Alle origini del dialogo filosofico: letteratura, teatro e il problema del metodo
“Dialogo” (dal greco antico: διάλογος, a sua volta da διαλέγομαι, “conversare, discorrere”), nella sua accezione più ampia, è un confronto verbale tra due o più persone che, associate dal comune interesse per la ricerca, discutono su argomenti non necessariamente contrapposti. Come forma letteraria, è un’esposizione intellettuale organizzata accuratamente in una conversazione che mira a mantenere una visione polifonica tra le parti interessate.
Le più antiche rappresentazioni dialogiche pervenuteci, sebbene oggi ne restino poche tracce, sono i Mimi siciliani, scritti in prosa ritmica da Sofrone di Siracusa all’inizio del v secolo a.C., un’eccellenza indiscussa della Magna Grecia e del mondo ellenico. Una testimonianza esemplare di tale grandezza letteraria è rintracciabile anche in Platone, laddove lo storico Diogene Laerzio riferisce che il filosofo ateniese non riusciva mai a separarsi dai «libri dimenticati del mimografo Sofrone, e che i costumi formasse da quelli» (Laerzio, 1842, vol. i, l. iii, xiii, 18-21, p. 225), al punto da accoglierlo e introdurlo negli ambienti culturali più esclusivi di Atene. Alcuni studi critici al riguardo (Briscoe, 1998) confermano più in generale l’ammirazione di Platone verso queste forme popolari di teatro, dalle quali egli trasse ispirazione per perfezionare e rendere i suoi Dialoghi una creazione filosofica originale e indipendente (Casertano, 2000). Lo stesso Aristotele (2007, 1447b, 28b, p. 3), associando i Mimi del siracusano e di suo figlio Senarco ai dialoghi platonici, testimonia l’affinità degli uni con gli altri.
La convinzione della superiorità del dialogo (διάλογος) (Fedro, 275d276c), come forma letteraria che esalti il metodo dialettico (διαλεκτική τέχνη) di una rigorosa concettualizzazione (Rep. vi, 511c), si mostra evidente in Platone anche dal suo rifiuto di ridurre il pensiero speculativo alla semplice forma di un sommario (Giannantoni, 2007). L’obiettivo di Platone, come noto, era di riuscire a trovare la migliore espressione di scrittura che “mimasse” il dialogo vivente di Socrate per poterne manifestare tutta la vivacità speculativa su questioni etiche, politiche e ontologiche, in un continuo e serrato confronto, e giungere così alla consapevolezza che nulla si può affermare con certezza intorno alle cause ultime della vita, ma si può «dare a questo discorso una dignità veramente educativa» (Trabattoni, 1994, p. 36). A partire da questo limite umano di «sapere di non sapere», la figura di Socrate sembrerebbe aver offerto a Platone la migliore ispirazione a declamare i suoi ideali filosofici mediante la forma dialogica che svolge le funzioni di ricercare la verità, costruire relazioni, sviluppare il pensiero critico, esplorare differenti prospettive. Inoltre, le caratteristiche essenziali, che accomunano le pratiche dialogiche platoniche, possono essere sintetizzate come segue:
“La pluralità di scene”. A differenza della scrittura oracolare parmenidea, incentrata sulla struttura dei divieti e dei comandi, il dialogo privilegia il continuo domandare e rispondere, la dissimulazione, l’ironia e i rimandi, mediante la sovrapposizione di scene che narrano alcune conversazioni realmente accadute e poi riferite da qualcuno che le ha ascoltate. A tal proposito, esemplare è il Simposio.
“Il pathos teatrale”. Alla pluralità delle scene corrisponde la molteplicità degli stili narrativi e la descrizione dettagliata di un pathos teatrale travolgente. Basti ricordare l’ombra del platano lungo le rive del fiume Ilisso nel Fedro o la scena finale del Simposio, quando Alcibiade irrompe ubriaco nella sala, con il suo carico di passioni ed emozioni.
“Un continuo domandare e rispondere”. A differenza dei lunghi discorsi dei sofisti, il dialogo consiste generalmente in brevi scambi di battute e mira a ricercare la verità e la virtù, l’interazione umana, la contrapposizione critica di idee e l’apertura culturale, contribuendo in modo significativo alla formazione del pensiero filosofico e all’evoluzione delle idee, nella consapevolezza, però, che non esiste una risposta definitiva da affidare una volta per tutte al testo scritto.
Platone si rende conto più di chiunque altro suo contemporaneo che la vita è sempre più ricca delle teorie che l’uomo elabora per comprenderla e tale consapevolezza si rivela necessaria alla forma dialogica filosofica, già presente in nuce nelle tragedie greche, come precisa Charles Segal: Quantunque il mezzo da loro impiegato sia diverso, i poeti tragici sono fratelli spirituali dei filosofi che, come Eraclito, Democrito e Platone, sanno che nella superficie del mondo c’è più inganno che verità e si sforzano di capire perché la vita è ciò che è, perché esiste il dolore, come si possono realizzare nella società la giustizia e l’azione morale e quale sia l’ordine più complessivo, se uno ne esiste, che rende la nostra esistenza intellegibile. Dopo il v secolo si continua a rappresentare tragedie, ma le energie creative, le preoccupazioni etiche e le ricerche teologiche che avevano prodotto i capolavori si riversano adesso nella filosofia e nella storia. Gli spettatori di Eschilo e di Sofocle sono, ora, anche i lettori di Platone e di Aristotele (Segal, 1991, p. 217).
Ciò che resta immutato attraverso i secoli è la dissimulazione dell’autore celata sotto le vesti dei personaggi dei dialoghi. Platone assume quelle di Socrate, dello straniero di Elea nel Sofista e nel Politico, di Timeo nel dialogo omonimo (Cambiano, 1988, p. 76).
Il grande merito del filosofo ateniese sembrerebbe, quindi, quello di avere intuito e riconosciuto nella forma dialogica la (ri)scrittura paradossale e originale della storia, della vita e delle idee di Socrate.
Aristotele, confrontandosi con le tematiche di Platone, ne prosegue la tradizione, pur non scrivendo in una forma dialogica vera e propria. Il suo approccio scientifico e sistematico alla filosofia segna un’importante transizione verso un metodo più analitico, differenziandosi, quindi, dal metodo platonico, soprattutto per la rottura dell’anonimato dell’autore. È molto probabile che Aristotele sia stato il primo a presentarsi come interlocutore privilegiato in un dialogo filosofico, le cui rappresentazioni sceniche risultano però scarse rispetto a quelle platoniche. Lo Stagirita, invece di offrire un’unità organica dialogica, una rappresentazione scenica ben circoscritta e una discussione finale, divide schematicamente la sua opera in prefazione e dialogo, allontanandosi così anche dall’eredità della tragedia classica greca.
La forma dialogica nell’età tardoantica e nel Medioevo
Durante il Medioevo, il dialogo filosofico si trasforma, adattandosi ai canoni della speculazione scolastica e maturando interessi comuni alle tematiche filosofiche e a quelle teologiche del periodo. Già verso la fine dell’epoca classica, Agostino d’Ippona utilizza, per esempio, la forma dialogica interiore e intersoggettiva come strumento per indagare la natura di Dio, la libertà umana, il peccato, la grazia e la verità. È dunque un processo continuo di ricerca della verità e di comprensione della relazione tra l’umano e il divino, che influenzerà profondamente la filosofia e la teologia occidentale. L’Ipponate delle Confessiones (398 d.C.) riflette infatti su di sé e sulla sua vita, cercando di comprendere la propria esistenza e la sua relazione con Dio. Nel De civitate Dei (413-426 d.C.) affronta la discussione riguardo al problema del male, introducendo l’idea che il male (ontologico, morale e fisico) derivi dall’uso “distorto” del libero arbitrio. Tommaso d’Aquino, altro massimo esponente del Medioevo, nella sua Summa Theologiae (1265) affronta questioni metafisiche, epistemologiche, etiche e teologiche, al fine di integrare la filosofia aristotelica con la fede cristiana. Nel suo intento speculativo, il dialogo assume una forma rigorosa e sistematica, ricca di domande e relative obiezioni a cui si risponde mediante l’applicazione del principio di non-contraddizione, che sta alla base della sua argomentazione logica e del modo in cui esplorare la verità mediante la disputatio. Il culmine del dialogo filosofico tommaseo è giungere a una conclusione che sia coerente sia con la ragione che con la rivelazione divina, il che porta inevitabilmente la sua speculazione a una dimensione mistica e teologica, ove la ricerca della verità e del bene è vista come una via per avvicinarsi a Dio.
La riscoperta rinascimentale moderna della forma dialogica
Nei dialoghi rinascimentali e dell’età moderna riemerge con forza l’interesse per le forme letterarie antiche e l’espressione mimetica autoriale di stile platonico. Si pensi, per esempio, a Giordano Bruno, René Descartes, Galileo Galilei e David Hume. La struttura dialogica degli scritti bruniani, come De gli eroici furori (1585), riveste un ruolo centrale nel suo pensiero e nella sua opera. Mediante questa forma espressiva egli riesce a esplorare e comunicare le sue idee innovative e spesso controverse, sollecitando la curiosità del lettore e invitandolo a partecipare consapevolmente alla ricerca della verità. Descartes scrive La recherche de la verité par la lumière naturelle (1642?), un dialogo eminentemente socratico, poco noto e rimasto incompiuto (Hösle, 2021, p. 122), che ha come protagonisti Poliandro (l’uomo distratto da molti interessi materiali e inadatto alla ricerca), Epistemone (uomo rappresentante la personificazione della vacuità della retorica scolastica) e, infine, Eudosso (scienziato greco del iv secolo a.C., amante dei viaggi e della ricerca per accrescere il sapere) dietro cui si “mimetizza” lo stesso filosofo francese. Anche Galileo, come testimoniato dal suo Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo tolemaico e copernicano, presenta il proprio pensiero in forma dialogica, nella speranza che ciò non solo renda agevole la lettura anche ai non esperti della disciplina (Galilei, 1998, p. 6) ma gli permetta anche di non incorrere in forme di censura (speranza risultata vana, come noto). D’altro canto, Hume, dopo aver composto A Treatise of Human Nature (1739-40), si prodiga alla scrittura dei Dialogues concerning Natural Religion (Hume, 1993), pubblicati postumi nel 1779. In quest’opera compaiono personaggi molto diversi tra loro, non solo per le posizioni filosofiche ma anche per il pathos che trasmettono al lettore, come lo scettico Filone che rappresenta la figura del mediatore tra l’ortodossia rigorosa di Demea e la posizione più moderata di Cleante. Ciò che emerge dalle varie analisi filologico-speculative è che nessuno dei tre protagonisti può essere identificato con figure storicamente precise e connotate, con l’eccezione di Filone, nel quale alcuni studiosi vedono una personificazione della posizione di Hume stesso.
Tutti questi approcci filosofici hanno contribuito al successivo confronto di idee, dando vita a una molteplicità di visioni del mondo e dell’essere umano. Il dialogo rappresenta una forma espressiva significativa e variegata, utilizzata da diversi filosofi per esplorare tematiche complesse, costruire argomentazioni e stimolare il pensiero critico, distinguendosi per la sua capacità di coinvolgere il lettore in una sorta di conversazione intellettuale.
Nel xviii secolo, filosofi come Voltaire, Denis Diderot e Jean-Jacques Rousseau utilizzano in particolare la forma dialogica per affrontare temi politici, religiosi e sociali. Il secolo successivo vede l’emergere di correnti filosofiche come l’idealismo tedesco, il positivismo e il socialismo. Filosofi come Friedrich Hegel, Søren Kierkegaard e Friedrich Nietzsche strutturano il loro pensiero in forme dialogiche. Hegel utilizza il dialogo in un contesto più sistematico, dove la dialettica diventa un metodo per risolvere contraddizioni attraverso il confronto di idee, culminando nella sintesi. Kierkegaard e Nietzsche, invece, utilizzano forme di narrazione e confronto per esplorare l’esistenza, la verità e il soggetto, offrendo riflessioni fondamentalmente diverse alle questioni esistenziali, etiche e spirituali. Kierkegaard vede il dialogo come un percorso interiore che coinvolge la fede, l’introspezione e la ricerca autentica della verità. Nietzsche, d’altra parte, propone un dialogo più conflittuale e provocatorio, orientato a sfidare le convenzioni e promuovere una nuova comprensione della vita e della verità nelle sue molteplici prospettive.
Dal xix al xx secolo: nuove prospettive del dialogo filosofico
Il dialogo filosofico assume nuove forme di espressività nel xx secolo. Si pensi, per esempio, ai contributi derivanti dal movimento esistenzialista di Jean-Paul Sartre o dal pensiero di Jürgen Habermas. Entrambi i filosofi si sono confrontati con le sfide della modernità ma le loro posizioni sono distanti per le loro diverse radici teoriche e orientamenti filosofici. Il primo, autore del celeberrimo Essere e nulla, è noto per la sua riflessione sull’individualità, sulla libertà e sull’assurdo dell’esistenza umana. Tematiche sulle quali ruota l’idea che l’individuo, non avendo strutture predefinite o essenze che guidano le sue scelte esistenziali, è condannato di fatto a essere libero e, dunque, a creare il proprio significato e il proprio scopo attraverso le sue azioni. Per il filosofo esistenzialista, il dialogo è spesso visto come un modo per affermare l’identità e la libertà individuale ma può anche diventare un evento conflittuale, ove l’altro è visto come una minaccia per la propria libertà.
D’altra parte, Habermas mira a enfatizzare l’importanza della comunicazione e del dialogo per raggiungere una comprensione reciproca tra le parti comunicanti. La sua filosofia si concentra così sull’azione comunicativa, ovvero su come la trasmissione delle idee e il dialogo interpersonale possano condurre a una società più giusta. La sua opera Theorie des kommunikativen Handelns (Habermas, 1997) analizza proprio come le interazioni sociali possano essere orientate verso l’emancipazione e la democrazia. Da questo tipo di “normatività dialogica” di Habermas prende le distanze Hans-Georg Gadamer, la cui speculazione si avvale di un approccio distintivo e profondamente dialogico, basato sul pensiero platonicoaristotelico e su quello heideggeriano, che rifiuta il soggettivismo e il relativismo, che rinuncia a qualsiasi semplice nozione di metodo interpretativo e che fonda la comprensione sull’accadimento linguisticamente mediato della tradizione. L’opera Verità e metodo di Gadamer può essere vista come concentrata in quattro aree principali: la prima, e chiaramente la più influente, è lo sviluppo e l’elaborazione di un’ermeneutica filosofica; la seconda è il dialogo all’interno della filosofia e della storia della filosofia (in particolare con Platone, Aristotele, Hegel e Heidegger); la terza è l’impegno con la letteratura, in particolare con la poesia, e con l’arte; e la quarta è quella che Gadamer stesso definisce «filosofia pratica» (Da Re, 1982) e che comprende le questioni politiche ed etiche contemporanee. Il carattere dialogico del suo approccio è evidente, non solo per il ruolo teorico centrale che egli attribuisce al concetto di dialogo nel suo pensiero, ma anche per il carattere discorsivo, persino “conversazionale”, dei suoi scritti (egli usa il termine Gespräch, che può essere tradotto come “dialogo” o “conversazione”). In effetti, Gadamer è uno dei pochi filosofi per i quali il “colloquio” è diventato una categoria significativa della produzione filosofica.
Il dialogo oggi: uno sguardo sulle riflessioni contemporanee
Il continuo ripresentarsi del dialogo filosofico nelle diverse epoche storiche testimonia l’importanza di un’acquisizione fondamentale tramandata dal pensiero greco al pensiero moderno, un’acquisizione che si trasforma da ultimo in una vera e propria dottrina dell’essenza sociale che definisce «vero soltanto il pensiero in cui l’io e il tu si riuniscono, e questa unione […] è già essa stessa la verità» (Feuerbach, 1979, pp. 15-6). Da qui, l’ispirazione non soltanto della cosiddetta “filosofia del dialogo”, associata principalmente ai nomi di Franz Rosenzweig (Der Stern der Erlösung, 1921) e Martin Buber (Dialogisches Leben, 1947), ma anche a tutte quelle correnti di pensiero (dall’ermeneutica gadameriana alla teoria del discorso di Karl-Otto Apel e all’etica del discorso di Jürgen Habermas) che contrappongono al tradizionale paradigma monologico e coscienziale quello dialogico e comunicativo, capace di rendere conto della realtà sociale dell’uomo e del carattere intersoggettivo del logos. Il logos, in questa prospettiva dialogica, «non è né mio né tuo, e […] perciò sta al di là di ogni opinare soggettivo degli interlocutori» (Gadamer, 1983, p. 425).
Il dialogo, nell’evoluzione del processo comunicativo, ha ampliato e meglio definito sia la visione di intersoggettività (intesa come struttura emergente del processo comunicativo, nel quale l’interlocutore trascende il proprio mondo per accogliere quello dell’altro e per costruire un senso condiviso), sia quella dell’agire comunicativo, la cui azione è orientata alla comprensione reciproca, alla cooperazione e alla condivisione. Dimensione etico-morale tanto auspicata, che mette in atto criteri di solidarietà, di rispetto interlocutorio e di corresponsabilità per il buon esito della comunicazione (Fabris, 2014, p. 42), richiedendo il reciproco riconoscimento delle “buone ragioni” dell’altro, per non oscurare la complessità delle identità plurali, capaci di inglobare e integrare produttivamente e creativamente le diversità.
L’origine del modello dialogico è sempre presente nel movimento della riflessione odierna che si manifesta in diversi campi, dall’etica alla filosofia politica, dalla filosofia della mente all’epistemologia. Opere di autori contemporanei come Martha Nussbaum, Richard Rorty e Slavoj Žižek continuano a mostrare come il dialogo e il genere dialogico siano essenziali non solo per la filosofia ma anche per affrontare le sfide sociali e politiche contemporanee.
Se «l’io è il miracolo del tu», come si legge in uno spunto letterario, tratto da Il Libro del dialogo di Edmond Jabès (2016, p. 35), appare evidente (e necessaria) l’importanza di vivere oggi pienamente sia il tempo dialogico interpersonale, sia il cosiddetto «dialogo solitario» (Balthasar, 2006), momenti indispensabili a instaurare sempre nuovi incontri. Vivere è dialogare.
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