Analizzare il peso della religione civile nell’azione dei presidenti degli Stati Uniti comporta un raffronto inevitabile con il fondamentale contributo del sociologo Robert Bellah (1967) che, per primo, ha codificato il concetto rispetto alla massima carica politica americana. Da quel momento, lo studio della storia e della vita dei presidenti americani, e quindi della principale espressione della politica statunitense, si è arricchito di una prospettiva che ha messo in evidenza la centralità della religione civile nell’operato dell’inquilino della Casa Bianca quale tentativo di sintetizzare in una dimensione civica unificante la visione patriottica comune dei cittadini americani. Una religione civile, quella statunitense, adeguatasi al corso della storia nazionale e alle modificazioni impresse dai cambiamenti politici, sociali ed economici succedutisi nei decenni, che ha ispirato la vita degli americani e ne ha influenzato l’esistenza quotidiana sia nella dimensione privata e familiare che in quella pubblica (Gentile, 2006).
Ogni presidente, almeno in linea di principio, sa infatti che deve tener conto, nell’esercizio del suo mandato, di uno spirito religioso della nazione americana che è indipendente rispetto al culto del singolo (Espinosa, 2009). Nazione nata da un “sacro esperimento” (Bonazzi, 1970), gli Stati Uniti si sono infatti sempre percepiti come una terra scelta da Dio, investita per questo motivo da un manifest destiny relativo alla sua presenza nel mondo che, come tale, ha bisogno di leader politici all’altezza, in grado di realizzarla sotto la protezione divina. Se si guarda all’intero percorso della storia statunitense, si vede del resto come religione e politica sono state sempre profondamente intrecciate nella storia americana tanto da creare nello specifico una religione civile nazionale incarnata da una serie di simboli, monumenti, ricorrenze e soprattutto dalla figura del presidente, il “pastore” della nazione (Gardella, 2014). Gli Stati Uniti, in questa visione, hanno sviluppato un loro apparato di interazione civile tale da renderli un modello per tutte le altre nazioni in materia di diritti umani, morale e democrazia, al di là di quella che è stata la storia di questo paese dal 1776 sino ai nostri giorni (Homes, 2009). All’interno di questo discorso, il gran sacerdote di questo culto civile laico risiede alla Casa Bianca, il vero pulpito della nazione; nel corso della storia i presidenti si sono rivelati, seppur in maniera difforme, i rappresentanti primari di questo ruolo, particolarmente abili nel prendere in prestito dei termini religiosi e utilizzarli per i loro scopi politici. Per il popolo americano, del resto, è difficile vivere senza far riferimento a miti e simboli che li rappresentano e in cui si riconoscono anche quando li criticano; il ricco patrimonio evocativo di questo spirito identitario nazionale, con le emozioni costruite attorno, si può facilmente percepire andando a visitare il National Mall di Washington.
La religione civile americana richiede eventi e luoghi sacri – ad esempio quelli collegati alla Rivoluzione americana e alla guerra civile, i cui monumenti negli ultimi anni hanno innescato una serie di polemiche inerenti la complessa vicenda della cancel culture e la possibilità di abbattere molti di essi (per cui cfr. in proposito Testi, 2023) –, profeti e martiri (George Washington, Thomas Jefferson, Abraham Lincoln, John e Bob Kennedy, Martin Luther King), rituali e simboli solenni in cui gli americani possono identificarsi (il Giorno del ringraziamento, le diverse giornate dei veterani, le preghiere pubbliche come il National Prayer Breakfast, la devozione verso la bandiera presenti in ogni angolo e abitazione, il dollaro), testi sacri (la Dichiarazione di indipendenza, la Costituzione), inni (God Bless America e My Country, Tis of Thee). Non a caso, tutti i quarantasei presidenti, almeno sino a Joe Biden, hanno avuto un rapporto diretto con la religione civile, e hanno utilizzato il loro credo religioso all’interno di una dimensione pubblica al fine di cementare e unire la comunità nazionale su una piattaforma comune.
All’interno di questo contesto, il momento iniziale di ogni quadriennio presidenziale, la solenne cerimonia dell’inaugural address, assegna al richiamo a Dio (un Dio non legato direttamente a una confessione religiosa, come del resto prescrive il primo emendamento) e alla sua benedizione, gli auspici per portare a termine il proprio mandato in concordia e prosperità. I presidenti hanno sempre utilizzato il linguaggio e le immagini religiose in una dimensione laica per esprimere convinzioni sentite, unificare e ispirare i cittadini, corteggiare gli elettori e aiutare a legittimare le loro politiche in una dimensione di unitarietà civica che doveva superare le divisioni partitiche per il bene comune del popolo americano. In realtà, a ben vedere, il processo di secolarizzazione e la straordinaria crescita economica degli Stati Uniti hanno posto dei vincoli e hanno ridefinito confini e prerogative della civic religion presidenziale (Gorski, 2017). Questioni come quelle legate alle nuove cittadinanze dovute alle immigrazioni, ognuna con la propria religione come con il proprio retroterra culturale, o i problemi legati alle lotte degli afroamericani, hanno ridisegnato i termini del patriottismo civico statunitense, anche se ne hanno lasciato inalterati i principi originari.
Se è vero che l’invocazione di Dio nel discorso inaugurale non mette in discussione il principio del pluralismo religioso, è altrettanto giusto ribadire come i mutevoli confini di classe, etnia e appartenenza sociale hanno inciso rispetto all’inclusione o alla marginalità delle religioni e al loro rapporto con la dimensione civica.
Del resto, tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta si assiste a una svolta ispirata da due presidenti, uno democratico e l’altro repubblicano. Il primo, Jimmy Carter, che proprio dalla sua fede battista di “cristiano rinato” trasse la sua proposta di coniugare realismo, morale e forza, secondo il pensiero di un teologo che ha fortemente condizionato molti presidenti come Roland Niebuhr, al fine di rendere il mondo più giusto al di là dell’immediato tornaconto per gli Stati Uniti. Il secondo, Ronald Reagan, la cui proposta politica, favorita anche dall’ascesa del movimento dei neoconservatori, ebbe la meglio per la sua capacità di raccogliere consenso tanto nel mondo dei conservatori cristiani quanto dentro la tradizionale base dei repubblicani ispirata dal credo liberista, dall’idea che lo Stato non dovesse entrare troppo nelle vite dei cittadini e da un radicale anticomunismo. Da quel momento, se pensiamo ai presidenti eletti nei mandati successivi, da George Bush padre sino allo stesso Bill Clinton, l’appartenenza religiosa è diventata espressione pubblica del mandato presidenziale, finendo per collocarsi all’interno dello spazio pubblico e addirittura contribuendo al processo di polarizzazione politica. Le sfaccettature del rapporto tra religione civile e azione presidenziale si sono quindi ulteriormente evolute dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 e la presidenza di George W. Bush, investendo temi quali l’identità nazionale e l’affermazione del ruolo statunitense nel mondo, espressa nella lotta contro il terrorismo islamista a livello globale. In tale contesto, la legittimazione della figura del presidente dentro un terreno in cui il principio della separazione e dell’equilibrio dei poteri sino ad allora era stata rispettata è venuta progressivamente meno. Tutto questo a eccezione dei due mandati di Barack Obama, la cui religione civile, anche in virtù della sua storia di primo nero eletto come presidente, ha tentato di lanciare un messaggio, sapientemente costruito, di cambiamento e di novità ma sempre all’interno di una prospettiva unitaria, inclusiva e nazionale e come tale perfettamente inglobata nella tradizione storica americana. Dopo quella esperienza l’ascesa della figura controversa di Donald Trump ha messo potenzialmente in crisi, non tanto sul piano pratico in cui l’ex tycoon si è mosso su canoni tradizionali, quanto sull’azione e lo stile presidenziale, il carattere unitario della religione civile americana, stimolando una profonda polarizzazione a partire dalla sua base elettorale di riferimento che ne ha promosso le tre candidature dal 2016 al 2024. Con la sua figura, la politica americana ha conosciuto un tasso di divisione interna mai riscontrata in precedenza, per cui non ci si è divisi più sui dettagli ma sui principi e sull’appartenere di fatto a due Americhe diverse. La massima espressione di questo atteggiamento, che ha avuto un forte impatto sulla stabilità della religione civile americana, si è verificata il 6 gennaio 2021 con il terribile assalto di Capitol Hill, un attacco alla sede istituzionale del potere repubblicano e democratico che non ha eguali nella storia degli Stati Uniti e le cui ripercussioni hanno avuto un impatto anche sulle elezioni presidenziali del 2024.
Il caso italiano appare molto interessante in quanto ha visto svilupparsi una visione della religione civile connessa al processo di unificazione e per questo dotata di un elemento di alterità forte rispetto alla sfera religiosa espressa dalla figura del papa e in generale dalla fede cattolica (Rusconi, 1999; Viroli, 1999).
La classe dirigente italiana postunitaria, tanto della destra che della sinistra storica, da Camillo Cavour a Agostino Depretis, passando per Francesco Crispi sino a Giovanni Giolitti, si trovò nell’esigenza di costruire un tessuto connettivo culturale e unitario che potesse rappresentare al meglio i valori comuni del popolo italiano (Arisi Rota, 2019). Un monumento come l’Altare della patria, nel cinquantesimo dell’unificazione, doveva celebrare con un grande tempio laico lo spirito del Risorgimento che aveva portato all’unificazione. Libri come Cuore, il recupero di una figura come quella di Dante Alighieri quale precursore del sogno di una grande Italia (Conti, 2021), l’architettura delle grandi città, statue come quella di Giordano Bruno a Roma (Bucciantini, 2015), la santificazione di personalità come Giuseppe Garibaldi sino allo stesso Giuseppe Mazzini, che pure non avevano mancato di porsi in condizione di opposizione rispetto alla linea sabauda, vennero recuperate e magnificate in un’ottica di monumentalizzazione della religione civile degli italiani in cui bisognava riconoscersi. In tutto questo, la religiosità di un corpo estraneo come la Chiesa cattolica rimaneva un vulnus, nonostante la religione cattolica fosse quella seguita dalla maggioranza degli italiani. Eppure, già agli inizi del Novecento le correnti culturali che criticavano i processi politici con cui si stava costruendo la nuova Italia, la cui massima rappresentazione in termini di staticità e negazione della lotta era rappresentata dal giolittismo, misero in evidenza la necessità di rigenerare lo spirito della nazione tramite nuovi punti di riferimento. In tutto questo, la Grande guerra arrivò come una cesura imprescindibile che poteva aprire a diverse soluzioni di cambiamento radicale del culto dell’italianità. A vincere, alla fine, fu il fascismo che nella sua concezione totalitaria costruì una dimensione di civismo che negava ogni libertà all’interno della necessità di costruire un “nuovo” italiano, guerriero e virile, ispirato dalla dottrina fascista e che nell’organicismo del regime trovava la sua religione politica assoluta. In questo senso, con il Concordato del 1929, Benito Mussolini tentò di sanare anche la ferita del 1870 e di aprirsi il campo alla creazione di una nuova religiosità fascista illiberale e coercitiva (Gentile, 2001). Fallito tragicamente l’esperimento totalitario mussoliniano, la nascita della Repubblica produsse un nuovo contesto in cui all’interno della logica generale dei valori costituzionali e del repubblicanesimo il peso del ruolo dei partiti ha indirizzato in profondità le forme di mobilitazione degli italiani.
Le nuove ritualità repubblicane sono state fortemente condizionate dal clima della guerra fredda e dalle appartenenze politiche: la religione civile nazionale spesso si è costruita secondo schemi e appartenenze che dovevano molto al proprio voto elettorale. Feste, rituali, manifestazioni, bandiere e colori dei partiti hanno segnato almeno sino al triennio 1989-1992 la storia repubblicana (Ridolfi, 2015; 2021), anche se non sono mancati tentativi di utilizzare date non prive di caratteri divisivi, si pensi solo al 25 aprile, o a figure come quelle di Giuseppe Garibaldi o Giacomo Matteotti, come elementi unificanti. All’interno di questo discorso una riflessione particolare emersa in campo storiografico nel primo scorcio del xxi secolo ha giustamente posto l’attenzione sul ruolo dei presidenti della Repubblica quali principali agenti creativi di espressioni di religione civile nuove e condivise.
La figura del capo dello Stato ha acquisito nel tempo una sua centralità tutta particolare nella capacità di stimolare ritualità civili e processi di identificazione simbolici che hanno contribuito in maniera significativa nel rafforzare la costruzione dell’identità nazionale. In momenti di particolare difficoltà della scena politica ed economica, si pensi soprattutto alla stagione del terrorismo e alla crisi della politica negli anni Ottanta e in questo senso a una figura come Sandro Pertini, il presidente della Repubblica è emersa come figura di riferimento per la cittadinanza e punto di equilibrio rispetto alla conflittualità della politica. Successivamente, la crisi post 1989 ha innescato pericolosi percorsi di delegittimazione della classe politica che hanno inclinato l’equilibrio dei poteri repubblicani, si pensi soltanto al rapporto fra magistratura e politica, elemento che ha inevitabilmente portato la figura presidenziale al centro della scena in qualità di garante e personaggio di sintesi dell’unità nazionale. La capacità dei presidenti di divenire creatori di processi di “religione civile” non è stata naturalmente univoca, ma molto condizionata dalle personalità e dai modi di agire dei singoli inquilini del Colle. L’empatia e la capacità di intercettare il desiderio di avere figure istituzionali viste come interlocutrici primarie ha caratterizzato soprattutto le presidenze della fase che dagli anni Ottanta arrivano ai nostri giorni, anche se nei settennati precedenti, basti pesare a Giuseppe Saragat o a Luigi Einaudi, non erano mancati momenti significativi di creazione di una peculiare pedagogia civile. Intorno all’operato dei presidenti si sono così costituiti una simbologia e un apparato di segni politici distintivi che hanno contribuito a creare il senso dell’appartenenza nazionale attorno a un profilo esplicito di religione civile: si pensi, ad esempio, all’ascesa in solitario del presidente Sergio Mattarella il 25 aprile 2020 all’altare della patria durante la pandemia di covid-19.
Un fronte su cui la religione civile espressa dai presidenti della Repubblica si è esplicato in maniera significativa è certamente quello legato al rapporto fra storia e memoria pubblica. In questo ambito, le parole, i discorsi, la presenza fisica e i gesti presidenziali hanno assunto un ruolo centrale nel coniugare testimonianza, educazione civica, crescita democratica e pubblico riconoscimento di un sentimento identitario. Gli interventi in occasione di ricorrenze storiche centrali nella storia dell’identità italiana, su tutti il processo risorgimentale e la guerra di Liberazione, hanno posto i presidenti nell’ottica di promuovere riflessioni ed esempi condivisi anche quando in campo c’erano divisioni ancora laceranti. Dai richiami resistenziali di Pertini, alle parole sul colonialismo di Oscar Luigi Scalfaro, ai riferimenti al Risorgimento e al ricordo dei militari italiani nella Seconda guerra mondiale finiti prigionieri o internati nei campi di concentramento nazisti o vittime di eccidi di Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano, sino all’invito alla necessità di costruire una memoria dei terrorismi di estrema destra e sinistra e di quelli delle criminalità organizzate portati avanti da Mattarella, i presidenti hanno saputo fornire dei veri e propri esempi di religione civile repubblicana che sono diventati patrimonio della collettività. Oltre a questi aspetti, la presenza in momenti di partecipazione collettiva, come in occasione dei grandi appuntamenti sportivi in cui è impegnata la rappresentativa italiana, ha rafforzato un comune sentire attorno a simboli come la bandiera o l’inno nazionale, le cui parole sono oramai conosciute da un numero sempre crescente di cittadini. Questi appuntamenti si sommano a uno cadenzato annualmente, ovvero il discorso augurale di fine anno che, iniziato con Einaudi, negli ultimi settennati, grazie al potere della televisione e dei nuovi media, è diventato una specie di sillabario repubblicano in cui si affrontano i temi centrali dei dodici mesi passati e si invita alla necessità di affrontare i tempi futuri con spirito coeso e unitario, anche alla luce delle grandi sfide del teatro europeo e internazionale. Altro momento importante di ritualità della religione civile repubblicana basata sull’azione presidenziale si compie normalmente in occasione dei viaggi presidenziali (Cacioli, 2012), occasioni di incontro tra il presidente e il territorio che si svolgono secondo rituali standardizzati ma condivisi, come ad esempio l’accoglienza delle scolaresche con in mano il tricolore. Durante questi viaggi, spesso i presidenti incontrano i rappresentanti non solo delle istituzioni ma anche del mondo del lavoro, delle professioni e della cultura, del volontariato e dell’associazionismo; allo stesso tempo, tali visite sono l’occasione per ricordare figure di italiane e italiani legati allo specifico territorio il cui esempio risulta importante a livello nazionale.
Bibliografia
- arisi rota a. (2019), Risorgimento. Un viaggio politico e sentimentale, il Mulino, Bologna.
- bellah r. (1967), Civil Religion in America, in “Daedalus”, xcvi, 1, pp. 1-21. bonazzi t. (1970), Il sacro esperimento. Teologia e politica nell’America puritana, il Mulino, Bologna.
- bucciantini m. (2015), Campo dei Fiori. Storia di un monumento maledetto, Einaudi, Torino.
- cacioli m. (a cura di) (2012), Visite dei Presidenti della Repubblica in Italia (1948-2006), Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica, Roma. conti f. (2021), Il Sommo italiano. Dante e l’identità della nazione, Carocci, Roma.
- espinosa g. (2009), Religion and the American Presidency: George Washington to George W. Bush with Commentary and Primary Sources, Columbia University Press, New York.
- gardella p. (2014), American Civil Religion. What Americans Hold Sacred, Oxford University Press, New York.
- gentile e. (2001), Il culto del littorio. La sacralizzazione della politica, Laterza, Roma-Bari.
- gentile e. (2006), La democrazia di Dio. La religione americana nell’era dell’impero e del terrore, Laterza, Roma-Bari.
- gorski p. (2017), American Covenant: A History of Civil Religion from the Puritans to the Present, Princeton University Press, Princeton.
- homes d. l. (2009), The Faiths of Postwar Presidents: From Truman to Obama, University of Georgia Press, Athens.
- orsina g., ridolfi m. (a cura di) (2022), La Repubblica del presidente. Istituzioni, pedagogia civile e cittadini nelle trasformazioni delle democrazie, Viella, Roma.
- preston a. (2012), Sword of the Spirit, Shield of Faith: Religion in American War and Diplomacy, Alfred Knopf, New York-Toronto.
- ridolfi m. (a cura di) (2014), Presidenti. Storia e costumi della Repubblica nell’Italia democratica, Viella, Roma.
- ridolfi m. (2015), Italia a colori. Storia delle passioni politiche dalla caduta del fascismo ad oggi, Le Monnier, Firenze.
- ridolfi m. (2021), Le feste nazionali, Il Mulino, Bologna.
- rusconi g. e. (1999), Possiamo fare a meno di una religione civile?, Laterza, Roma-Bari.
- scott smith g. (2006), Faith and the Presidency. From George Washington to George W. Bush, Oxford University Press, New York.
- scott smith g. (2015), Religion in the Oval Office: The Religious Lives of American Presidents, Oxford University Press, New York.
- squiers a. (2018), The Politics of the Sacred in America. The Role of Civil Religion in Political Practice, Springer, New York.
- testi a. (2023), I fastidi della storia. Quale America raccontano i monumenti, il Mulino, Bologna.
- viroli m. (1999), Repubblicanesimo. Una nuova utopia della libertà, Laterza, Roma-Bari.