In questo contributo esamineremo il nodo dell’identità con una particolare attenzione alla sua costruzione storica in differenti contesti sociali. Tratteremo, dunque, dell’identità etnica e dell’identità nazionale, mettendo in risalto come esse siano essenzialmente prodotti di specifiche circostanze storico-geografiche e non un dato di fatto “naturale.” In particolare, sottolineiamo come entrambe queste forme di identità presuppongano un altro da sé. Infine, discuteremo la crisi delle identità collettive avvenuta a partire dalla fine del secolo scorso e i processi che caratterizzano oggi la ricerca e la ricomposizione di nuove identità che si presentano come “multiple”, “fluide”, “liquide.”
Nel suo saggio sull’identità etnica, Ugo Fabietti (2013) analizza le dinamiche di formazione, costruzione e trasformazione delle identità etniche, un tema centrale nell’antropologia contemporanea. L’autore esplora come l’identità non sia un dato naturale e immutabile, ma un processo dinamico e complesso, influenzato da fattori storici, sociali, culturali e politici. Secondo Fabietti l’identità etnica si basa su una serie di elementi fondamentali che contribuiscono a rafforzare il senso di appartenenza a un gruppo. Un aspetto centrale è l’idea di una discendenza comune o di un’origine mitica condivisa, che svolge un ruolo cruciale nel consolidare l’identità del gruppo. Questo riferimento a un passato comune, talvolta idealizzato, fornisce un senso di continuità storica e di legittimità collettiva. Un altro fattore rilevante è la territorialità. Sebbene l’identità etnica non sia necessariamente legata a uno spazio fisico specifico, molti gruppi si identificano con un territorio particolare, il quale diventa simbolo di radicamento e appartenenza. Questo legame può essere sia concreto sia simbolico, ma in entrambi i casi contribuisce a rafforzare il senso di comunità.
Un ulteriore elemento fondamentale è la cultura condivisa, la quale comprende aspetti come la lingua, la religione, le tradizioni e i costumi. Questi elementi culturali non solo forniscono un’identità collettiva, ma servono anche a tracciare un confine tra il gruppo e l’esterno, distinguendo chiaramente “noi” dagli “altri”. Anche la memoria collettiva gioca un ruolo significativo. Le narrazioni storiche e la memoria condivisa di eventi cruciali (come conquiste, migrazioni o conflitti) plasmano l’identità etnica, creando un legame profondo tra i membri del gruppo. Questo patrimonio di ricordi comuni funge da collante e rafforza il senso di appartenenza. Infine, simboli e pratiche comuni rappresentano un ulteriore strumento per consolidare l’identità etnica. Simboli, riti e pratiche, spesso trasmessi di generazione in generazione, non solo rafforzano i legami interni al gruppo, ma definiscono visivamente e culturalmente l’identità collettiva. Questi elementi simbolici contribuiscono a rendere tangibile e duratura l’appartenenza etnica, fornendo ai membri del gruppo un insieme di riferimenti condivisi che ne garantiscono la coesione e la continuità nel tempo.
Fabietti sottolinea però anche che l’identità etnica non è fissa, ma soggetta a trasformazioni e rinegoziazioni in risposta a cambiamenti sociali, politici ed economici. L’identità etnica, dunque, non deve essere concepita in termini essenzialisti, ma piuttosto come il prodotto di processi storici, culturali e simbolici che variano nel tempo e nello spazio. L’autore mette inoltre in evidenza come i rapporti di potere tra gruppi diversi possano influenzare la costruzione e la percezione delle identità etniche. In situazioni di conflitto o di esclusione, le identità etniche possono essere rafforzate e strumentalizzate per fini politici, diventando vettori di coesione interna o di opposizione rispetto a gruppi esterni. Fabietti ci invita dunque a comprendere l’identità etnica come un insieme di pratiche e rappresentazioni che si costruiscono e si modificano attraverso l’interazione tra storia, cultura e politica. L’identità etnica, esattamente come ogni altra identità che forma il caleidoscopio relativo alle nostre identità multiple, è quindi un fenomeno fluido e multidimensionale, che va compreso nei suoi contesti storici e sociali specifici.
Il più grande momento nella storia di costruzione di identità “etniche” è avvenuto con il nation building europeo, nel corso del lungo Ottocento (1789-1918). In questo periodo si è affermato un particolare tipo di identità, l’identità nazionale, che ancora oggi è una delle identità fondamentali di ciascuno di noi. L’identità nazionale rappresenta una costruzione complessa e stratificata, che, a partire dall’Europa, è stata poi adottata come principio identitario in ogni altra regione del mondo. Storici come Alberto Mario Banti e Stefan Berger hanno approfondito le dinamiche che hanno contribuito alla formazione di queste identità, mettendo in luce i meccanismi culturali, politici e sociali che le hanno plasmate e che sono alla base dell’enorme successo delle identità nazionali (Banti, 2000; Berger, Conrad, 2015). Banti, studiando il nazionalismo ottocentesco, ha sottolineato il ruolo cruciale della narrazione simbolica nella costruzione dell’identità nazionale. Egli evidenzia come le nazioni non siano entità naturali, ma invenzioni sociali, costruite attraverso racconti mitici e rappresentazioni collettive di un passato glorioso, caratterizzato da eroi, sacrifici e lotte per la libertà. Questi racconti simbolici, insieme a valori morali condivisi e a un senso di appartenenza che trascende le differenze sociali e regionali, costituiscono il fulcro dell’identità nazionale. Una caratteristica di queste identità, secondo Banti, è inoltre quella di giustificare un dualismo di genere fondamentale tra uomini e donne.
Banti ha inoltre posto l’accento sulla centralità della mitizzazione del passato nel nation building europeo, facendo particolare riferimento alla celebrazione di guerre d’indipendenza, rivoluzioni e alla promozione di una cultura nazionale. Elementi come la letteratura, l’arte, i riti commemorativi e l’educazione scolastica hanno giocato un ruolo fondamentale nel diffondere tale narrazione e nell’integrare le masse all’interno di un progetto nazionale condiviso.
Parallelamente, Stefan Berger ha posto l’accento sull’identità nazionale come processo sociale e politico. Berger sostiene che l’idea di nazione sia il risultato di un processo storico di inclusione ed esclusione, in cui diversi gruppi competono per definire chi appartiene alla comunità nazionale. Il nazionalismo europeo, secondo Berger, ha spesso stabilito confini simbolici tra “noi” e “loro”, definendo l’identità nazionale in opposizione all’“altro”, rappresentato spesso da minoranze etniche o da potenze straniere. Berger esplora anche il legame tra nazionalismo e Stato, mettendo in evidenza come la costruzione delle identità nazionali sia strettamente legata alla formazione di Stati centralizzati. In quest’ottica, il nation building è un processo politico che mira a integrare diverse popolazioni all’interno di un sistema statale unificato, attraverso l’imposizione di una lingua ufficiale, l’unificazione dei sistemi educativi e giuridici e la creazione di un esercito nazionale. Le politiche statali, in particolare quelle legate alla scuola pubblica, ai media e alla burocrazia, diventano strumenti decisivi per plasmare l’identità nazionale, trasformando cittadini di origini diverse in membri di una comunità immaginata.
L’identità nazionale in Europa, secondo Banti e Berger, si struttura attorno a una serie di caratteristiche fondamentali, assai simili a quelle costitutive dell’identità etnica. In primo luogo, una narrazione condivisa, basata su miti nazionali che esaltano un passato comune, eroi e battaglie per la libertà e l’indipendenza, legittima l’esistenza della nazione. Inoltre, simboli culturali come la lingua, la religione e le tradizioni popolari, diventano strumenti di coesione che creano un senso di appartenenza tra i cittadini. L’identità nazionale si costruisce anche attraverso la distinzione tra “noi” e “loro”, spesso accompagnata dalla marginalizzazione di minoranze etniche, religiose o linguistiche. Il ruolo degli strumenti statali è altrettanto fondamentale: scuole, eserciti e burocrazie centralizzate diffondono una cultura omogenea e integrano le popolazioni locali. Infine, la dimensione emotiva svolge un ruolo essenziale, poiché la nazione viene rappresentata come una “comunità immaginata”, in cui il senso di appartenenza, lealtà e sacrificio mobilitano le masse. L’analisi di Banti e Berger ci mostra quindi come l’identità nazionale non sia una realtà fissa o naturale, bensì il prodotto di complessi processi storici e politici. Attraverso la creazione di narrazioni simboliche e l’imposizione di modelli culturali omogenei, le élite europee del xix e xx secolo hanno plasmato le moderne nazioni, integrando le masse in un progetto collettivo. Tuttavia, tali processi sono stati spesso accompagnati da dinamiche di esclusione e conflitto, in cui le identità nazionali si sono definite anche in opposizione a quelle di altre popolazioni.
Ma l’identità nazionale (forma particolare a sua volta di identità etnica), sebbene sia stata la forma di identità socio-politico-culturale di maggior successo nella storia dell’umanità, non è generalizzabile, né è l’unica forma di identità collettiva che la storia abbia conosciuto. Restando in Europa, il volume Prima delle nazioni di Stefano Gasparri (2000) offre un’analisi approfondita della formazione delle identità collettive antecedente all’emergere delle moderne nazioni. Il saggio si focalizza sul periodo tardo-antico e altomedievale, mettendo in evidenza come le entità politiche e sociali che nelle interpretazioni storiografiche più diffuse daranno vita alle nazioni europee siano il frutto di processi storici graduali e articolati, per nulla univoci.
Nell’epoca tardo-antica Gasparri identifica le origini delle strutture politiche che, con il passare dei secoli, si cristallizzeranno in identità più definite. Sebbene la caduta dell’Impero Romano d’Occidente rappresenti una frattura fondamentale, essa non segna, come spesso si crede, una cesura totale. Popolazioni germaniche come i Franchi, i Goti e i Longobardi si insediano nei territori imperiali, dando vita a un’integrazione complessa, ma profonda e completa, tra elementi romanici e le nuove élite, in parte ancora “romane”. In questo contesto, il concetto di “nazione” non esiste ancora nella sua forma moderna; piuttosto, emergono regni “etnici” che si fondano su una combinazione di potere militare, legami dinastici e, soprattutto, sulla conversione al cristianesimo. In questo momento storico, il concetto di “identità etnica” è evidentemente tanto costruzione sociale quanto politica. Prima del loro insediamento in Europa, le popolazioni germaniche non possedevano affatto un’identità etnica rigida. Le identità “barbariche” si formano e si consolidano attraverso il processo di integrazione nei nuovi regni e il confronto con le popolazioni locali romanizzate. La fusione tra germanici e romanici nei nuovi regni è un processo lungo e complesso, che avviene attraverso matrimoni, l’adozione del cristianesimo e l’assimilazione di elementi del diritto romano. Questi fattori contribuiscono alla creazione di regni relativamente stabili, come quello dei Franchi e quello dei Longobardi, gettando le basi per future entità politiche e per nuove forme di identità.
Il punto cruciale è che Gasparri dimostra come le prime forme di “nazionalità” medievale non si basino su un’etnicità rigida, ma su una combinazione di potere territoriale e fedeltà dinastica. Le entità politiche dell’Europa altomedievale si definiscono attraverso la gestione dei territori conquistati, la capacità di esercitare il potere su gruppi diversi e l’integrazione dei nuovi sudditi, siano essi romanici o germanici, all’interno di un’unica struttura politica. In conclusione, Prima delle nazioni guida il lettore in un percorso storico che mette in luce come le moderne nazioni europee non siano il risultato di un’identità etnica preesistente, ma il frutto di processi storici, politici e religiosi complessi. L’idea di nazione, così come la conosciamo oggi, rappresenta una costruzione relativamente recente, con radici nei primi esperimenti di organizzazione politica postromana, nei quali etnicità, potere e religione si intrecciano in modi inaspettati e guidati sempre e solo dalla necessità e dall’opportunità, non da un senso di appartenenza preordinato. Il volume sottolinea, pertanto, come le “nazioni” non siano un dato naturale e immutabile, ma il risultato di lunghi processi di “negoziazione” e “integrazione”, e lo stesso valga per ogni definizione di identità, a partire dall’identità etnica stessa.
Le identità nazionali hanno visto un periodo di crisi, o quantomeno dei tentativi di superamento, a partire dall’inizio del Novecento, e in particolare dopo la Seconda guerra mondiale. I due conflitti mondiali, infatti, hanno posto l’accento sui risvolti spesso deleteri dei nazionalismi alimentati dal processo di consolidamento delle nazioni europee. Nuove entità sovranazionali si andavano proponendo nel dibattito internazionale, come testimoniano i famosi “14 punti” del presidente americano Woodrow Wilson che nel 1918 iniziavano a proporre un superamento delle barriere nazionali con l’auspicio di costruire una Società delle Nazioni. Inoltre, altre identità, come quella di classe, erano pronte a emergere sotto le spinte delle trasformazioni sociali e tecnologiche.
Tuttavia, a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso, tutte queste forme di identità “solide”, strutturate, stabili, accettate, si sono andate disgregando sempre più sotto la spinta della società neoliberale e delle enormi disuguaglianze che essa crea, oltre che delle sempre maggiori emergenze causate dall’impatto delle attività umane sull’ambiente. Questi fattori, uniti alla fine delle contrapposizioni tra blocchi e ideologie che ha dominato il Novecento, hanno portato alla creazione di un clima di grande insicurezza caratterizzato dal disgregarsi delle identità collettive tradizionali postnazionali.
Zygmunt Bauman, uno dei sociologi più influenti del xx secolo, ha elaborato concetti fondamentali per comprendere la condizione sociale contemporanea, come le identità liquide e le comunità esplosive (Bauman, 2008). Questi concetti catturano le dinamiche della modernità avanzata, definita anche “modernità liquida”, caratterizzata dall’erosione delle certezze del passato e dall’instabilità delle identità e delle appartenenze. Bauman utilizza la metafora della “liquidità” per descrivere il costante mutamento delle identità (tutte le identità: nazionali, collettive, sociali, economiche, di classe, di genere, ecc.) nella società moderna. A differenza della “modernità solida”, contraddistinta da strutture sociali stabili, la “modernità liquida” rappresenta un’epoca in cui le istituzioni tradizionali, come la famiglia, la nazione e la classe sociale, hanno perso la loro capacità di fornire punti di riferimento sicuri. Gli individui si trovano così a dover ridefinire costantemente sé stessi, adattandosi alle nuove condizioni economiche, sociali e culturali. In questo scenario, l’identità diventa fluida, flessibile, ma anche spesso frammentata. Ogni individuo si trova in una situazione di perenne negoziazione della propria identità, cercando di rispondere ai cambiamenti imposti dalla globalizzazione, dai rapidi mutamenti tecnologici e dall’instabilità dei rapporti sociali. Di conseguenza, l’identità non è più considerata un’eredità stabile da accettare, ma piuttosto una costruzione continua che richiede scelte e decisioni costanti in un contesto di incertezza. Questo fenomeno genera un forte senso di ansia e insicurezza, poiché l’identità non può mai essere data per acquisita o completata.
All’interno di questa modernità liquida, Bauman introduce il concetto di “comunità esplosive”, riferendosi a forme di aggregazione sociale che nascono temporaneamente e spesso in modo violento come risposta all’insicurezza e all’instabilità delle identità contemporanee. Queste comunità non si caratterizzano per una solidarietà stabile e duratura, ma per un’aggregazione momentanea intorno a un’identità, frequentemente costruita in opposizione a un “nemico” esterno. Infatti, contrariamente a quanto si può pensare, la “fluidità” ha aumentato esponenzialmente il bisogno di sicurezza che un’identità collettiva genera. La globalizzazione, con il suo impatto sui mercati, sulle culture e sui confini nazionali, ha indebolito le tradizionali appartenenze collettive, generando un disperato bisogno di identità. In molti casi, le persone si aggrappano a nuove forme di comunità, che promettono sicurezza e appartenenza immediata. Tuttavia, queste comunità tendono a essere esplosive, perché si formano in contesti di crisi e di emergenza, spesso basandosi su una logica di esclusione o di conflitto. L’identità si costruisce in modo fortemente oppositivo, in relazione a un “altro” che viene percepito come una minaccia alla propria esistenza o ai propri valori, generando emozioni di violento rifiuto e paura. Bauman riflette, quindi, su come la globalizzazione abbia reso sempre più difficile mantenere un senso di appartenenza stabile. Le comunità esplosive rappresentano un riflesso di questo scenario; esse non sono spazi di solidarietà duratura, ma piuttosto contesti di solidarietà temporanea e fragile, destinati a dissolversi non appena il contesto di crisi che le ha generate si attenua.
Bauman introduce il tema dell’identità e delle appartenenze nel contesto della globalizzazione, mostrando come esse siano sempre più soggette a cambiamenti e a precarietà, introducendo il problema della “paura” e delle reazioni violente verso “l’altro” nelle nostre società occidentali. Negli stessi anni in cui usciva Modernità liquida, in un saggio dal titolo provocatorio, Sicuri da morire, Arjun Appadurai ha analizzato il rapporto complesso tra globalizzazione e violenza, sostenendo che quel fenomeno non ha portato a un mondo più pacifico, ma ha piuttosto accentuato proprio le incertezze legate all’identità (Appadurai, 2005). Secondo il famoso antropologo della New York University, la globalizzazione intensifica le ambiguità riguardanti le identità nazionali e culturali, poiché molte nazioni perdono l’illusione di sovranità economica e benessere. Questo disorientamento induce un impulso verso la “purificazione culturale”, che si manifesta attraverso l’esacerbazione dei conflitti etnici e identitari.
Appadurai sottolinea che la violenza contemporanea non è solo una conseguenza delle differenze identitarie, ma diventa essa stessa uno strumento per costruire identità definite e coinvolgenti. In particolare, la violenza etnica emerge come risposta alle incertezze generate dalla crescente fluidità delle affiliazioni etniche, le quali non si legano più a marcatori fisici e somatici, ma sempre più a scelte sociali ed elettive. In questo contesto, anche pratiche violente e macabre, come il mutilare i corpi etnicizzati, rappresentano un tentativo disperato di riaffermare l’“alterità” e di eliminare l’ambiguità prodotta dai cambiamenti demografici e linguistici.
Uno dei concetti centrali di Sicuri da morire è quello freudiano del “narcisismo delle piccole differenze”, utilizzato da Appadurai per spiegare come la globalizzazione abbia modificato la relazione tra maggioranze e minoranze. Le identità di maggioranza non sono più stabili e l’oscillazione tra queste categorie rende le differenze ancora più minacciose. Di conseguenza, le piccole differenze diventano inaccettabili, alimentando intolleranza e odio etnico. Al posto delle “comunità esplosive” di Bauman, Appadurai introduce il concetto di “identità predatrici”, caratterizzate da un’“ansia di incompletezza”, che spinge a eliminare la differenza anziché proteggerla. L’autore propone come soluzione il rifiuto delle ideologie identitarie purificatrici e una consapevolezza dell’incompletezza intrinseca dell’identità umana, vista non come un difetto, ma come una condizione inevitabile e condivisibile. In questo modo, Appadurai invita a riflettere sulle sfide e le opportunità che la fluidità identitaria può offrire nella società contemporanea.
Questa riflessione si ricollega anche alla necessità di costruire comunità più inclusive e accoglienti, capaci di valorizzare la diversità e di affrontare le sfide poste dalla globalizzazione. In un mondo in cui le identità sono sempre più complesse e in evoluzione, è fondamentale promuovere una cultura di dialogo e di comprensione reciproca, piuttosto che alimentare il conflitto. Appadurai ci invita a ripensare il nostro approccio all’identità, proponendo una visione che riconosca la fluidità e l’incompletezza come parte integrante dell’esperienza umana, suggerendo così che la chiave per un futuro più pacifico e coeso risiede nella nostra capacità di accogliere e abbracciare le differenze, piuttosto che temerle. In questo contesto, il ruolo della scuola è fondamentale: essa non solo può educare alla diversità, ma anche promuovere l’inclusione, insegnando agli studenti a valorizzare le differenze e a costruire relazioni positive e significative. Questa visione inclusiva della formazione permette di affrontare le sfide poste dalla globalizzazione in modo proattivo e collaborativo, favorendo una cultura del dialogo e una maggiore comprensione reciproca e acquisizione delle nozioni di “differenza”, “fluidità” e “molteplicità” come parte essenziale delle identità umane.
Bibliografia
- anderson b. (2018), Comunità immaginate origini e fortuna dei nazionalismi, Laterza, Bari-Roma.
- appadurai a. (2005), Sicuri da morire. La violenza nell’epoca della globalizzazione (1996), Meltemi, Roma.
- banti a. m. (2000), La nazione del Risorgimento. Parentela, santità e onore alle origini dell’Italia unita, Einaudi, Torino.
- bauman z. (2008), Modernità liquida (2002), Laterza, Roma-Bari.
- berger s., conrad c. (2015), The Past as History: National Identity and Historical Consciousness in Modern Europe, Palgrave, New York.
- fabietti u. (2013), L’identità etnica. Storia e critica di un concetto equivoco, Carocci, Roma.
- gasparri s. (2000), Prima delle nazioni. Popoli, etnie e regni fra antichità e Medioevo, Carocci, Roma.