Il “concetto” di riconoscimento
Il concetto di riconoscimento ha acquisito una crescente rilevanza in filosofia negli ultimi trenta anni, durante i quali esso, sulla base di un dibattito innescato da alcuni esponenti della Scuola di Francoforte e, in particolare, da Jürgen Habermas e Axel Honneth, è progressivamente tornato a essere una categoria chiave del pensiero etico-politico.
In primissima approssimazione, con il termine riconoscimento si intende una teoria secondo la quale il rapporto intersoggettivo è determinato dalla reciproca attribuzione di valore (appunto: dal riconoscimento) da parte dei soggetti in gioco: o, detto diversamente, il concetto di riconoscimento indica una relazione, che lega tra loro individui, ma anche individui e “persone giuridiche” (quali, in primo luogo, lo Stato) o più semplicemente individui e principi morali o norme, delle quali si accetta l’autorità e la validità.
In questo modo, il concetto di riconoscimento mostra di includere in sé stesso tanto un aspetto cognitivo (si potrebbe dire che il ri-conoscere include il conoscere) quanto un aspetto normativo: da un lato, infatti, riconoscere una persona o un’istituzione significa attribuirle determinate caratteristiche. Secondo il concetto di riconoscimento, però, a ciò consegue, d’altro lato (quello che abbiamo chiamato “normativo”), l’adozione di un determinato atteggiamento nei suoi confronti: detto diversamente, il riconoscimento della dignità o della libertà di una persona oppure della legittimità di un’istituzione o di una legge sarebbe connesso, secondo i teorici del riconoscimento, con l’accettazione di determinati obblighi quali, per esempio, il comportarsi in un determinato modo nei confronti di quella persona oppure l’osservare i principi e le norme stabilite da una determinata istituzione.
Tuttavia, il concetto di riconoscimento non trova applicazione soltanto in questa sfera politico-istituzionale. Per una sua adeguata comprensione è essenziale, piuttosto, anche la considerazione della sua dimensione sociale e psicologica e persino, per usare un termine caro a Kojéve, antropogena (Kojéve, 1996, p. 20). Infatti, secondo molte teorie del riconoscimento – a partire, come vedremo tra breve, da quelle classiche elaborate da Johann Gottlob Fichte e da Friedrich Hegel – gli individui umani dipendono per lo sviluppo della loro identità personale e sociale dalla relazione di riconoscimento con altri individui (e con una società nel suo complesso) in cui essi sono costitutivamente inseriti.
Da un lato, infatti, i processi di riconoscimento contribuiscono a determinare la posizione e il “successo” sociale di un individuo: riconoscimento significa qui la capacità (e l’autorità) di un soggetto-altro e persino di un’intera comunità di stabilire se un individuo possieda o meno le qualità e le caratteristiche necessarie a far parte a pieno titolo della comunità stessa o a svolgere, al suo interno, una funzione più o meno rilevante e considerata.
D’altro lato, e forse più radicalmente, molte teorie del riconoscimento cercano di mostrare come questo processo sia centrale per la definizione della stessa identità personale del soggetto. Quest’ultima viene, cioè, considerata come costitutivamente dipendente dai feedback offerti a un individuo dagli altri componenti della sua comunità di riferimento. Secondo queste teorie, l’esperienza del mancato riconoscimento si ripercuote negativamente sulla comprensione che gli individui hanno di sé stessi e ciò diviene ancora più significativo da un punto di vista politico e morale allorché il “misconoscimento” sia dovuto a caratteristiche particolari degli individui quali, ad esempio, il colore della pelle, il sesso, l’orientamento sessuale o religioso.
Proprio a causa di questa sua fondamentale importanza per la costituzione dell’identità personale e per la determinazione della posizione sociale dei singoli membri di una comunità, i teorici del riconoscimento hanno cercato di mostrare che esso rappresenti «un bisogno umano fondamentale» (Taylor, 1992, p. 26), qualcosa che gli individui naturalmente cercano e per cui sono disposti a lottare, e che dunque può essere utile per comprendere il meccanismo alla base di alcune delle più significative forme di confronto sociale che hanno caratterizzato il panorama politico occidentale a partire, almeno, dal secondo dopoguerra (cfr. infra).
Più in generale, per i teorici del riconoscimento questo concetto rappresenta, in virtù della sua vasta ampiezza semantica e della sua capacità esplicativa, una categoria fondamentale della filosofia morale e delle scienze sociali, come nel caso della letteratura sul lavoro sociale – una categoria, cioè, capace di offrire una base di partenza privilegiata per l’inquadramento e la comprensione della maggior parte dei problemi e dei concetti che sono propri di questi domini del pensiero.
Alle radici della teoria del riconoscimento: Fichte e Hegel
La centralità del concetto di riconoscimento nel dibattito attuale ha contribuito al fiorire di numerosi studi circa le origini storiche e i molteplici significati che esso assume in molti autori della tradizione filosofica (si vedano, anche per ulteriore bibliografia, i saggi raccolti in Achella, Forlè, Mordacci, 2021). Ciò ha condotto a individuare le prime tracce di questo concetto, da un lato, nelle riflessioni dei moralisti francesi e di Rousseau, e, dall’altro, nelle riflessioni di filosofi della tradizione inglese, quali Thomas Hobbes, David Hume, Adam Smith e John Stuart Mill (Honneth, 2019; Haara, Stuart Buttle, 2024).
Le prime compiute ed esplicite teorie del riconoscimento vengono tuttavia elaborate in seno alla filosofia classica tedesca, in particolare da Fichte e da Hegel. L’importanza che il concetto di riconoscimento qui assume non è però dovuta, almeno in prima istanza, a specifici interessi attinenti alla sfera della politica e del diritto o a quella della psicologia. Piuttosto, per gli autori dell’idealismo tedesco una teoria del riconoscimento prende senso solo in considerazione della particolare rilevanza che il tema della soggettività e dell’autocoscienza assumono nel contesto della loro ricezione del pensiero di Immanuel Kant. Se, infatti, sulla scia aperta da quest’ultimo si assume che l’autocoscienza abbia un significato centrale per comprendere la natura del sapere e dell’agire umano, allora diventa fondamentale comprendere innanzitutto cosa siano l’autocoscienza e la soggettività stessa.
Proprio nel tentativo di risolvere questo problema, Fichte giunge per la prima volta a ipotizzare che il soggetto (o, nella sua terminologia, l’Io) possa sviluppare un’adeguata comprensione di sé stesso e, in particolare, della sua costitutiva libertà soltanto nell’ambito della relazione di riconoscimento con altre autocoscienze altrettanto libere e agenti.
Il presupposto della complessa argomentazione di Fichte è che il soggetto non possa giungere a un’adeguata consapevolezza di cosa significhi disporre della libertà, intesa come facoltà di autodeterminarsi, se esso rimane nell’ambito di una concezione astrattamente teoretica della realtà, perché questa è costitutivamente rivolta a oggetti che il soggetto assume come già formati; per lui, inoltre, anche la capacità di porsi degli scopi che permettano al soggetto di operare sull’oggettività e di trasformarla non spiega ancora la libera autodeterminazione all’agire del soggetto stesso, ovvero la sua decisione di realizzare concretamente quegli stessi scopi (Fichte, 1994, p. 39).
Per superare questa difficoltà Fichte ricorre al concetto di appello, con il quale egli intende l’invito che un soggetto generico rivolge a un altro soggetto a intraprendere una determinata azione. Ora, nel conseguente tentativo di comprendere le caratteristiche specifiche di questo appello intersoggettivo Fichte introduce il concetto di riconoscimento nella sua filosofia. Egli mostra infatti che un’adeguata comprensione della natura dell’appello richiede in primo luogo la capacità del soggetto interpellato di riconoscere nell’autore dell’appello non solo un soggetto razionale, capace di elaborare concetti, ma anche qualcuno che si aspetta una reazione libera. In secondo luogo, e questo è il punto fondamentale, Fichte mostra che l’appello trova una sua ulteriore condizione nella reciproca limitazione della propria assoluta libertà da parte dei soggetti che esso lega. Secondo Fichte, infatti, il soggetto interpellato deve sapere che il soggetto autore dell’appello ha limitato la propria libertà: invitare qualcuno a un’azione significa infatti rinunciare a imporgli la propria assoluta libertà. D’altra parte, però, anche il soggetto che riceve l’appello deve limitare la propria libertà, se vuole mostrare di aver compreso la natura dell’appello che gli è stato rivolto. La condizione di possibilità di una completa autoconsapevolezza del soggetto morale sta dunque in un fare reciproco e speculare: o, come Fichte dice, presentando espressamente il suo concetto di riconoscimento, «nessuno dei due può riconoscere l’altro, se tutti e due non si riconoscono reciprocamente, e nessuno dei due può trattare l’altro come un essere libero, se tutti e due non si trattano così reciprocamente» (ivi, p. 40).
Qui si può prescindere da un’analisi ulteriore della concezione fichtiana. Per i nostri fini, infatti, è più importante notare che l’analisi fichtiana del riconoscimento si colloca su un piano trascendentale, tale cioè da analizzarne le “pure” condizioni di possibilità, prima di ogni contaminazione empirica. Una sostanziale “detrascendentalizzazione” del concetto di riconoscimento caratterizza, invece, la comprensione che di esso offre Hegel. Collocandosi sulla linea di pensiero inaugurata da Fichte, anche Hegel mette in rilievo il ruolo che il rapporto di riconoscimento assume per la genesi dell’autocoscienza e della soggettività umane. Tuttavia, diversamente da Fichte, Hegel sposta il focus del suo discorso da un’analisi delle condizioni in senso lato trascendentali del riconoscimento a una ricostruzione “fenomenologica” dei diversi momenti o tappe dello sviluppo ideale dell’autocoscienza. Per questo motivo egli riesce a elaborare un concetto di riconoscimento «molto più sostanziato di empiria» (Honneth, 2019, p. 117) rispetto a quello di Fichte e molto più attento di quest’ultimo alle condizioni sociali e culturali, oltre che alle forme fallimentari o difettive del riconoscimento (le cosiddette forme di misconoscimento) che possono realizzarsi nella storia e nell’esistenza concreta degli individui.
Ciò diviene chiaro soprattutto in alcuni passaggi della Fenomenologia dello spirito che hanno esercitato una perdurante influenza sulla teoria del riconoscimento: in quest’opera, infatti, Hegel mostra che il bisogno del riconoscimento può assumere forme molto meno ireniche della libera autolimitazione prospettata da Fichte e condurre invece gli individui umani a coinvolgersi persino in una lotta per la vita e per la morte, per mezzo della quale essi cercano di mostrare l’uno all’altro che per loro il bisogno di riconoscimento e di assoluta libertà è più importante di ogni altro desiderio e, al limite, della vita stessa (Hegel, 2008, vol. i, pp. 152 ss.; sulla struttura formale del concetto hegeliano di riconoscimento cfr. Bellan, 2003).
Successivamente Hegel ha cercato di mettere in rilievo che le difficoltà implicite in una teoria asimmetrica del riconoscimento, tali da assumere la forma di una lotta per la vita e per la morte, possono essere superate solo all’interno di un sistema istituzionale in grado di garantire la reciprocità del riconoscimento stesso. Nei Lineamenti di filosofia del diritto l’esposizione sistematica della reciproca implicazione tra il riconoscimento e le istituzioni oggettive viene quindi sviluppata nelle tre sfere della famiglia, del sistema della proprietà e del diritto, e dello Stato. Il riconoscimento, allora, perde definitivamente l’aspetto di puro principio formale della possibilità dell’autocoscienza che aveva ancora in Fichte e si rivela piuttosto inestricabilmente connesso con l’esposizione di una storia ideale che coinvolge sia forme e modelli istituzionali che lo sviluppo delle autocoscienze individuali (Hegel, 2006).
Riconoscimento e critica sociale: aspetti del dibattito contemporaneo
La concezione del riconoscimento elaborata da Hegel ha spesso rappresentato un punto di riferimento privilegiato per i teorici moderni di questo concetto. Ciò, come si è accennato, dipende dal fatto che Hegel ha cercato di mostrare che la realizzazione di forme adeguate di riconoscimento richiede un lungo processo storico, in cui le forme del riconoscimento imperfette ma sedimentate nelle istituzioni (e nel modo di pensare dei soggetti coinvolti) vengono via via sostituite da altre più progredite, più libere e più giuste. Proprio per questo, però, sembra possibile ricavare dalla sua teoria del riconoscimento gli strumenti concettuali necessari a una critica generale della società e delle istituzioni, che possono essere “valutate” secondo la loro capacità di offrire ai loro componenti una forma adeguata di riconoscimento (su questo cfr., in particolare, Honneth, 2002).
Inoltre, la proposta hegeliana di spiegare la dinamicità sul piano storico del riconoscimento tramite una lotta che si instaura tra soggetti in carne e ossa, mossi da bisogni e preoccupazioni “reali”, sembra in grado di illuminare il meccanismo di innesco delle rivendicazioni politico-sociali avanzate nell’ultimo secolo dai movimenti de-coloniali, da ampi settori del pensiero femminista e dai movimenti omo-transessuali. Secondo i teorici del riconoscimento, infatti, questi movimenti non si battono in primo luogo per migliori condizioni economiche dei loro componenti e nemmeno per ottenere soltanto un allargamento dei loro diritti; piuttosto, essi aspirano al riconoscimento della dignità di caratteristiche specifiche della loro identità, che ritengono essere svalutate nel contesto dei valori dominanti di una determinata società.
Una comprensione delle dinamiche sociali basata sul concetto di riconoscimento mostra così di poter essere particolarmente esplicativa. Ciò nonostante, le moderne teorie del riconoscimento sono state anche oggetto di alcune critiche: per esempio, Nancy Fraser ha cercato di mostrare con particolare riferimento alla lotta femminista e ai movimenti omosessuali americani che il solo paradigma del riconoscimento, disgiunto da una parallela lotta per il miglioramento delle condizioni economiche dei soggetti discriminati, potrebbe non essere sufficiente a garantire loro una parità di partecipazione politica nelle rispettive comunità di riferimento. Per Fraser, infatti, molti casi di ingiustizia sociale sono dovuti a una combinazione di sfruttamento economico e mancato riconoscimento, con la conseguenza che solo una teoria in grado di dare importanza tanto all’aspetto identitario (il riconoscimento) quanto a quello materiale-economico (la lotta per una maggiore giustizia distributiva) sarebbe in grado di contribuire a un vero avanzamento sociale (Fraser, 2003).
Un ulteriore filone critico, forse persino più radicale, può essere infine individuato in una serie di autori, spesso di lingua francese, che hanno messo in discussione la capacità della lotta per il riconoscimento di realizzare una vera emancipazione dei soggetti in essa coinvolti. Piuttosto, il bisogno di riconoscimento sociale da parte del singolo lo spingerebbe ad abbandonarsi totalmente al giudizio sociale e a comportarsi secondo canoni socialmente stabiliti. Proprio per questo motivo, però, il riconoscimento non sarebbe un veicolo di emancipazione e rappresenterebbe invece uno strumento di conservazione e riproduzione dell’ordine sociale vigente. Addirittura, seguendo una tradizione di pensiero che risale a Jean-Jacques Rousseau, sembrerebbe possibile individuare nel riconoscimento non un veicolo della progressiva liberazione degli individui quanto piuttosto un fattore della loro alienazione e del loro volontario assoggettamento all’ordine e ai costumi dominanti di una determinata era storica. Infatti, nel tentativo di ottenere il riconoscimento sociale cui aspira naturalmente, il singolo sarebbe indotto, secondo questa linea interpretativa, a simulare il possesso di determinate qualità e caratteristiche e, con ciò, a uniformarsi a determinati pattern comportamentali. In questo modo, però, il bisogno di riconoscimento finirebbe, da un lato, con il configurarsi come il volano del conformismo sociale e della conservazione delle dinamiche esistenti (Althusser, 1976) e, dall’altro, esso starebbe alla base del rischio corso costitutivamente dal soggetto che aspira al riconoscimento di sbagliarsi circa la vera natura del proprio sé e della propria più profonda identità.
Negli ultimi anni la necessità di tener conto di queste critiche al ruolo etico-morale del concetto di riconoscimento è stata accolta anche da alcuni dei maggiori difensori di questo concetto. In particolare, Axel Honneth ha tentato di elaborare una “piattaforma” concettuale che aspira a migliorare la teoria hegeliana del riconoscimento, integrando in essa i più significativi rilievi critici che nel frattempo sono stati elaborati nel pensiero contemporaneo (Honneth, 2019, pp. 127-66).
A prescindere dai risultati concreti di questa impresa, essa testimonia dell’importanza che il concetto di riconoscimento, nelle sue diverse accezioni e nelle diverse tradizioni filosofiche in cui è stato declinato, può giocare in vista di una spiegazione della vita umana nella sua costitutiva complessità.
Il lavoro sociale come ambito di applicazione del concetto di riconoscimento
Il concetto di riconoscimento è stato ampiamente trattato nell’ambito delle scienze sociali e trova un rilevante spazio di approfondimento teorico e pratico nel lavoro sociale (Dominelli, 2010; Banks, 2012; ifsw, 2014). All’interno di questo specifico filone di letteratura il riconoscimento si configura come una pratica trasversale che informa le politiche sociali, l’etica, le teorie e le metodologie del lavoro sociale. Per questo motivo esso costituisce uno dei pilastri fondamentali del lavoro sociale contemporaneo. Il riconoscimento è strettamente connesso ai principi di dignità e giustizia sociale, offrendo una chiave di lettura e un mezzo di intervento nei contesti segnati da varie forme di disuguaglianza, come quelle economiche, sociali, culturali, di genere, razziali o legate all’accesso alle risorse e alle opportunità.
Il riconoscimento costituisce un elemento essenziale affinché individui e comunità “fragili” possano esercitare il controllo sulle proprie vite e autodeterminarsi. Questo processo, a sua volta, rappresenta un prerequisito fondamentale per permettere loro di divenire agenti di cambiamento, emancipandosi dal ruolo di destinatari passivi di aiuto (Freire, 1970).
Il riconoscimento è un elemento indispensabile per la realizzazione di interventi sociali che rispettino i principi etici e i riferimenti deontologici alla base della professione di social worker. Esso risulta determinante nella costruzione di relazioni di aiuto efficaci, eque e rispettose dei diritti fondamentali delle persone.
Il concetto di riconoscimento trova applicazione nel lavoro sociale con singoli individui e gruppi, ma può essere esteso anche alle pratiche di lavoro sociale di comunità. In questo contesto, riveste un ruolo cruciale nel rafforzare la coesione e l’inclusione sociale. A livello comunitario, il riconoscimento trascende la dimensione individuale per abbracciare quella collettiva, favorendo percorsi di trasformazione attraverso la partecipazione, l’empowerment e la gestione delle disuguaglianze (Dominelli, 2010).
In una società sempre più globalizzata e multiculturale, il riconoscimento diventa una chiave di lettura importante del lavoro sociale interculturale, permettendo di comprendere la diversità culturale e di promuovere il rispetto e la valorizzazione dei gruppi minoritari, emarginati e oppressi.
Il tema del riconoscimento è ampiamente richiamato nella Definizione internazionale di social work e nei principali documenti internazionali sugli standard etici del servizio sociale. La definizione formulata nel 2014 dall’International Federation of Social Workers (ifsw) e dall’International Association of Schools of Social Work (iassw) identifica il riconoscimento come un elemento fondamentale del lavoro sociale. Nel documento si afferma che
il lavoro sociale è una pratica professionale e una disciplina accademica che promuove il cambiamento sociale, la coesione sociale, l’emancipazione e liberazione delle persone. I principi di giustizia sociale, diritti umani, responsabilità collettiva e rispetto per le diversità sono centrali per il lavoro sociale (ifsw, 2014; trad. mia).
All’interno di uno dei più recenti documenti sull’etica nel lavoro sociale in prospettiva internazionale, il Global Social Work Statement of Ethical Principles (ifsw, 2018), si pone l’attenzione sul valore intrinseco della persona e sul ruolo del lavoro sociale nella lotta verso ogni forma di discriminazione o marginalizzazione.
In questi documenti si trovano diversi elementi tipici del riconoscimento, tra cui:
– il rispetto per le diversità, inteso come la valorizzazione delle identità, delle culture e delle esperienze uniche di ogni individuo, gruppo o comunità;
– la promozione dell’autodeterminazione e dell’emancipazione delle persone, volta a migliorare le condizioni di bisogno, anche attraverso la trasformazione del contesto in cui vivono, ad esempio favorendo la loro partecipazione attiva alla vita sociale, politica ed economica;
– il sostegno a processi di responsabilizzazione collettiva e alla promozione di margini crescenti di giustizia sociale. In questa prospettiva, il riconoscimento supera l’intervento sul singolo individuo, estendendosi al contrasto delle disuguaglianze strutturali, attraverso il riconoscimento dei diritti collettivi, inclusi quelli di minoranze e gruppi oppressi o marginalizzati.
A questo proposito, Dominelli (2002) evidenzia come il riconoscimento delle diversità sia un elemento centrale nella pratica del lavoro sociale. Il riconoscimento è dunque parte integrante dei percorsi di sviluppo sociale ed è indispensabile per promuovere margini crescenti di equità e giustizia sociale. All’interno del lavoro sociale il riconoscimento, l’empowerment e lo sviluppo sociale sono profondamente interconnessi (Midgley, Conley, 2010).
Il riconoscimento costituisce una precondizione per dare concretezza ai principi etici che orientano l’agire professionale. Ad esempio, il rispetto del principio di autodeterminazione richiede che il professionista riconosca l’autonomia della persona, anche quando quest’ultima è limitata da fattori esterni o interni. Allo stesso modo, il perseguimento della giustizia sociale non può essere realizzato senza sviluppare un processo conoscitivo che conduca al riconoscimento delle disuguaglianze strutturali che ostacolano l’accesso equo alle risorse, alle opportunità e alle libertà (Sen, 1992).
Fin dalle origini del social work, l’impiego del concetto di riconoscimento nella riflessione sull’etica e la deontologia professionale ha contribuito in modo significativo alla definizione dell’impianto delle norme deontologiche. Ancora oggi questo connubio arricchisce il dibattito sulle strategie più efficaci per costruire interventi volti a rimuovere le disuguaglianze e promuovere la giustizia sociale (Banks, 2012)
Le politiche pubbliche e le istituzioni svolgono un ruolo cruciale nel favorire i processi di riconoscimento dei bisogni sociali. Il pieno riconoscimento dell’Altro non può prescindere da un sistema di politiche orientato a promuovere inclusione e giustizia sociale (Ambrosini, 2004; Gallino, 2007).
Nonostante il riconoscimento sia ormai un principio centrale nel lavoro sociale, lo scenario contemporaneo presenta ancora importanti sfide per la sua piena utilizzazione. Si pensi, ad esempio, alle situazioni in cui il social work ha da affrontare scarsità di risorse economiche, barriere istituzionali, vincoli burocratici, persistenza di stereotipi impliciti nelle valutazioni delle situazioni di bisogni e fenomeni di stigmatizzazione sociale (Barberis, Boccagni, Denaro, 2024). Questi ostacoli, che possono facilmente condurre a misure o interventi discriminatori, rappresentano per studiosi e professionisti del lavoro sociale una fonte di difficoltà, spesso associata a dilemmi etici. Tuttavia, essi costituiscono anche un’opportunità per far progredire ulteriormente le conoscenze teoriche, migliorare le competenze riconducibili al piano del metodo e delle tecniche di intervento e promuovere nuove pratiche sempre più capaci di includere il pieno riconoscimento dell’Altro.
Il ruolo del riconoscimento nella relazione di aiuto
Il riconoscimento è un concetto che permea la relazione di aiuto sociale professionale.
In questo contesto, riconoscere l’altro implica vedere e ascoltare il proprio interlocutore nella sua unicità, come soggetto portatore di un vissuto personale, oltre che di risorse culturali e sociali. Il riconoscimento, pertanto, non ha implicazioni solo sul piano emotivo e psicologico, ma si estende anche a quello sociale e politico; richiama direttamente concetti quali dignità e rispetto (Sennett, 2003), nonché la partecipazione attiva del destinatario dell’intervento.
Nella relazione d’aiuto il riconoscimento assume un ruolo cruciale, poiché comporta la valorizzazione della dignità e del valore intrinseco della persona. Questo approccio definisce il beneficiario dell’intervento come una persona meritevole di rispetto, indipendentemente dalle sue difficoltà o vulnerabilità.
Il riconoscimento riveste un ruolo centrale nella costruzione di una solida relazione professionale d’aiuto. Esso si realizza mediante l’ascolto attivo volto a comprendere le esperienze dell’Altro (Rogers, 1957), l’assunzione di posture non giudicanti e la costruzione di una relazione di fiducia reciproca.
La relazione d’aiuto deve essere sempre caratterizzata dal riconoscimento reciproco tra professionista e utente. Il riconoscimento non può essere un atto unilaterale del social worker verso il destinatario dell’intervento; deve svilupparsi all’interno di una dinamica di reciprocità. Questo scambio di riconoscimento contribuisce alla costruzione di un legame basato sulla fiducia, la responsabilità e l’impegno reciproco (Parton, O’Byrne, 2000), volto alla produzione di un cambiamento positivo a livello individuale e sociale.
Il lavoro sociale, in tutte le relazioni d’aiuto, implica di stare in relazione con l’Alterità. In questo senso l’Alterità è una dimensione intrinseca del lavoro sociale. Per certi versi, tutte le relazioni d’aiuto sono in essenza inter-culturali e tutto il social work è permeato da “differenza e relazione”. All’interno della relazione d’aiuto assistenti sociali e utenti sono portatori di differenze e cultura. Nel lavoro sociale interculturale propriamente detto il tema delle differenze culturali assume un’ulteriore rilevanza, perché da tali differenze possono scaturire incomprensioni maggiori rispetto a quelle riscontrabili nella gran parte delle relazioni umane (Cabiati, 2020). All’interno del servizio sociale interculturale il tema della comprensione dell’Altro si connette con l’esigenza di cogliere le differenze di valori, abitudini, percorsi biografici ecc. che, a loro volta, rinviano al tema del riconoscimento e a quello della reciprocità.
Il riconoscimento può essere definito anche come il processo attraverso cui qualcuno viene a esistere e a sapere di sé attraverso qualcun altro (Gomarasca, 2011). Esso comporta dunque un incessante esercizio critico e riflessivo da parte di tutti gli attori coinvolti nella relazione.
Come ricordato, il riconoscimento può esistere solo in un contesto di reciprocità. Da questo deriva che l’assistente sociale ha bisogno di conoscere l’Altro, ma anche di essere riconosciuto dal proprio interlocutore. Social worker e persona/utente condividono la condizione di bisogno di conoscenza dell’Altro nella sua diversità e il bisogno di essere riconosciuto dall’Altro (Lefebvre, 2015).
Nel lavoro sociale interculturale il riconoscimento non rinvia alla mera accettazione della diversità culturale, ma costituisce un impegno attivo per eliminare le barriere sociali, psicologiche e culturali che ostacolano la comprensione dell’Altro. Solo in questo modo all’interno della relazione d’aiuto è possibile costruire una condizione basata sul rispetto reciproco che, a sua volta, è prerequisito che consente a ogni soggetto di sentirsi accettato nella sua unicità.
Il riconoscimento nel lavoro sociale implica un approccio “culturalmente competente” (Sue, 2010) che permetta all’operatore sociale di sviluppare una adeguata sensibilità alle differenze culturali ed evitare forme di paternalismo o di imposizione culturale.
Il riconoscimento nell’ambito del lavoro interculturale, inoltre, richiede di andare oltre la semplice tolleranza e implica un impegno almeno in due direzioni: cambiare le proprie percezioni e riconoscere le disuguaglianze strutturali che possono influenzare l’accesso alle risorse e l’esercizio sostanziale dei diritti. A questo proposito occorre aggiungere che il professionista deve avere consapevolezza delle dinamiche di potere presenti e impegnarsi a promuovere processi di empowerment dei destinatari dell’intervento, riconoscendo le loro capacità e le loro risorse come agenti di cambiamento, ma anche come persone dotate di dignità e di autonomia (Sennett, 2003). Solo in questo modo il riconoscimento permette al soggetto di percepirsi e di essere percepito come figura attiva, che può partecipare e influenzare le decisioni che riguardano la sua vita e il contesto sociale di appartenenza.
All’interno del lavoro sociale e, ancora di più, nell’ambito del lavoro sociale interculturale, il riconoscimento non costituisce solo un atto simbolico, ma rappresenta un mezzo concreto per promuovere la libertà della persona, la sua autonomia, la partecipazione e la giustizia sociale (Ciucci, 2014). In questo senso il riconoscimento reciproco è una condizione essenziale per costruire contesti sociali più equi, dove le differenze culturali sono valorizzate e le persone possono essere attori della propria vita (Powell, Biggart, 2013).
Nell’ambito del lavoro sociale il tema del riconoscimento è stato legato anche al riconoscimento del valore della professione e della sua autonomia. Si tratta di temi cruciali nel dibattito internazionale, sviluppatosi ampiamente a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale. Questo confronto ha riguardato vari aspetti, tra cui il ruolo che il lavoro sociale svolge nel garantire il benessere delle persone e delle comunità e la necessità di un maggiore riconoscimento professionale che legittimi il lavoro dei social worker e del servizio sociale come disciplina e professione autonoma e qualificata.
In questo contesto, il riconoscimento del lavoro sociale è stato visto anche come un elemento chiave per il rafforzamento dell’autonomia professionale, che consente agli operatori sociali di agire in modo indipendente e di essere considerati figure di riferimento nell’intervento sociale. Questo processo di riconoscimento è ritenuto fondamentale per garantire la qualità dei servizi sociali, la competenza professionale e la legittimazione del lavoro sociale come risorsa per la promozione del benessere e della giustizia sociale.
I parr. 1, 2 e 3 sono di Gaetano Basileo, i parr. 4 e 5 sono di Elisa Matutini.
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