Diversità e differenza come orizzonti pedagogici
La riflessione pedagogica contemporanea (Angori, 1998; Lascioli, 2001; Batini, 2011; Tessaro, 2012; Caldin, 2013; Costanzo, 2013; Demo, 2015; De Anna, Covelli, 2021; Gheno, 2022; Muscarà, Romano, 2022; Malaguti, Augenti, Pastor, 2023) si interroga profondamente sui concetti di diversità e differenza, considerandoli non solo come categorie interpretative, ma come fondamenti di un’etica dell’educazione inclusiva. In letteratura non esiste una definizione univoca di diversità e differenza (Fiorucci, 2016); nel loro significato contemporaneo i due termini evocano dimensioni complesse e interrelate dell’umano, radicate in contesti biologici, culturali, sociali e psicologici. Si ritiene, dunque, fondamentale un chiarimento sul piano concettuale e semantico, non solo per il profilo epistemologico degli studi nel settore della pedagogia speciale, ma anche per costruire contesti realmente equi, inclusivi, solidali e sostenibili.
Nel linguaggio comune, i due termini si configurano come lessemi caratterizzati da numerosi punti di convergenza e sconfinamento concettuale. Diversi dizionari della lingua italiana li riportano, infatti, come sinonimi per indicare una dissomiglianza risultante da una comparazione, una differenza intrinseca a un processo comparativo. Vediamone alcuni schematizzati nella tabella 1 tratti da 5 vocabolari della lingua italiana.Per quanto i dizionari della lingua italiana sottolineino una sovrapposizione di significati, l’analisi etimologica evidenzia che le origini semantiche dei due termini non sono affatto sovrapponibili (Cortelazzo, Zolli, 1999).
| Dizionario | Lemma “diversità” | Lemma “differenza” |
| Dizionario della lingua italiana di Federico Motta (1979) | La qualità, la situazione o stato di chi o ciò che è diverso. Differenza. Disuguaglianza. | La qualità di ciò che è differente. L’essere dissimile, diverso, vario. |
| Grande Dizionario Italiano dell’Uso di Tullio De Mauro (2000) | L’essere diverso, ciò per cui qualcuno o qualcosa è diverso da altre persone o cose: diversità d’età, d’aspetto, di interessi. Condizione di chi è considerato diverso, per caratteristiche particolari o in base a stereotipi. | L’essere differente, ciò per cui una cosa o persona si distingue da un’altra: differenza di età, di opinioni, di qualità. |
| Devoto Oli (2009) | Contrasto totale o parziale tra caratteri distintivi di due o più cose o persone. Condizione di chi è considerato da altri, o considera se stesso, estraneo rispetto a una presunta normalità di razza, propensioni sessuali, comportamenti sociali, scelte di vita. | qualità o condizione per cui una o più cose o persone si trovano in rapporto di totale, o parziale diversità. |
| Vocabolario online Treccani (https://www.treccani.it/vocabolario/) | L’esser diverso, non uguale né simile. La condizione di chi è, o considera sé stesso, o è considerato da altri, “diverso” (omosessuali, disabili, emarginati ecc.) | L’esser differente: mancanza di identità, di somiglianza o di corrispondenza fra persone o cose. |
| Grande Dizionario Italiano Hoepli (2020) | Carattere, condizione di chi, di ciò che è diverso; differenza. | Elemento o complesso di elementi che rendono differenti, in senso qualitativo o quantitativo, due o più persone o cose. |
Etimologia
Il termine diversità deriva dal latino diversĭtas, che ha origine dal verbo divertere, composto dal prefisso dis- (separazione, divergenza, allontanamento) e vertere (volgere, procedere in opposta direzione). Divertere, derivante a sua volta dalla radice indoeuropea wer (girare, cambiare direzione), significava originariamente “volgersi altrove” o “deviare” ed evocava, quindi, l’idea di separazione, di un movimento in direzione opposta, rispetto a una norma stabilita. Il sostantivo diversĭtas, utilizzato per indicare la qualità o la condizione di essere differente, in alcune accezioni, implicava discordanza o opposizione di caratteri, difformità, distanza tra cose di natura simile o dissimile. Nel riferirsi a qualcosa di rivolto in altra direzione, l’aggettivo diversus esprimeva non solo una distanza fisica, ma anche una differenza sostanziale o qualitativa, rispetto a ciò che si considerava comune, o analogo.
Il concetto si è arricchito nelle epoche per includere non solo l’idea di differenziazione, ma anche la rappresentazione di unicità e pluralità. La diversità, quindi, non richiama solo una semplice differenza, ma una distanza ontologica che individua elementi, o caratteristiche, che si discostano da un presunto standard, o norma.
Questa concezione etimologica di diversità, legata all’idea di “deviazione”, ha subìto un viraggio semantico che la porta oggi a rappresentare una molteplicità essenziale per la comprensione della condizione umana in tutte le sue varianti espressive.
Il sostantivo “differenza”, dal greco antico διαφορά (diaforá) e dal latino diffĕrentĭa, condivide una radice comune che illumina il suo significato profondo. Questa deriva dal verbo φέρω (fĕro), che significa “portare”, preceduto dal prefisso dis- (qua e là), διά (diá) (in varie direzioni), generando i verbi διαφέρω (diafero) in greco e diffĕro in latino, con il significato di “portare da una parte all’altra, portare qua e là”.
Questa doppia matrice semantica evidenzia come il prefisso dis- non rimandi a una privazione o negazione (es. disaffezione, disabitato, diseredato), ma a un movimento dinamico e intenzionale. Nel caso di divertĕre richiama una digressione (dīversĭo), cioè l’atto di voltarsi altrove come forma di allontanamento; in diffĕro, invece, sottolinea un atto di dono, un portare qualcosa, simbolicamente o concretamente, verso l’altro.
La lettura etimologica rivela quanto sia complesso riconoscere l’orizzonte di senso associato all’alterità e invita a una comprensione pedagogica più ricca e sfumata dei lemmi “differenza” e “diversità”, intesi come processi relazionali che implicano apertura e interazione con l’altro. Per quanto lo studio dell’etimologia offra un accesso privilegiato per coglierne l’ampiezza e la profondità, è anche vero che ogni parola porta con sé una specifica storia contestuale. Poiché il linguaggio utilizza le parole come strumenti simbolici per veicolare significati, e si serve di ciascuna di loro in relazione alle differenti funzioni espressive di cui necessita, appare fondamentale estendere l’analisi dei due termini al linguaggio pedagogico contemporaneo, considerandone le dinamiche di scambio e sovrapposizione, e il modo in cui essi continuano a rimandare l’uno all’altro.
Il dibattito sviluppatosi attorno al tema della diversità e della differenza con il fine di «dare senso e significato della percezione dell’alterità e di esprimere il discostamento e la divergenza da un modello ipotetico e ideale: la norma(lità)» (Fiorucci, 2016, p. 48), ha trovato espressione nell’ambito dell’educazione inclusiva, in particolare nelle riflessioni e nelle pratiche dell’educazione speciale (di seguito approfondita), interculturale e di genere.
In questo contesto, le riflessioni di Giovanni Maria Bertin sulla costruzione dell’esistenza hanno posto l’accento sulle potenzialità intrinseche al concetto di differenza, inteso come strumento essenziale per rappresentare e attribuire significato all’alterità.
La differenza come tensione progettuale
Secondo Bertin, la differenza rappresenta un concetto centrale per la costruzione di una progettualità capace di andare oltre le limitazioni imposte dal contesto socio-culturale e dall’immanenza dell’esistenza. La differenza, infatti, non è un dato statico o una mancanza, ma un «principio supercategoriale», una forza dinamica, «un progetto, caratterizzato dallo slancio creativo verso il possibile, cioè dall’originalità esistenziale» (Bertin, Contini, 1983, p. 68).
Essa si configura come una volontà di distacco e di superamento, un progetto che consente al soggetto di emanciparsi, sia rispetto ai condizionamenti imposti dalla nascita, sia nei confronti di un’identità rigida. Educato alla differenza, l’individuo diviene capace di distinguere i propri sogni e obiettivi, avviandosi verso scelte autentiche e consapevoli. Questo processo educativo mira a far emergere nuovi orizzonti etici esistenziali, trasformando la problematizzazione delle esperienze in un motore per il cambiamento.
Per Bertin, la differenza è anche un principio etico e politico. Essa non va subordinata a una sterile accettazione dello status quo, né ridotta a una ribellione cieca contro di esso. Al contrario, deve diventare uno strumento di progettualità che consenta di superare l’omologazione e di creare nuove prospettive per l’individuo e per la società. In questo contesto, il principio di differenza impedisce all’identità di irrigidirsi in un conformismo statico e contrasta le forme di discriminazione sociale e politica che negano il valore dell’alterità.
L’approccio di Bertin valorizza la differenza come una tensione creativa verso alternative possibili. Ogni individuo ha il diritto di essere riconosciuto nella sua unicità e di svilupparsi attraverso il confronto con gli altri, preservando la propria specificità. La differenza diventa, così, una dimensione educativa fondamentale, una chiave per risignificare l’alterità come una risorsa per costruire una pluralità inclusiva.
Questo paradigma rappresenta una conquista culturale, poiché invita a pensare all’alterità non in termini di mancanza o deficit, ma come una possibilità di arricchimento per la costruzione di identità personali e collettive.
La normale diversità
Secondo Andrea Canevaro la diversità si configura come una condizione universale che caratterizza ogni individuo nella sua unicità e specificità. Non rappresenta un’eccezione, o una deviazione da una presunta norma, ma una dimensione intrinseca all’essere umano, definibile come “normale diversità”.
La consapevolezza che tutti gli esseri umani, nella loro esistenza, vivono condizioni di vulnerabilità (fragilità condivisa) dovrebbe spingere la società a riconoscere la diversità come una comune appartenenza all’umano e non come una caratteristica esclusiva dell’alterità. In quanto elemento strutturale della realtà umana la diversità, quindi, non va concepita come motivo di separazione o esclusione, ma come risorsa di arricchimento, capace di ridefinire le relazioni sociali ed educative.
Analizzando la diversità, Canevaro (2015) supera la logica dicotomica che oppone “normale” e “anormale”, sottolineando come questa divisione sia radicata in una cultura della paura e del pregiudizio. Egli critica la tendenza sociale a etichettare il “diverso” attraverso stereotipi e diagnosi che, anziché includere, confinano gli individui entro categorie fisse e limitanti (Canevaro, Malaguti, 2014). Valorizzare la diversità, considerare ogni individuo come portatore di una ricchezza potenziale può contribuire alla costruzione di nuove prospettive relazionali e pedagogiche.
Per promuovere una visione dinamica e inclusiva della diversità, la pedagogia speciale deve emanciparsi dall’assistenzialismo e dalla categorizzazione e garantire un “riposizionamento”, grazie al quale ogni individuo, anche in presenza di disabilità, possa ridefinire il proprio percorso di vita attraverso un dialogo costruttivo con il contesto sociale e educativo.
Nel pensiero di Canevaro la diversità non si configura come una condizione statica da accettare passivamente, ma come una risorsa attiva per ridefinire le relazioni, le pratiche educative e l’organizzazione sociale. Superare la logica del confine e aprirsi alla “logica del sentiero” significa accogliere la diversità come un terreno di incontro, capace di generare nuove opportunità di crescita personale e collettiva.
Diversità come condizione statica vs differenza come dinamismo progettuale
Roberta Caldin (2013) distingue nettamente i concetti di diversità e differenza, sottolineando che non sono sinonimi. La diversità si collega agli aspetti bio-psico-sociali della persona, ovvero a quei fattori che derivano dalla genetica, dalla psicologia e dal contesto socioculturale. È una condizione “data”, spesso radicata in elementi esterni al soggetto, come malattia, povertà, o appartenenza a gruppi sociali marginalizzati. La diversità rappresenta ciò che distingue alcuni individui dalla presunta normalità, configurandosi come una condizione che, se non accolta e rispettata, può generare categorizzazioni e pregiudizi, rinforzando il rischio di esclusione e stigmatizzazione. Se male interpretata, la diversità può diventare bersaglio ideologico dell’aggressività umana (Montobbio, 1994), suscitare paure e reazioni difensive, poiché rappresenta una sfida alle norme sociali uniformanti.
Affinché essa non venga utilizzata come criterio di classificazione sociale e gerarchizzazione, occorre adottare un’ottica di accettazione consapevole, capace di riconoscerne il valore come punto di partenza per la progettualità esistenziale.
La differenza si distingue nettamente dalla diversità, assumendo una connotazione dinamica e propositiva. Essa non si limita a descrivere una condizione data, ma rappresenta la potenzialità trasformativa del soggetto, la capacità di costruire un progetto di vita autentico e significativo. Caldin interpreta la differenza come un movimento verso l’evoluzione personale, un processo che consente di superare i condizionamenti sociali e culturali per esprimere al meglio le proprie risorse.
La differenza diviene una meta che invita l’individuo a emanciparsi, per diventare protagonista attivo della propria esistenza. Ogni uomo ha diritto a non essere considerato elemento indistinto di un pluralismo informe (Bertin, Contini, 2004), ma a essere riconosciuto come portatore di una trascendenza esistenziale, ovvero una tensione verso il superamento del presente per aprirsi a nuove possibilità di speranza e progettualità futura.
Se la diversità rappresenta il punto di partenza, una condizione oggettiva e spesso immutabile, da riconoscere e accettare senza pregiudizi, la differenza raffigura il risultato di un percorso attivo di crescita, in cui il soggetto trasforma i propri limiti in risorse per la realizzazione di un progetto di vita autentico. Partendo da un riconoscimento della diversità, si può immaginare per qualsiasi persona la possibilità di realizzare la dimensione pedagogica della differenza.
Alla luce di tali considerazioni, in linea con Angori (1998) e Bertin e Contini (2004), Caldin invita a un cambiamento di prospettiva: dalla visione della diversità come mancanza, a una visione della differenza come risorsa per la costruzione di un’identità autentica e originale.
Sta alla pedagogia reinterpretare la diversità come un’occasione per progettare nuove strategie educative e sociali e promuovere la valorizzazione della differenza, fornendo agli individui gli strumenti per mobilitare le proprie risorse interiori e creando nuove opportunità di crescita e inclusione.
La diversità come condizione universale
Fiorino Tessaro approfondisce il concetto di diversità, definendola come una condizione immodificabile, irreversibile e irripetibile, radicata negli aspetti biologici, genetici e culturali dell’esistenza (Tessaro, 2012). La diversità rappresenta ciò che rende ogni individuo unico e insostituibile, ma questa unicità non implica superiorità o inferiorità, ma coesistenza e complementarità.
In linea con Caldin, sottolinea che la diversità è spesso temuta o mal interpretata. Come osserva Luigi D’Alonzo (2003), il “diverso” suscita inquietudine e reazioni difensive, alimentando dinamiche di esclusione e marginalizzazione, anziché di integrazione e valorizzazione.
Questa percezione negativa deriva dalla tendenza a considerare il diverso come un’anomalia rispetto a una norma ideale, a ridurlo a una curiosità o a un problema da gestire. La pedagogia contemporanea, nella sua tensione verso l’inclusione, pone al centro del dibattito la necessità di riconoscere nella diversità non solo un fatto, ma un’opportunità per il cambiamento culturale e sociale. Essa invita a superare la paura del diverso attraverso processi di ascolto, e comprensione, promuovendo una cultura che sappia cogliere nella diversità un’occasione di crescita comune. «La diversità e la differenza vanno interpretate come categorie storico-esistenziali che specificano l’identità della persona in sé, nella sua unicità, e nell’intreccio delle sue appartenenze e delle sue esclusioni sociali» (Tessaro, 2012, p. 487).
La prospettiva di Tessaro insiste sul rispetto dell’altro come alter e non come alius. L’approccio pedagogico deve quindi mirare a superare le paure e i pregiudizi legati alla diversità, promuovendo una cultura dell’inclusione e della valorizzazione delle differenze.
Un dialogo pedagogico tra diversità e differenza
La riflessione sulla diversità e sulla differenza rappresenta un tema cardine nel dibattito pedagogico contemporaneo, costituendo non solo una lente attraverso cui leggere la realtà sociale e culturale, ma anche un terreno di confronto tra prospettive teoriche diverse. Da quelle di Bertin, Canevaro, Caldin e Tessaro la diversità emerge come una condizione immodificabile intrinseca all’umano, che richiede accettazione e rispetto. Essa rappresenta il punto di partenza per una riflessione che mira a valorizzare le peculiarità di ciascuno senza ridurle a categorie rigide o stereotipi.
La differenza, invece, è un concetto dinamico, che si collega alla capacità del soggetto di trasformare la propria esistenza attraverso un progetto di vita autentico; una tensione verso il futuro che invita a superare i condizionamenti sociali e culturali.
In un’ottica pedagogica, diversità e differenza non sono opposte, ma complementari. La diversità costituisce la base da cui partire, mentre la differenza rappresenta la meta da raggiungere. Questo dialogo tra diversità e differenza apre nuove prospettive per un’educazione inclusiva e trasformativa, capace di accogliere e valorizzare ogni forma di unicità umana.
Bibliografia
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