Manipolazione

di Tommaso Mapelli

In questo breve capitolo ci proponiamo di chiarire il concetto di manipolazione. Per farlo, partiremo da due definizioni: una legata al senso comune e l’altra riportata dal dizionario. La prima fornirà una spiegazione semplice, ma condivisa da molti; la seconda, invece, permetterà di approfondire il termine attraverso un’analisi della sua etimologia e del suo uso nel corso dei secoli. Infine, esploreremo le manifestazioni concrete della manipolazione, analizzandola sia dal punto di vista di chi la esercita, sia da quello di chi la subisce.

Successivamente, approfondiremo il fenomeno nelle relazioni interpersonali, soffermandoci sulle motivazioni consapevoli e inconsapevoli che muovono il manipolatore. Tra le prime, evidenzieremo il ruolo centrale dei disturbi della personalità come il narcisismo; tra le seconde, invece, analizzeremo fenomeni quali il gaslighting e i meccanismi di difesa dell’identificazione proiettiva e dello splitting.

Infine, esamineremo la manipolazione nell’ambito digitale, con particolare attenzione agli effetti che produce sugli utenti. In questo caso, non prenderemo in esame le motivazioni inconsapevoli del manipolatore, perché le consideriamo un prolungamento dell’ambito interpersonale in quello digitale. Ciò che ci interessa, invece, sono le caratteristiche intrinseche al funzionamento dei social media e dei motori di ricerca, che, progettati consapevolmente, hanno specifiche ricadute sugli utenti dal punto di vista psicologico, economico e politico.

Nel linguaggio quotidiano, il termine “manipolazione” assume significati diversi a seconda del contesto (ad esempio, manipolazione psicologica, fisica, biologica o dei dati). In generale, tuttavia, possiamo dire che denota un’azione finalizzata a influenzare, modificare o controllare qualcuno o qualcosa. Dobbiamo subito aggiungere che il termine è solitamente connotato negativamente, richiamando idee di potere e intenzioni poco trasparenti.

Consultando il dizionario Treccani, scopriamo che il sostantivo “manipolazione” deriva dal verbo “manipolare”, al quale vengono attribuiti diversi significati: 1. a. Lavorare una sostanza plasmabile, o un impasto, trattandoli con le mani; b. In senso spregiativo, adulterare una sostanza o un prodotto a danno del consumatore; 2. Figurativo: a. Mettere insieme elementi di varia provenienza in una rielaborazione grossolana e poco originale, specialmente con riferimento a scritti o opere letterarie. b. Adattare, volgere in senso favorevole a sé stessi, mediante imbrogli e intrighi, allo scopo di ottenere vantaggi personali. c. Ordire, macchinare. 3. In fisioterapia, compiere i vari tipi di manipolazione che costituiscono il massaggio, soprattutto il cosiddetto impastamento. 4. Nel linguaggio tecnico: a. Compiere una serie di operazioni manuali destinate all’allestimento di un prodotto.

b. Azionare un comando a mano, soprattutto in apparecchiature elettriche.

c. Manipolare sostanze radioattive, trattarle a distanza con l’aiuto di appositi manipolatori (cfr. Treccani online).

Il verbo “manipolare”, come sottolinea Marcello Ienca, deriva dal latino “manipulare”, che significa maneggiare, controllare o manovrare. A sua volta, “manipulare” trae la sua origine dalla parola latina “manipulus”, che traduciamo con manipolo, ossia un piccolo gruppo di persone. Originariamente, però, il manipolo era un’unità militare composta da 60-120 soldati, impiegata dalle legioni romane tra il terzo e il secondo secolo prima di Cristo. Il verbo “manipulare” veniva usato per descrivere le azioni del comandante che esercitava il controllo su questi soldati (Ienca, 2023, p. 833).

Secondo Ienca il termine manipolazione fece la sua comparsa nelle lingue moderne europee a metà del xviii secolo. La sua evoluzione dal latino al linguaggio moderno avvenne attraverso il francese “manipulation”, utilizzato nel xvii secolo per indicare l’atto di maneggiare, creare o controllare oggetti con le mani, in particolare nell’estrazione dei minerali. In inglese il termine comparve nel xviii secolo con riferimento a tecniche manuali impiegate per aggiustare ossa e tessuti corporei. In seguito, manipolazione acquisì un significato più ampio, arrivando a descrivere pratiche di controllo o influenza, spesso esercitate in modo subdolo, e divenne di uso comune in campi come la psicologia, la politica e il marketing (ivi, pp. 833-4). Oggi è impiegato in molte lingue per indicare proprio comportamenti miranti a influenzare, controllare o ingannare qualcuno o qualcosa.

Quando una persona manipola qualcuno, si possono distinguere quattro scenari possibili: nel primo, sia il manipolatore che il manipolato sono consapevoli della manipolazione in atto; nel secondo, solo il manipolatore ne è consapevole, mentre il manipolato rimane inconsapevole; nel terzo, accade il contrario, con il manipolatore inconsapevole e il manipolato consapevole; infine, nel quarto caso, entrambi sono totalmente inconsapevoli della dinamica in corso.

Dato che ci concentreremo sulle motivazioni del manipolatore, è utile riflettere sulle ragioni che portano la vittima, da un lato, a rimanere in questa dinamica nonostante la consapevolezza e, dall’altro, a non accorgersi affatto della manipolazione. Nel primo caso, la persona manipolata, pur essendo consapevole, potrebbe sentirsi costretta a “stare al gioco” per paura di ritorsioni, per il desiderio di approvazione, per un possibile tornaconto personale o per mancanza di alternative. Nel secondo caso, invece, l’inconsapevolezza del manipolato può essere legata a fenomeni come il gaslighting. Un esempio emblematico è il film che ha ispirato il termine stesso: qui, un marito induce consapevolmente la moglie a dubitare della propria sanità mentale per perseguire i propri interessi. L’aspetto cruciale di questo processo è che il marito camuffa le sue strategie manipolatorie come gesti di premura e attenzione, rendendo difficile per la moglie riconoscere le sue reali intenzioni (Curok, Gaslight [Angoscia], 1944).

Esaminiamo ora le motivazioni, consapevoli e inconsapevoli, del manipolatore. Per quanto riguarda le motivazioni consapevoli, Silvia Casale e colleghi hanno individuato una connessione tra il narcisismo e la manipolazione emotiva (Casale et al., 2019). Nel loro articolo la manipolazione emotiva viene definita come l’uso intenzionale e strategico delle emozioni per raggiungere uno specifico obiettivo. Il narcisismo, invece, è descritto attraverso due forme principali di questo disturbo della personalità: il narcisismo grandioso e quello vulnerabile. Se il primo si distingue per esibizionismo, grandiosità e arroganza, il secondo presenta un senso di superiorità celato, accompagnato da timidezza e un’estrema sensibilità al giudizio altrui. Nonostante queste differenze, però, entrambi condividono fantasie di grandezza e un bisogno insaziabile di ammirazione (ivi, p. 403).

Lo studio di Casale e colleghi ha evidenziato che, pur avendo un’autocomprensione emotiva diversa, entrambe le forme di narcisismo mostrano difficoltà nel sintonizzarsi con le emozioni degli altri. Tuttavia, sorprendentemente, risultano più abili nel manipolare gli altri rispetto a chi non presenta tratti narcisistici (ivi, pp. 408-9).

Sylvia Brichag e colleghi hanno elencato i principali gruppi di strategie manipolatorie riconosciute dalla letteratura psicologica attuale (Brichag et al., 2024, p. 171). Sebbene nessuna di queste sia esplicitamente collegata al narcisismo, è plausibile supporre che alcune possano essere applicabili anche a questo specifico contesto.

L’articolo identifica tre grandi categorie di tecniche manipolatorie: organizzative e procedurali, logiche e psicologiche, e personali. Tra le prime rientrano la selezione mirata dei partecipanti a una conversazione, l’adozione di un doppio standard nella valutazione dei comportamenti durante una discussione e l’uso dell’astrazione. Nel secondo gruppo troviamo tecniche come la confutazione incompleta, la postulazione della verità e il porre domande in modo incessante. Il terzo tipo include comportamenti come l’autoesaltazione, l’uso di termini sconosciuti all’interlocutore e l’interruzione o l’abbandono della discussione (ivi, p. 172).

Gli autori menzionano anche altre pratiche manipolatorie, come il rinforzo positivo, che può manifestarsi attraverso regali, lodi, approvazione o persino pietà superficiale. Esistono inoltre forme di punizione, che includono rimproveri, intimidazioni, minacce, ricatti emotivi, pianti deliberati e atteggiamenti da vittima (ivi, p. 173).

Il narcisista, quindi, attraverso strategie simili o identiche a quelle elencate, manipola intenzionalmente la propria vittima per sentirsi superiore, ammirato o desiderato.

Per comprendere, invece, le motivazioni inconsapevoli del manipolatore, il fenomeno del gaslighting può offrire una prospettiva interessante. Kate Abramson osserva che il termine gaslighting, in ambito clinico, si differenzia dal ritratto cinematografico per almeno due motivi. Innanzitutto, il gaslighter, a differenza del marito manipolatore consapevole rappresentato nel film, spesso non si rende conto di stare manipolando. Inoltre, non sembra agire con un obiettivo preciso in mente. Tuttavia, il modus operandi rimane simile: il manipolatore cerca (consapevolmente o no) di minare la credibilità delle reazioni, percezioni, ricordi e credenze della vittima, etichettandola come “pazza”, “paranoica” o “eccessivamente sensibile”. L’autrice sottolinea inoltre che il processo manipolatorio si sviluppa nel tempo, includendo spesso l’isolamento della vittima e la «complicità di altre persone» (Abramson, 2014, p. 2).

A questo punto, sorge spontanea una domanda: se nel gaslighting non c’è un obiettivo specifico, perché una persona dovrebbe manipolare in questo modo? Secondo la studiosa, le motivazioni del gaslighter sono spesso oscure persino a lui stesso, rendendo difficile avanzare interpretazioni definitive. Tuttavia, è possibile riflettere su ciò che il manipolatore ottiene in termini di soddisfazione personale. Tali motivazioni variano a seconda della relazione specifica tra manipolatore e vittima, ma non si spingono mai in profondità. Alla base del gaslighting vi sarebbe infatti un’incapacità strutturale del manipolatore di tollerare una messa in discussione della propria prospettiva (ivi, pp. 8-9). In questa luce, il comportamento manipolatorio ha come fine l’eliminazione di qualsiasi possibilità di disaccordo, poiché, se il gaslighting funziona, non esiste più un punto di vista autonomo da quello del manipolatore. È importante notare, però, che non sempre il gaslighter desidera annullare completamente l’autonomia della vittima: le motivazioni in gioco sono molteplici e possono generare comportamenti contraddittori (ivi, p. 11).

Per comprendere meglio queste dinamiche, l’analisi di Abramson si sofferma sulla tipica interazione tra gaslighter e vittima. Il primo passo del manipolatore consiste nel convincersi che la vittima sia pazza, paranoica o eccessivamente sensibile. Questa rappresentazione mentale viene poi comunicata alla vittima attraverso affermazioni denigratorie, come: «è un’idiozia» o «non essere paranoica/o!». Se la vittima inizialmente resiste, il manipolatore intensifica la pressione, utilizzando altri termini svalutanti. Infine, si arriva alla manipolazione vera e propria, dove il gaslighter sfrutta strategie più sofisticate per distruggere la possibilità del disaccordo (ivi, p. 14).

Un aspetto cruciale, che rende il gaslighting particolarmente subdolo, è il modo in cui lascia la vittima con la sensazione di essersi rivoltata contro sé stessa. La vittima, infatti, finisce per credere di essere stata complice del proprio maltrattamento. Abramson non esita a sottolineare che questa dinamica presenta inquietanti somiglianze con la tortura, dove le vittime si convincono che avrebbero potuto interrompere il processo in qualsiasi momento, se solo lo avessero voluto davvero (ivi, p. 16).

Per ottenere questo risultato, i gaslighter utilizzano una serie di leve manipolatorie. Tra le principali figurano l’amore, l’empatia, le conseguenze pratiche, l’autorità e il sessismo. L’amore agisce attraverso un meccanismo diretto: se amo una persona e credo che questa mi ami, tendo a fidarmi delle sue intenzioni, ritenendo che voglia il mio bene. L’empatia, invece, sfrutta un meccanismo più sottile, facendo leva sulla capacità della vittima di comprendere e giustificare comportamenti che normalmente supererebbero i limiti del lecito. Le conseguenze pratiche si manifestano spesso sotto forma di minacce velate, che inducono la vittima a dubitare di sé per evitare ripercussioni. L’autorità si basa sulla posizione del manipolatore e sulla credibilità percepita che ne deriva. Infine, viene evidenziato il ruolo del sessismo interiorizzato, come, per esempio, le credenze secondo cui le donne sono meno sicure di sé rispetto agli uomini o più inclini a mettere in dubbio le proprie convinzioni. Questi pregiudizi, profondamente radicati, creano un terreno fertile per il gaslighting, rendendo alcune persone più vulnerabili di altre (ivi, pp. 20-3).

Tra le motivazioni inconsapevoli che possono spingere una persona a manipolarne un’altra troviamo anche i meccanismi di difesa dell’identificazione proiettiva e dello splitting. Entrambi i processi offrono chiavi di lettura utili per comprendere il ruolo dell’aggressività nella manipolazione e il suo utilizzo come metodo per esercitare controllo sugli altri.

Come spiega Len Bowers, rifacendosi all’uso concettuale di Otto Kernberg, l’identificazione proiettiva è un processo che coinvolge la proiezione inconsapevole di parti non riconosciute di sé sugli altri, trattandoli poi come se possedessero davvero quelle caratteristiche. Questo meccanismo non si limita alla proiezione, ma include anche le reazioni emotive di chi subisce tale processo: la persona manipolata percepisce l’immagine che le è stata attribuita e si trova, inevitabilmente, a rispondervi. In ambito clinico, ciò si traduce in un’interazione complessa tra il paziente che proietta e il personale sanitario che ne assorbe e gestisce le reazioni emotive (Bowers, 2003, p. 331).

Le qualità proiettate dal paziente sono spesso immagini interiorizzate di genitori ostili e punitivi. Bowers, citando Kernberg, osserva che questi pazienti oscillano tra l’identificazione con tali immagini e il loro rifiuto, che avviene attraverso la proiezione. La manipolazione nasce proprio da questa dinamica altalenante: da un lato, c’è l’ostilità espressa nel condizionare, corrompere o deridere il personale sanitario, interpretata come una forma di gestione della potenza e del sadismo percepiti; dall’altro lato, emergono impulsi sadici che il paziente, talvolta, esprime apertamente (ibid.). In questa prospettiva, l’identificazione proiettiva permette al paziente di liberarsi di aspetti di sé che non riesce ad accettare, trasferendoli sugli altri attraverso comportamenti che non riflettono le reali qualità delle persone coinvolte.

L’altro meccanismo di difesa inconscio, già accennato, è lo splitting. In questo caso, Bowers sottolinea come il termine venga usato in modo ambiguo nella letteratura psicoanalitica. Tradizionalmente, lo splitting si riferisce a un processo di difesa inconsapevole in cui due emozioni incompatibili vengono tenute separate per evitare un conflitto interno. Tuttavia, in un’accezione più ampia, il termine viene utilizzato anche per descrivere il processo manipolatorio attraverso cui una persona divide chi le sta intorno, creando fratture relazionali (ivi, p. 332).

Un esempio concreto di questo fenomeno è riportato da Thomas Forrest Main. Quest’ultimo descrive il caso di un paziente con disturbo di personalità che ha manipolato il personale di una struttura psichiatrica. In un primo momento, il paziente si è premurato di stabilire legami speciali con alcuni membri dello staff, utilizzando confidenze e sentimentalismi per guadagnare il loro favore. Gradualmente, però, si è creata una divisione all’interno del personale: alcuni membri hanno iniziato a considerare il paziente come un caso speciale che meritava attenzioni particolari, mentre altri lo vedevano come un soggetto problematico e fastidioso. Secondo Main, questa dinamica riflette gli stili relazionali disfunzionali del paziente, profondamente radicati nelle esperienze infantili. Tali individui non riescono a sentirsi appagati dalle cure e dalle attenzioni ricevute, e più gli altri cercano di dimostrarsi disponibili, più il paziente sente il bisogno di mettere alla prova quella disponibilità.

Bowers riprende quest’analisi e sintetizza la strategia manipolatoria di tali pazienti, utilizzando l’espressione di Main, secondo la quale essi fanno un «uso aggressivo della sofferenza» (ibid.). Questo comportamento non solo destabilizza l’ambiente relazionale, ma alimenta un ciclo distruttivo di dipendenza e manipolazione, radicato in bisogni emotivi mai soddisfatti.

Affrontiamo ora la manipolazione in ambito digitale, iniziando dal fenomeno del cyberbullismo. Keith Durkin e Denay Patterson lo definiscono come una forma di molestia che colpisce i giovani e che si caratterizza per l’intenzionalità e la ripetitività del danno inflitto attraverso strumenti digitali, come internet, telefoni cellulari o altri dispositivi di comunicazione (Durkin, Patterson, 2011, p. 450).

Per evidenziare la portata del fenomeno, gli autori citano alcuni studi. In uno di questi, condotto su un campione di 1.400 bambini, è emerso che quasi un terzo di loro ha subito episodi di cyberbullismo. Un altro studio, che ha coinvolto 3.700 studenti delle scuole medie, ha prodotto risultati altrettanto allarmanti: un terzo delle ragazze intervistate ha dichiarato di essere stata vittima di cyberbullismo, rispetto al 10% dei ragazzi. Dai dati raccolti sembra inoltre che il fenomeno raggiunga il suo picco massimo proprio durante gli anni delle scuole medie, con una maggiore incidenza tra le ragazze (ivi, p. 451).

Un aspetto cruciale del cyberbullismo, che ne amplifica la gravità, è la sua indipendenza dal luogo fisico. Questo permette di coinvolgere con estrema facilità altre persone nei ricatti, nelle prese in giro o nelle minacce rivolte alla vittima (ivi, p. 452). Inoltre, l’assenza di un contatto fisico diretto sembra ridurre significativamente il senso di colpa in chi compie questi atti, favorendo comportamenti più spietati e persistenti (ivi, p. 453).

Gli effetti psicologici sulle vittime, soprattutto sugli adolescenti, sono profondi e potenzialmente duraturi. Essere oggetto di cyberbullismo può compromettere lo sviluppo sociale ed emotivo di un giovane, provocando paure, ansie e altre forme di stress emotivo che rischiano di lasciare segni significativi nel tempo (ivi, p. 451).

Questa crescente fragilità emotiva si colloca all’interno di un contesto digitale sempre più complesso. Con l’avvento dei media digitali tra la fine del xx e l’inizio del xxi secolo, sono emerse nuove preoccupazioni etiche riguardanti l’utilizzo della pubblicità online, dei social media e di altre piattaforme digitali, dove il rischio di manipolazione risulta particolarmente elevato. Ienca sottolinea come alcune tecnologie e strategie meritino particolare attenzione per il loro alto potenziale manipolativo, tra cui il microtargeting, le piattaforme social, gli algoritmi di ricerca personalizzati e la tecnologia deepfake. A legare questi approcci è l’impiego del machine learning per raccogliere ed elaborare informazioni dettagliate sugli utenti, informazioni che vengono poi utilizzate per influenzare il loro comportamento (Ienca, 2023, pp. 838-40).

Questa manipolazione si basa sull’uso intenzionale e subdolo dei dati raccolti, il cui scopo è quello di aggirare le difese razionali degli utenti. Contenuti che risvegliano forti reazioni emotive, adattati alle preferenze individuali, ripetuti nel tempo e resi popolari, rappresentano i principali strumenti di persuasione (ivi, p. 840).

Il caso del microtargeting è particolarmente emblematico in questo senso, poiché mostra chiaramente come le strategie manipolative possano essere applicate in modo mirato. Si tratta di una tecnica che gli inserzionisti utilizzano per creare pubblicità altamente personalizzate, basandosi sull’analisi delle caratteristiche demografiche, comportamentali e psicografiche di individui o gruppi. Come spiega Ienca, il processo inizia con la raccolta e l’analisi di un’enorme quantità di dati personali, provenienti da fonti come social media, motori di ricerca e data brokers.

Questi dati, una volta elaborati, vengono utilizzati per sviluppare contenuti pubblicitari su misura, progettati per essere particolarmente attraenti per ciascun utente. Ciò aumenta le probabilità che l’utente compia l’azione desiderata, come acquistare un prodotto o condividere un contenuto sui social network (ivi, p. 839).

Il microtargeting può essere applicato in contesti molto diversi, che spaziano dalle campagne politiche alla promozione commerciale. Tuttavia, proprio per il suo obiettivo di influenzare le decisioni degli utenti, questa tecnica presenta un potenziale manipolatorio particolarmente elevato, che necessita un’attenta valutazione etica.

Venendo invece ai rischi manipolativi legati ai social network, Samuel Rhodes ha condotto un esperimento molto interessante. I risultati hanno evidenziato una correlazione tra l’esposizione a un flusso di contenuti coerenti con le proprie posizioni politiche e una maggiore suscettibilità alle fake news. Lo studio ha inoltre rilevato che chi accede esclusivamente a informazioni faziose tende a ragionare in modo euristico, senza un’analisi approfondita e sistematica (Rhodes, 2022, p. 2).

Ma come si collegano questi risultati all’uso dei social network? Rhodes osserva che piattaforme come Facebook utilizzano algoritmi progettati per proporre agli utenti contenuti in linea con le loro preferenze, con l’obiettivo di aumentare il tempo di permanenza sulla piattaforma e massimizzare i profitti derivanti dalla pubblicità. Tuttavia, questa strategia alimenta il fenomeno delle filter bubbles, ossia bolle di contenuti che espongono utenti inconsapevoli a una selezione limitata e omogenea di informazioni, spesso coerenti anche con le loro convinzioni politiche. A ciò si aggiunge il fenomeno delle echo chambers, dove gruppi di persone, questa volta consapevolmente, si riuniscono attorno a credenze condivise, escludendo punti di vista divergenti (ibid.).

A questo proposito, lo studio di Rhodes ha dimostrato che le persone esposte a un flusso di notizie (sia vere che false) coerente con le loro convinzioni politiche tendono a credere alle fake news con una frequenza molto maggiore rispetto a chi si confronta con un flusso di notizie misto (ivi, p. 11). Inoltre, come abbiamo già accennato, questo primo gruppo è più incline ad accettare superficialmente quanto legge, senza metterlo in discussione (ivi, p. 13). Un aspetto interessante evidenziato dallo studio è che questa differenza di credenze è significativa solo tra i Democratici: i Repubblicani, infatti, si sono dimostrati più refrattari ad abbandonare le loro convinzioni anche quando esposti a un flusso di informazioni misto (ivi, p. 11).

Per concludere, le filter bubbles, sfruttando l’inconsapevolezza degli utenti e i bias cognitivi come la familiarità, la ripetizione e la tendenza a confermare le proprie idee, esercitano un impatto significativo sulle democrazie. Esse, infatti, limitano l’accesso a una visione completa e diversificata delle informazioni, confinando gli individui in prospettive parziali. In un mondo in cui una parte sempre più ampia della popolazione si informa quasi esclusivamente tramite i social network, è fondamentale adottare misure per regolamentare questi fenomeni, sensibilizzare gli utenti e promuovere un’educazione critica nell’uso delle piattaforme digitali.

Bibliografia

  • Abramson k. (2014), Turning Up the Lights on Gaslighting, in “Philosophical Perspectives”, 28, 1, pp. 1-30.
  • Bowers l. (2003), Manipulation: Searching for an Understanding, in “Journal of Psychiatric and Mental Health Nursing”, 10, 3, pp. 329-34.
  • Brichag s. et al. (2024), Manipulation Strategies in Interpersonal Relationships and Their Psychological Impact, in “South Eastern European Journal of Public Health”, 23, 3, pp. 168-76.
  • Casale s. et al. (2019), Trait-Emotional Intelligence and the Tendency to Emotionally Manipulate Others Among Grandiose and Vulnerable Narcissists, in “The Journal of Psychology”, 153, 4, pp. 402-13.
  • Durkin k., patterson d. (2011), Cyberbullying, Cyberharassing, and Cyberstalking, in C. D. Bryant (ed.), The Routledge Handbook of Deviant Behavior, Routledge, Abingdon, pp. 450-5.
  • Ienca m. (2023), On Artificial Intelligence and Manipulation, in “Topoi”, 42, pp. 833-42.
  • rhodes s. c. (2022), Filter Bubbles, Echo Chambers and Fake News: How Social Media Conditions Individuals to be Less Critical of Political Misinformation, in “Political Communication”, 39, 1, pp. 1-22.

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