la costruzione, produzione e categorizzazione socioculturale, politica e ideologica del genere a partire dalla sua distinzione dal sesso biologico e dall’analisi delle relazioni tra i sessi. Storicamente, gli studi di genere nascono a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, con il movimento di liberazione delle donne, la contestazione dei tradizionali ruoli di genere e le lotte per il riconoscimento dei diritti fondamentali per le donne. La critica della costruzione sociale di mascolinità e femminilità, delle dinamiche e dei rapporti di potere associati al genere si è progressivamente arricchita degli apporti provenienti dall’analisi di altri assi della costruzione sociale, come razza, etnicità, nazionalità e classe: si definisce intersezionale l’approccio che guarda all’incrocio di questi diversi assi sia nella pratica teorica che in quella politica.

Il contributo essenziale – e il presupposto teorico – apportato dal femminismo agli studi di genere consiste nell’aver contestato e rotto l’identificazione, fondata sul determinismo biologico, tra sesso e genere (per cui femmina=donna, maschio=uomo). Un tipico esempio di riduzionismo biologico è l’opera di Patrick Geddes e Arthur Thomson, The Evolution of Sex, pubblicata nel 1889, nella quale gli autori sostengono una distinzione tra maschile e femminile fondata sul diverso metabolismo dei due sessi: anabolico nel caso delle donne, che sarebbero pertanto passive, pigre e inadatte alla politica, e catabolico nel caso degli uomini, che sarebbero perciò attivi, energici e adatti all’impegno politico (Geddes, Thomson, 1889). Una delle più note contestazioni dell’approccio biologista è stata formulata da Simone de Beauvoir nel Secondo sesso (pubblicato in francese nel 1949):

Donne non si nasce, lo si diventa. Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno alla società la femmina dell’uomo; è l’insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio e il castrato che chiamiamo donna (de Beauvoir, 1994, p. 325).

È stato lo psicologo Robert Stoller a differenziare, nel 1968, l’uso dei termini sesso e genere per indicare, rispettivamente, la componente biologica e quella sociale nella manifestazione di femminilità e mascolinità (Stoller, 1968). Il femminismo degli anni Settanta ha prontamente raccolto e approfondito questa distinzione1 , concentrandosi innanzitutto sulla costruzione sociale del genere e sulla sua sovrapposizione al sesso biologico. Benché le posizioni delle femministe riguardo alla costruzione sociale del genere siano varie e non univoche2 , la ricerca svolta negli anni Settanta ha insistito sistematicamente su questo punto per portare alla luce la dimensione oppressiva e i rapporti di potere veicolati dalla creazione culturale e sociale del genere. Negli anni Ottanta questa prospettiva viene approfondita in direzioni diverse: una delle posizioni più influenti è espressa da Catherine MacKinnon e dalla sua teoria dell’oggettificazione sessuale come condizione caratterizzante il genere femminile (MacKinnon, 1989).

Nello stesso anno, il 1989, in cui MacKinnon dà alle stampe Toward a Feminist Theory of State, Judith Butler pubblica il suo libro Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell’identità – ormai considerato una delle opere di riferimento per gli studi di genere (Butler, 2002). Qui Butler critica la posizione di MacKinnon, in particolare il principio secondo cui «avere un genere significa essere già dentro una relazione eterosessuale di subordinazione» (ivi, p. xii). Il contributo fondamentale di Butler in quest’opera consiste nel legare la costruzione del genere alla teoria della performatività, ispirata alla filosofia di Jacques Derrida e alla teoria degli atti linguistici di John Austin:

In questo senso genere non è un sostantivo, ma non è nemmeno una serie di attributi fluttuanti, perché […] l’effetto sostantivo del genere è prodotto performativamente e imposto dalle pratiche di regolamentazione della coerenza di genere. Dunque, all’interno del discorso tradizionale della metafisica della sostanza il genere si rivela performativo, cioè costituisce l’identità che è supposto essere. […] Non esiste nessuna identità di genere dietro le espressioni del genere; tale identità è costituita performativamente dalle espressioni stesse che si dice siano i suoi risultati (ivi, pp. 38-9).

La teoria di Butler, che risente molto anche della lezione poststrutturalista sulla forza produttiva del linguaggio, ruota attorno all’idea che le pratiche linguistiche istituiscono il genere come un mezzo culturale e discorsivo che, nell’atto stesso di prodursi, proietta il “sesso naturale” come dominio prediscorsivo, precedente la cultura e base naturale d’innesto del genere: «la produzione del sesso in quanto prediscorsivo dovrebbe essere intesa come effetto di quell’apparato di costruzione culturale designato dal termine genere» (ivi, p. 13). L’opera di Butler contiene un serrato confronto non solo con le diverse correnti del femminismo3 , ma anche con alcune delle tradizioni filosofiche classiche che si sono espresse sulla sessualità e sulla sua componente di genere, in particolare la filosofia di Michel Foucault e la psicoanalisi lacaniana – due dei riferimenti che, sottoposti alla critica antiessenzialista avanzata dal femminismo, continueranno a essere maggiormente discussi nell’ampio spettro degli studi di genere. Tra le tesi più dibattute di Butler vi è l’idea che i corpi non siano la materia su cui il genere si inscrive, ma che siano essi stessi costruiti discorsivamente, ovvero performativamente: questa tesi viene discussa, a partire dagli anni Novanta, dal femminismo neomaterialista ed è stata oggetto di diverse critiche, che hanno contestato l’assunto costruttivista forte espresso da Butler.

In particolare, il femminismo neomaterialista (esponenti del quale sono, tra le altre, Donna Haraway e Karen Barad), inserendosi nel solco degli studi sul postumano4, propone un ripensamento del tema dei corpi e, quindi, di sesso e genere, che passa attraverso una critica del sociocostruttivismo forte espresso non solo da Butler ma anche, per altri versi, da Bruno Latour. Nel suo famoso saggio Un manifesto per cyborg, pubblicato per la prima volta nel 1985, Haraway osserva l’iniziale, «imbarazzato silenzio sulla razza tra le femministe bianche e socialiste» che avevano aderito a una forma di spiegazione “totale”, sia pure costruttivista, del genere e della donna: «non c’era nessun posto strutturale per la razza (o per qualcos’altro) in teorie che pretendevano di dimostrare la costruzione della categoria donna e di rappresentare il gruppo sociale donne come un insieme unitario o totalizzabile» (Haraway, 1995a, p. 54). Ancor più decisamente nel saggio sui Saperi situati, Haraway espone un’articolata critica del costruzionismo radicale, arrivando alla conclusione che il femminismo deve insistere «sui significati legittimi dell’oggettività» e rimanere «sospettosa di un costruzionismo radicale coniugato con semiologia e narratologia. Le femministe devono insistere che si dia un migliore resoconto del mondo: non basta mostrare che per ogni cosa esistono radicali contingenze storiche e modalità di costruzione» (Haraway, 1995b, p. 108)5 .

Più recentemente, Stacy Alaimo ha osservato che una delle eredità più problematiche del femminismo poststrutturalista, trapassata negli studi di genere, è stata una veemente “fuga dalla natura”, animata dall’aderenza radicale al costruttivismo sociale e all’antiessenzialismo: pur non negando l’esistenza materiale dei corpi, questo approccio si è focalizzato in modo quasi esclusivo sui modi in cui i corpi sono prodotti dalle pratiche discorsive e performative. Senza ridurre l’importanza della costruzione e delle pratiche discorsive e sociali, Alaimo si interroga sui modi in cui i corpi, nella loro materialità e nel loro continuo divenire e trasformarsi, possono retroagire sulla costruzione sociale (Alaimo, 2008). Dal canto suo, Karen Barad – con la sua proposta di realismo agenziale – concepisce la materia in dialogo critico con Judith Butler: «la materia riconosciuta da Butler deriva dalla agency che su di essa agiscono altre forze, ed è quindi involontariamente compresa come inerte e passiva. Per Barad è invece fondamentale riconoscerne il dinamismo intrinseco» (Santoemma, 2021, p. 150). «I corpi – scrive Barad – non prendono semplicemente parte nel mondo. Non sono situati in un ambiente. Piuttosto, “ambienti” e “corpi” sono co-costituiti intra-attivamente» (ibid.).

Nella contemporaneità, gli studi di genere si caratterizzano per l’approccio intersezionale e marcatamente interdisciplinare: per intersezionalità si intende un approccio teorico centrato attorno alla tesi della «natura interconnessa delle categorizzazioni sociali come razza, classe e genere, intesa come costitutiva di sistemi interdipendenti e sovrapponentisi di discriminazione e svantaggio»6 . Il termine viene mobilitato per la prima volta da Kimberle Crenshaw in un fondamentale articolo del 1989, il cui obiettivo critico è «la tendenza a trattare razza e genere come categorie d’esperienza e di analisi reciprocamente esclusive» (Crenshaw, 1989, p. 139).

Assumendo come punto di vista dell’analisi quello delle donne nere, Crenshaw afferma: «poiché l’esperienza intersezionale è maggiore della somma di razzismo e sessismo, ogni analisi che non prenda in considerazione l’intersezionalità non può trattare in maniera soddisfacente il modo particolare nel quale le donne nere sono subordinate» (ivi, p. 140). Il paradigma intersezionale assume che la categoria donna non esaurisca di per sé la totalità dei modi e delle forme in cui si articolano i rapporti di potere e di oppressione: «una donna nera potrebbe fare esperienza di misoginia e razzismo, ma la sua esperienza della misoginia sarà diversa da quella di una donna bianca e la sua esperienza del razzismo differirà da quella di un uomo nero» (Taylor, 2019). Pertanto, gli studi di genere si impegnano a differenziare la prospettiva del soggetto bianco, borghese, abile, eterosessuale ecc., e a ricercare un punto di vista capace di accogliere la complessità delle esperienze in questione.

Nella loro vocazione interdisciplinare, gli studi di genere si sovrappongono in parte ai Queer studies/lgbtq+ studies, un ambito di ricerca composito formatosi negli anni Novanta a partire dalla rivendicazione teorica e politica del termine queer, storicamente usato in senso denigratorio per caratterizzare le persone in quanto “sessualmente devianti”, ovvero non eterosessuali e/o non cisgender: strettamente connesso, almeno in origine, all’emergere dei Queer studies (Zappino, 2024), è inoltre l’ambito di ricerca dei Transgender studies, che – a partire da una critica del modo in cui gli studi di genere e queer hanno sotto o misrappresentato l’esperienza delle persone transgender – è emerso come campo di studi specifico e ulteriore (il testo che ha avviato questi studi risale già al 1987, a opera di Sandy Stone7 ).

Nel complesso, gli studi di genere non appaiono riducibili a un semplice ambito di ricerca, per quanto complesso e articolato: essi rappresentano uno sguardo sui rapporti di potere e sulle forme di produzione della coscienza collettiva indispensabile per costruire rappresentazioni eque delle soggettività contemporanee.

Bibliografia

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  • zappino f. (2024), Un materialismo queer è possibile e altri scritti politici, Mimesis, Milano-Udine.

Sitografia

  • butler j., Who is Afraid of Gender? 20 october 2023 (https://www.youtube.com/watch?v=pKJJjePSrP8).
  • Who’s Afraid of Gender? Judith Butler and Jack Halberstam in Conversation (https://www.youtube.com/watch?v=ChLv2wK0Eqs)
  1. Cfr., ad esempio, i lavori dell’antropologa statunitense Gayle Rubin a metà anni Settanta e, in particolare, il suo saggio Lo scambio delle donne. Una rilettura di Marx, Engels, Lévi-Strauss e Freud, pubblicato originariamente nel 1975 col titolo The Traffic in Women: Notes on the “Political Economy” of Sex (Rubin, 1976) ↩︎
  2. Ad esempio, mentre Kate Millett ritiene che il genere sia caratterizzato in senso essenzialmente culturale, Nancy Chodorow ha contestato la teoria dell’apprendimento sociale come troppo semplicistica, enfatizzando piuttosto i legami tra genere e ruolo di cura svolto tradizionalmente dalle donne (Millett, 1971; Chodorow, 1978) ↩︎
  3. Oltre a MacKinnon, è il pensiero di Monique Wittig a essere analizzato e, in parte, criticato da Butler: di Wittig Butler contesta specificamente il presupposto «che il soggetto, la persona, abbia un’integrità presociale e precedente alla connotazione di genere» (Butler, 2002, p. 44), mentre per Butler «non si può ricorrere a una “persona”, a un “sesso” o a una “sessualità” che sfuggano alla matrice del potere e delle relazioni discorsive le quali producono e regolano in maniera efficace l’intellegibilità di tali concetti per noi» (ivi, p. 49). Cfr. Wittig (2021). ↩︎
  4. La principale rappresentante del femminismo postumano è Rosi Braidotti, che nelle sue opere ha sistematicamente enfatizzato la rilevanza dei due principi antiumanistic ripresi e approfonditi dalla teoria postumana: «il rifiuto dell’universalismo e la critica del pensiero binario e gerarchico». A questi si aggiunge la tesi del superamento della dicotomia tra natura e cultura in favore di un pensiero centrato sulla continuità tra le due. Cfr. Braidotti (2014, pp. 72-86; 2023). ↩︎
  5. Una critica analoga è avanzata da Haraway, in riferimento al pensiero di Latour, nelle Promesse dei mostri. Una politica rigeneratrice per l’alterità inappropriata (Haraway, 2019, nota 25, pp. 42 ss.). ↩︎
  6. Cfr. Oxford English Dictionary, Intersectionality (https://www.oed.com/dictionary/intersectionality_n?tl=true). ↩︎
  7. Tra le opere più rappresentative dei Transgender studies, cfr., oltre a Stone (1987), Halbersteim (1998), Preciado (2015; 2022). ↩︎

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Libertà di parola. Come rileggere i classici nell’era digitale

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Tolleranza: l’illuminismo francese

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Tolleranza: nel dibattito contemporaneo

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Umanità

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