Orientalismo e la tradizione postcoloniale
Essere europei o nordamericani non è in alcun modo un dato inerte, privo di conseguenze, neppure per un cultore delle scienze umane; significa sapere, più o meno consapevolmente, di appartenere a paesi con specifici interessi in Oriente, e il cui coinvolgimento con l’Oriente, nel caso dell’Europa, risale addirittura al tempo di Omero (Said, 1999, p. 21).
Per introdurre il pensiero di Edward Said e iniziare a capire la sua importanza nello sviluppo degli studi postcoloniali partiamo da questa breve citazione. Il lettore la può trovare nella terza parte dell’Introduzione a Orientalismo, che è, senza dubbio, il suo saggio più famoso. Originariamente pubblicato nel 1977 negli Stati Uniti e tradotto, nel giro di pochi anni, in più di venti lingue straniere, questo testo è oggi considerato come lo studio da cui nasce, di fatto, la teoria postcoloniale. In queste poche righe introduttive, Said sostiene una tesi unilaterale e apparentemente controintuitiva. L’idea però è semplice e colpisce al cuore uno dei dogmi della ricerca accademica, secondo cui un sapere è scientifico se rispetta parametri di oggettività e neutralità1. Per Said, entrambe, benché idealmente condivisibili, sono posture conoscitive illusorie; perché nessun tipo di attività di ricerca, neppure quella più astratta e neppure quella apparentemente priva di immediate ricadute pratiche, come per esempio lo studio della storia delle arti, della musica o della letteratura, può considerarsi libera dalle contraddizioni politiche del mondo di cui è parte. Ovunque, una complicata meccanica di poteri si sedimenta nell’inconscio conoscitivo di chi fa ricerca. Per un intellettuale pubblico, per uno studioso rigoroso, diventa dunque necessario decostruire questa sedimentazione, anzitutto prendendo atto che le lenti teoriche con cui si interpreta il mondo non sono mai neutrali, oggettive, ma sempre orientate; e, in secondo luogo, che le precondizioni materiali e simboliche che rendono possibile il proprio lavoro di ricerca – la lingua in cui si scrive, l’istituzione per cui si lavora, la nazione a cui, per destino o elezione, si appartiene – agiscono attivamente, come una sorta di inconscio politico, sulla rappresentazione del mondo presupposta da qualsiasi forma di conoscenza. Secondo Said, compito del lavoro intellettuale è precisamente quello di disarmare – per quanto possibile – queste vere e proprie distorsioni ottiche che, invece di contribuire a conoscere il mondo, lo imprigionano in identità rigide, essenzialiste, per lo più oppositive. E una di queste è, appunto, l’Oriente come idea e concetto.
Il saggio di Said del 1977 è uno studio teorico che ha come scopo quello di decostruire i presupposti politici dell’immagine dell’Oriente – soprattutto di quello arabo mediorientale – che la cultura europea ha attivamente costruito nei secoli e intensificato negli anni del dominio coloniale anglofrancese. Seguendo la lezione di Michel Foucault, Said analizza il concetto di orientalismo come una forma di potere che, se da un lato controlla e disciplina un territorio militarmente, dall’altro produce una conoscenza complessa delle culture che lo abitano. Non si tratta dunque di un semplice riflesso simbolico di un controllo politico, quanto di un dominio che produce conoscenza orientata a naturalizzare la superiorità della cultura europea su quella orientale, come giustificazione implicita del suo potere militare:
l’orientalismo, quindi, non è soltanto un fatto politico riflesso passivamente dalla cultura o dalle istituzioni, né è l’insieme dei testi scritti sull’Oriente, e non è nemmeno il frutto di un preordinato disegno imperialista «occidentale», destinato a giustificare la colonizzazione del mondo «orientale». È invece il “distribuirsi” di una consapevolezza geopolitica entro un insieme di testi poetici, eruditi, economici, sociologici, storiografici e filologici; ed è l’“elaborazione” non solo di una fondamentale distinzione geografica (il mondo come costituito da due metà ineguali, Oriente e Occidente), ma anche di una serie di «interessi» che, attraverso cattedre universitarie e istituti di ricerca, analisi filologiche e psicologiche, descrizioni sociologiche e geografico-climatiche, l’orientalismo da un lato crea, dall’altro contribuisce a mantenere (ivi, p. 21).
Nel lavoro teorico di Said confluiscono due tradizioni teoriche apparentemente eterogenee e distanti: il poststrutturalismo francese e il marxismo critico di Antonio Gramsci. In realtà, questa combinazione la ritroveremo spesso negli studi postcoloniali, soprattutto in quelli della scuola indiana dei Subaltern Studies, in autori come Ranajit Guha, Homi Bhabba e Gayatri Chakravorty Spivak (di questi autori, si vedano almeno i seguenti volumi: Guha, 1989; Bhabba, 2001; Spivak, 2004). Bisogna però essere chiari: l’uso che viene fatto di queste due tradizioni teoriche non è filologico, bensì strategico.
Partiamo dal poststrutturalismo francese, che offre a questi pensatori strumenti concettuali molto raffinati soprattutto per decostruire il concetto di identità; mostrando, cioè, come qualsiasi forma culturale nasca sempre da presupposti per lo più arbitrari, storici, linguistici; o spesso addirittura di pura e inverosimile fantasia. L’obiettivo è quello di mostrare come il dominio politico ha sempre bisogno di costruire un Altro da Sé, imprigionando le culture che ha sottomesso in un’immagine oppositiva, apparentemente rigida, fissa e naturale: un’immagine essenzialista. Gli studi postcoloniali nascono precisamente per ridare voce e dignità storica a quelle culture che il colonialismo europeo ha imprigionato in questo meccanismo simbolico. Occidente e Oriente non possono certo essere pensati come identità fisse, come essenze immutabili, come stereotipi, perché – come è logico – sono mondi complessi, oltremodo vasti, al proprio interno eterogenei, conflittuali e contraddittori. La critica dell’identità serve dunque a rompere l’incantesimo che ha voluto leggere come “naturali” – e quindi come perpetue e fuori dal tempo – culture che, esattamente come la nostra, sono invece sempre state “storiche” e perciò mutevoli.
La seconda tradizione è invece quella del marxismo gramsciano; in particolare, della sua idea guida, secondo cui società civile e politica vanno sempre studiate seguendo una logica complementare. In questo modo, è possibile anzitutto riconoscere le forme complesse attraverso cui la violenza impositiva del dominio cerca di trasformarsi in egemonia, vale a dire in consenso – che non è altro se non una forma di introiezione del dominio nei subalterni attraverso la colonizzazione culturale della società civile. E nello stesso tempo, osservare la dinamica conflittuale interna alla lotta per l’egemonia e delle faglie che lascia aperte, delle forme di resistenza, di ribellione e di lotta che necessariamente genera. Se dunque il poststrutturalismo permette di decostruire l’egemonia occidentale, la sua volontà di “naturalizzare” l’inferiorità politica delle culture altre che ha militarmente sottomesso, la lezione di Gramsci serve invece a “storicizzare” il conflitto fra dominanti e subalterni, ridando voce a tutte quelle forme di resistenza e di ribellione che nei secoli hanno cercato di opporsi al dominio coloniale. Introducendo un volume dello storico indiano Ranajit Guha, Said mostra molto bene come la lezione politica di Gramsci resti quella decisiva all’interno della prospettiva storica postcoloniale:
l’insieme delle valenze e delle suggestioni evocate dal termine “subalterno” deriva dall’uso che ne fa Gramsci nei suoi Quaderni del carcere, nei quali il grande intellettuale italiano mostra che dove c’è storia c’è la classe, e come l’essenza della storia consista nell’interrelazione, di lungo periodo e tale da presentarsi in infinite varianti, tra dominanti e dominati, tra l’élite, la classe dominante o egemonica da una parte, i subalterni e quelli che Gramsci chiama la classe emergente dalla ben più ampia massa del popolo, sottomessa a una dominazione dall’alto, coercitiva e talvolta prevalentemente ideologica, dall’altra (Said, 2002, p. 20).
Il progetto degli studi postcoloniali, dunque, può essere riassunto come il tentativo da parte di studiosi, per lo più di origine non europea, di contestare il campo dell’egemonia occidentale; riattivando una nuova lettura del passato capace di decostruire i presupposti identitari che l’Occidente ha per secoli plasmato sull’Oriente, attraverso lo studio delle forme di resistenza delle culture subalterne. Se questo è, in linea di massima, il programma generale, andrebbe aggiunta un’ultima considerazione, prima di passare a un breve ritratto complessivo della figura di Edward Said come intellettuale politico. L’ultima considerazione è la seguente: in moltissimi casi, questi studi vanno letti anche come tentativi personali, dunque perfino autobiografici, di disattivare la colonizzazione culturale subita in quanto studiosi e cittadini provenienti da ex colonie occidentali. A questo riguardo Said è molto chiaro. E ancora una volta è Gramsci l’attivatore privilegiato di questo processo di auto-educazione politica.
Nei Quaderni del carcere Gramsci afferma: «L’inizio dell’elaborazione critica è la coscienza di quello che è realmente, cioè un “conosci te stesso” come prodotto del processo storico finora svoltosi che ha lasciato in te stesso un’infinità di tracce accolte senza beneficio d’inventario». Inspiegabilmente, l’unica traduzione in inglese dell’opera si ferma qui, laddove il testo italiano di Gramsci conclude aggiungendo: «Occorre fare inizialmente un tale inventario». Gran parte del mio coinvolgimento personale in questo libro deriva dalla consapevolezza di essere un «orientale», in quanto nato e cresciuto in due colonie britanniche del Vicino Oriente. I miei studi, dapprima in queste colonie (Palestina ed Egitto), poi negli Stati Uniti, sono stati occidentali in tutto e per tutto, eppure tale precoce e radicata consapevolezza è persistita. Da molti punti di vista, questa ricerca sull’orientalismo rappresenta uno sforzo per redigere l’inventario delle tracce depositate in me orientale, dalla cultura il cui predominio è stato un elemento così importante nella vita di tanti orientali (Said, 1999, p. 34.).
Edward Said intellettuale politico
Edward Said è morto a New York il 24 settembre 2003. Era nato sessantasette anni prima a Gerusalemme, il 1° novembre 1935. Con un nome inglese e un cognome arabo, formatosi al Cairo, in una scuola coloniale britannica, professore di letteratura comparata negli Stati Uniti e, nello stesso tempo, attivista politico palestinese, Said è stato un uomo che per tutta la vita ha saputo far lavorare insieme, e pure scontrare, i mondi scissi della sua identità.
Se si ripercorre anche rapidamente la sua bibliografia, quello che forse più colpisce, ancora oggi, è proprio vedere come questa sovrapposizione di mondi, di lingue e di conflitti politici – che ha dato un colore unico alla sua vita – si trasformi in un movimento di ricerca vivace e spregiudicato, capace di sfidare di continuo sovranità disciplinari, altrove accuratamente protette.
La sua è sicuramente stata una delle più interessanti incarnazioni, nel secondo Novecento, della figura storica dell’intellettuale pubblico gramsciano, capace di mediare, nella sua scrittura e nel suo pensiero, ricerca specialistica e discorso comune condiviso. Del resto, pochi altri intellettuali sono stati capaci di lasciare, come Said, una traccia così forte e quasi indelebile nel dibattito pubblico internazionale contemporaneo. Come abbiamo visto, parlare di Orientalismo significa ormai parlare di un testo classico, e non solo all’interno del campo degli studi postcoloniali, ma, più in generale, come saggio sui rapporti fra cultura e potere nell’età moderna e contemporanea. Ma anche i suoi lavori successivi – come La questione palestinese (1995a), Dire la verità. Gli intellettuali e il potere (1995b), Cultura e imperialismo (1998), La pace possibile (2005), Musica ai limiti (2010) – sono studi che hanno largamente oltrepassato i recinti solitamente impermeabili della ricerca accademica soprattutto statunitense, entrando con forza nella discussione contemporanea.
Per l’orizzonte volutamente pubblico del suo lavoro, il modo migliore per provare a ricostruire un profilo generale dell’itinerario intellettuale di Said è quello di adottare un punto di osservazione che provi a tenere insieme i diversi piani del suo discorso, senza separarli e senza tuttavia farli implodere in un tutto indistinto: il punto di osservazione privilegiato è la politica. Perché, a differenza della maggior parte degli intellettuali radical appartenenti alla teoria internazionale, Said è stato un vero e proprio militante: deputato del Consiglio nazionale palestinese per quattordici anni, consulente dell’onu, oppositore di Yasser Arafat agli accordi di Oslo, il suo impegno è stato, fino alla morte, continuo, rigoroso e severo. Due esempi, fra molti. Nel 1979 un editore di Beirut propone di pubblicare in edizione araba La questione palestinese, chiedendo però di togliere, o di modificare radicalmente, le parti critiche su Siria e Arabia Saudita. Said si rifiuta. Il libro, tradotto perfino in ebraico, a tutt’oggi non è stato ancora pubblicato in arabo. Nel settembre 1993 la Casa Bianca lo convoca per presiedere agli Accordi di Oslo; declinerà l’invito, rispondendo che preferisce non partecipare alla celebrazione di un funerale. Come si capisce anche solo da questi due casi, per Said la politica non è stata un’opzione teorica, ma una vera e propria forma di vita, uno stile di pensiero, una necessaria scelta di parte. Per capire il senso della sua attività critica bisogna sempre tener presente che è l’urgenza delle questioni che bloccano il presente a riorientare, nei suoi scritti, la ricerca teorica, a darle direzione e ordine. Letteratura, filosofia, storia, antropologia, musica gli “servono” perché “forzano” l’orizzonte chiuso del presente, aprendo possibilità reali, altrimenti invisibili; e speranza.
Da questa combinazione di politica ed estetica deriva la qualità specifica dei suoi scritti. Per un verso, infatti, lo stile di Said è quello di un saggista severo, d’attacco, come si addice a ogni vero intellettuale politico. Nello stesso tempo, però, il suo sguardo è quello di un osservatore estetico delle forme di vita, attento a preservare, nell’astrazione, i dettagli circostanziati del vissuto. Amerà sempre quella “tradizione materialistica italiana” che da Lucrezio arriva fino a Giovan Battista Vico e Gramsci e che ai suoi occhi è capace di correggere l’astrazione aerea tedesca in un pensiero incarnato, terrestre, mondano, secolare. Per la stessa ragione, non lo persuaderà mai del tutto Jacques Derrida e la lezione decostruttiva francese, né il marxismo di Louis Althusser. Di certo non si fiderà mai della “svolta” testuale di Hayden White, né potrà facilmente sopportare lo scetticismo teorico di scuola anglosassone: «solo menti libere ed incontaminate da ogni esperienza diretta degli sconvolgimenti determinati da guerre, pulizie etniche, migrazioni forzate e dolorosi spostamenti possono elaborare teorie simili» (Said, 2008, p. 18). Ma se si tiene presente che gli anni del successo di queste teorie sono gli anni del suo coinvolgimento diretto nell’olp, diventa chiaro il senso politico della sua ostilità teorica: la sua idea di lavoro intellettuale è precisamente gramsciana, lo considera niente meno che una forma di dirigenza politica. Più in generale, lo immagina come un atto di sfida contro ogni forma di sopraffazione politica e di ingiustizia sociale. E in più saggi ammonisce: bisogna lavorare a un nuovo umanesimo universalista e inclusivo, l’unico in grado di insegnare alle nuove generazioni il desiderio per modi di vivere e di conoscere non coercitivi, né tirannici. Non diversamente immagina la risoluzione del conflitto fra Israele e Palestina. Sarà, infatti, per tutta la vita sostenitore dell’autonomia dei Territori occupati come premessa di una politica aperta, inclusiva, universalizzante. Fino a immaginare, a partire dal 1999, la costruzione di un unico stato bi-nazionale. Perché nulla è più lontano dal suo pensiero di un’indipendenza vissuta come spazio dove arroccare un’identità violentata.
I suoi libri più importanti, Orientalismo, La questione palestinese e Cultura e imperialismo, nascono, come abbiamo visto, dalla combinazione di autori eterogenei, come Michel Foucault, Antonio Gramsci e Franz Fanon. Con questa cassetta degli attrezzi, Said delinea una genealogia della costruzione culturale dell’immagine dell’Oriente come proiezione simbolica di una dominazione coloniale; all’interno della quale ricolloca il sionismo e l’occupazione militare israeliana. Ma questi lavori di ampio respiro teorico nascono insieme a una miriade di altri articoli politici e giornalistici, scritti che testimoniano il suo coinvolgimento diretto nella politica palestinese, dalla partecipazione ai lavori del Consiglio nazionale, all’estensione nel 1988 della Dichiarazione d’indipendenza, fino alle sue dimissioni e alla critica durissima all’ultima stagione del potere di Arafat. Nella sua attività di critico letterario e musicale, di polemista, di storico delle idee convive invece la lezione dell’umanesimo di Vico con il close reading anglosassone; la tradizione della forma saggio novecentesca, György Lukács e Theodor W. Adorno su tutti, con la passione per le forme della musica classica occidentale e, in particolare, per la ricerca musicale di alcuni pianisti, come Glenn Gould, Maurizio Pollini, Daniel Barenboim, Alfred Brendel, per Said veri e propri modelli di lavoro intellettuale. In particolare, per Gould l’ammirazione sconfinerà quasi nella mania. Del pianista canadese Said ammira non solo la tecnica strabiliante e l’audacia intellettuale, ma soprattutto il suo stile appassionato ma antisentimentale, razionale e gioioso, proprio come il Bach di cui fu interprete rivoluzionario e di cui portò alle estreme conseguenze la tecnica del contrappunto. Per Said, quest’ultima è la forma musicale che innalza il pensiero fino alla possibilità di liberare, dalla violenza che la incatena, la possibile coabitazione armonica dell’eterogeneo.
Se la musica può dunque diventare, nel suo pensiero, uno spazio simbolico dove immaginare la politica, non stupisce che in una delle sue ultime interviste, la sola per un giornale israeliano, l’“Ha’aretz Magazine”, Edward Said descriva il conflitto fra Israele e Palestina come una disperata e immensa sinfonia. Costruito su uno svolgimento complicatissimo di stratificazioni storiche, di non risarcibili sofferenze individuali, di tragici errori politici, di responsabilità nazionali e internazionali, quel conflitto potrebbe essere sciolto solo da una mente grandiosa come quella di Johann Sebastian Bach. Ci vorrebbe una politica portata a quell’altezza di narrazione e di comprensione del reale; una diplomazia educata all’arte del contrappunto e per questo capace di organizzare un groviglio di conflitti senza apparente soluzione in un processo molto più ampio e dinamico, di differenziazione e di riconoscimento. Proprio come nelle Variazioni Goldberg. Senza annullare le differenze; senza farle reciprocamente deflagrare.
Dicevo l’altra sera a Daniel Barenboim: pensa a questa catena di eventi: l’antisemitismo, il bisogno degli ebrei di trovare una patria, l’idea originaria di Herzl, decisamente colonialista, e poi la sua trasformazione nelle idee socialiste del moshav e del kibbutz, la situazione drammatica sotto Hitler e persone come Yizhak Shamir che erano realmente interessate a cooperare con lui, poi il genocidio degli ebrei in Europa e le azioni contro i palestinesi nella Palestina del 1948. Quando pensi a tutto questo, quando pensi a ebrei e palestinesi non separatamente ma come parti di una stessa sinfonia, c’è qualcosa di incredibilmente maestoso. Una storia molto ricca, anche molto tragica e per molti versi disperata, una storia di estremi – di opposti in senso hegeliano – che ancora deve ottenere il giusto riconoscimento. Quello che hai davanti, quindi, una sorta di grandezza sublime: una sequenza di tragedie, perdite, sacrifici, dolori che richiederebbero la mente di un Bach per riuscire a ricomporla (Said, 2020, p. 10).
Per questa ragione, l’eredità vera del lavoro di Said non va cercata solo nell’area disciplinare che dalla lezione di Orientalismo ha costruito, negli ultimi quarant’anni, quell’intero corpus di ricerche e di tecniche interpretative che oggi cade sotto il nome di studi postcoloniali. Il lascito simbolico più forte della sua attività politica e intellettuale va cercato altrove. Probabilmente nella West/Eastern Divan Orchestra. La storia di questo progetto, voluto e creato da Said insieme a Barenboim, è la storia di un gruppo di ragazzi ebrei e arabi (non solo palestinesi, ma anche siriani, libanesi, egiziani, giordani, iraniani) che, a partire dal 1999, si trova a vivere e a lavorare insieme, per sei settimane all’anno, sotto la guida di Barenboim e dello stesso Said. Lo scopo è quello di creare un’orchestra comune, composta tanto da giovani musicisti israeliani quanto da giovani musicisti arabi. La West/ Eastern Divan Orchestra inizia così a suonare in giro per il mondo, facendo concerti in Europa, negli Stati Uniti, in Sud America fino ad arrivare in Israele e nella stessa Palestina: nell’estate del 2005, l’orchestra riuscirà a suonare a Tel Aviv e all’auditorium di Ramallah, ripresa in mondovisione dalla televisione franco/tedesca arte. E così, il progetto di uno Stato unico bi-nazionale, per quanto ancora lontanissimo anche solo da una sua prima discussione pubblica, inizia a esistere nello spazio simbolico dell’orchestra, quasi traccia sedimentata di un futuro anteriore possibile.
Bibliografia
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- guha r. (1989), Elementary Aspects of Peasant Insurgency in Colonial India, Duke University Press, Durham.
- guha r., spivak g. c. (eds.) (2002), Subaltern Studies. Modernità e (post) colonialism (1988), ombre corte, Verona.
- said w. e. (1995a), La questione palestinese. La tragedia di essere vittime delle vittime (1979), Gamberetti, Roma.
- said w. e. (1995b), Dire la verità. Gli intellettuali e il potere (1994), Feltrinelli, Milano.
- said w. e. (1998), Cultura e imperialismo (1994), Gamberetti, Roma.
- said w. e. (1999), Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente (1978), Feltrinelli, Milano.
- said w. e. (2002), Introduzione, in Guha, Spivak (eds.) (2002), pp. 19-28.
- said w. e. (2005), La pace possibile (2004), Il Saggiatore, Milano.
- said w. e.(2007), Il mio diritto al ritorno, Nottetempo, Roma.
- said w. e. (2008), Nel segno dell’esilio. Riflessioni, letture e altri saggi (2000), Feltrinelli, Milano.
- said w. e. (2010), Musica ai limiti (2008), Feltrinelli, Milano.
- said w. e. (2020), Intervista con Ari Shavit, Ha’aretz Magazine, Tel Aviv, https://contropiano.org/documenti/2023/11/12/edward-w-said-il-mio-diritto-al-ritorno-0165928.
- spivak g. c. (2004), Critica della ragione postcoloniale (1999), Meltemi, Roma.
- «Vi è attualmente la tendenza (in Occidente e, in modo particolare, negli Stati Uniti) a esigere da ogni studioso, in qualunque ramo del sapere, un atteggiamento non politico, che in questo caso significa rigoroso, ben documentato e imparziale, superiore a ogni partigianeria e a ogni meschino pregiudizio ideologico. Tale esigenza si può benissimo condividere in teoria; in pratica, però, la situazione si rivela molto più complicata» (Said, 1999, p. 19). ↩︎