«Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure».
Così recita l’articolo 21 della Costituzione della Repubblica Italiana. Si era appena usciti dal ventennio fascista e vi era necessità di ribadire l’insopprimibilità della libertà di pensiero e, soprattutto, di parola. Oggi viviamo una nuova epoca. Con i mezzi di comunicazione di massa e globali che abbiamo la libertà di parola non può più essere conculcata. Le possibilità di esprimere le proprie opinioni sono infinite. L’informazione può essere manipolata, ma non limitata; la parola di ognuno non può essere messa a tacere con facilità. Se le cose stanno così, è perché è stato compiuto un lungo cammino di conquista di quello che oggi sembra un diritto assodato, cammino che ha avuto una grande accelerazione negli ultimi secoli, in età moderna.
Il grande cambiamento è segnato dal riconoscimento – questo sì tutto moderno – che la vita dell’individuo non coincide con quella dello Stato o del governante. Questo riconoscimento inaugura la vicenda del liberalismo, che sorge proprio sulla contrapposizione tra individuo e Stato. Questa caratteristica della cultura liberale moderna è ben evidenziata da Guido De Ruggiero, quando afferma che
la libertà, individuale o civile che dir si voglia, si contrappone allo Stato. Questo non ha il diritto di impedire una credenza religiosa, di guidare il pensiero, di intervenire nell’economia privata dei cittadini; esso ha un limite insuperabile nella coscienza dell’individuo e in tutto ciò che si irradia immediatamente da questa coscienza (De Ruggiero, 2003, p. 55)1 .
Nel 1819, Benjamin Constant aveva esposto, in quella che definiremmo oggi una lectio magistralis, la differenza della libertà degli antichi rispetto a quella dei moderni. Mentre presso gli antichi – così sosteneva il pensatore francese –
l’individuo, sovrano pressoché abitualmente negli affari pubblici, è schiavo in tutti i suoi rapporti privati, […] tra i moderni, al contrario, l’individuo, indipendente nella vita privata, persino negli Stati più liberi non è sovrano che in apparenza. La sua sovranità è ristretta, quasi sempre sospesa; e se, ad epoche fisse, ma rare, durante le quali non cessa di essere circondato da precauzioni e vincoli, esercita tale sovranità, è sempre per abdicarvi (Constant, 2005, pp. 7-8).
Constant sta descrivendo una situazione che viviamo ancora oggi nelle democrazie liberali, dove il potere “pubblico” viene esercitato dal singolo cittadino soltanto nel momento del voto, mentre quello “privato” rimane di suo totale appannaggio. Quello che, però, importa sottolineare ancora una volta è la caratteristica della libertà moderna che – seguendo ancora il filosofo francese – è per ognuno il diritto di essere sottoposto soltanto alle leggi, di non poter essere arrestato, né detenuto, né messo a morte, né maltrattato in alcun modo, per effetto della volontà arbitraria di uno o più individui. È per ognuno il diritto di dire la propria opinione, di scegliere la propria occupazione ed esercitarla; di disporre della sua proprietà e persino abusarne; di andare, venire, senza averne ottenuto il permesso e senza rendere conto di intenzioni e comportamenti (ivi, p. 6; corsivo mio).
Ho voluto mettere in corsivo il passaggio, importante ai nostri fini. Il riconoscimento della libertà individuale passa necessariamente dalla libertà di opinione, che implica il poter esprimere tale opinione. Questa libertà trae linfa vitale dall’invenzione del torchio a caratteri mobili per stampare. Guthenberg consegna all’umanità uno strumento di liberazione. Tanto è vero che, pressoché immediatamente, scattano reazioni di censura proprio per i libri2 . La libertà di parola viene quindi quasi a coincidere con la libertà di stampa, che si connota in chiave liberale, in quanto essa riassume in sé la libertà di esprimere le proprie opinioni e, di conseguenza, l’indipendenza dai governanti.
Difendere la libertà di stampa è quindi difendere la libertà di parola (e di pensiero). In quest’ottica, appaiono fondamentali le riflessioni di John Milton, consegnate all’Areopagitica, la prima opera dedicata espressamente alla libertà di stampa, che – come osservano i curatori italiani del testo – «vede la luce nel 1644, nel pieno di quella crisi religiosa, politica, sociale ed economica che sconvolge l’Europa nel secolo xvii» (Gatti, Gatti, 2002, p. v). La difesa di Milton è un inno alla libertà di parola; ma è anche un inno alla vitalità della parola (delle idee), attraverso i libri; parola che acquisisce, appunto, quasi una vita autonoma rispetto al suo produttore. Osserva Milton che «i libri infatti non sono per nulla cose morte, bensì contengono in sé una potenza di vita che li rende tanto attivi quanto quello spirito di cui sono la progenie; di più, essi preservano come in una fiala la più pura forza ed essenza di quel vivente intelletto che li generò» (Milton, 2002, p. 9). Da questa considerazione discende che «è quasi uguale uccidere un uomo che uccidere un buon libro. Chi uccide un uomo uccide una creatura ragionevole, immagine di Dio; ma chi distrugge un buon libro uccide la ragione stessa, uccide l’immagine di Dio nella sua stessa essenza» (ivi, p. 11).
In questo contesto storico sorge un percorso di riflessione – che si colloca nella storia del liberalismo occidentale – che argomenta con forza in difesa della libertà di parola contro i tentativi, sempre reiterati (in certa misura anche ai giorni nostri), di imbrigliarla.
Un importante riferimento in questa prospettiva è costituito da Baruch Spinoza. Siamo nel 1670 – l’anno in cui esce il Trattato teologico-politico – dove, nel ventesimo capitolo, l’autore vuole dimostrare che «in una libera repubblica è lecito a chiunque di pensare quello che vuole e di dire quello che pensa» (Spinoza, 1984, p. 480). La libertà di parola va dunque espressamente difesa; e questo anche sulla base del fatto che non si può impedire a nessuno di pensare e fare espressamente le proprie valutazioni. Scrive Spinoza:
Se, dunque, nessuno può rinunciare alla propria libertà di giudicare e pensare quello che vuole, ma ciascuno è, per diritto imprescrittibile della natura, padrone dei suoi pensieri, ne segue che in un ordinamento politico non è mai possibile, se non con tentativi destinati a fallire miseramente, volere imporre a uomini di diverse, anzi contrarie opinioni l’obbligo di parlare esclusivamente in conformità alle prescrizioni emanate dal sommo potere (ivi, p. 481).
Le leggi devono impedire soltanto (e non è poco) l’arbitrarietà dell’azione del singolo3 , per cui Spinoza può concludere il suo ragionamento in difesa della libertà di pensiero e di parola in questi termini. Ciò che non può essere vietato deve essere necessariamente permesso, per quanto danno ne derivi. Quanti inconvenienti non derivano dall’incontinenza, dall’invidia, dall’avarizia, dall’ubriachezza, e simili? E tuttavia queste sono tollerate, perché per legge non si possono vietare, ancorché siano veri e propri vizi; e perciò a maggior ragione va concessa la libertà di giudizio, la quale è certamente una virtù e non può essere repressa (ivi, p. 485).
Detto brevemente, per inciso, la pluralità di “giudizi”, opinioni, liberamente espressi è ampiamente riconosciuta come un fattore di crescita della conoscenza anche da parte delle voci più originali dell’epistemologia contemporanea. Un pensatore come Paul Feyerabend, ad esempio, vede la conoscenza come
un oceano, sempre crescente, di alternative reciprocamente incompatibili, dove ogni singola teoria, ogni favola, ogni mito che fa parte della collezione costringe le altre a una migliore enunciazione e dove, mediante questo processo di competizione, tutte contribuiscono allo sviluppo della nostra consapevolezza (Feyerabend, 2024, p. 57).
Senza libertà di parola, l’oceano della conoscenza si ridurrebbe a una pozzanghera di acqua stagnante.
Torniamo, però, al filone principale del discorso, alla libertà di parola. Anche in periodi più “facili” di quelli in cui visse Spinoza, pensatori di grande importanza come John Stuart Mill hanno avvertito la necessità di argomentare con forza non soltanto sul rispetto della libertà di opinione e di espressione delle opinioni, ma anche – come abbiamo visto fare in anni a noi più vicini da Feyerabend – sulla convenienza del pluralismo che discende dalla libertà di parola. Mill – siamo nel 1859 – parte da un’affermazione molto chiara: «Se tutti gli uomini, meno uno, avessero la stessa opinione, non avrebbero più diritto di far tacere quell’unico individuo di quanto ne avrebbe lui di far tacere, avendone il potere, l’umanità» (Mill, 2009, p. 35).
Partendo da questo punto di vista, appare evidente la necessità della compresenza di opinioni differenti liberamente espresse perché – per seguire ancora Mill – «le nostre opinioni più giustificate non riposano su altra salvaguardia che un invito permanente a tutto il mondo a dimostrarle infondate» (ivi, p. 39). Esprimere, infatti, una opinione in dissenso con altre aiuta anche coloro che sostengono ciò che viene criticato 4 . In sintonia con Milton (e anche con Spinoza, in un certo senso), Mill è convinto che impedire l’espressione di un’opinione [sia] un crimine particolare, perché significa derubare la razza umana, i posteri altrettanto che i vivi, coloro che dall’opinione dissentono ancor più di chi la condivide: se l’opinione è giusta, sono privati dell’opportunità di passare dall’errore alla verità; se è sbagliata, perdono un beneficio quasi altrettanto grande, la percezione più chiara e viva della verità, fatta risaltare dal contrasto con l’errore (ivi, p. 35).
La libertà di parola è un bene assoluto oltre che un diritto. Il dibattito moderno su di essa – molto più ricco e articolato di quanto possa essere esposto in questo scritto – lo ha ribadito e argomentato con coerenza e cogenza logica. Ma se ancora oggi ne parliamo, allora c’è sempre bisogno di ribadirne il valore assoluto.
L’Europa moderna ha compiuto un lungo (e grande) cammino per conquistare la libertà di parola. Se mai nessuno ha potuto impedire a un altro uomo di pensare qualunque cosa volesse, altrettanto, purtroppo, non si può dire riguardo alla possibilità di esprimere liberamente i propri pensieri. La modernità occidentale ha raggiunto la consapevolezza che poter parlare liberamente è un diritto di ogni essere umano. Ma questa consapevolezza non fa scattare automaticamente il riconoscimento della pratica della libertà di parola. Per essa si deve continuare a lottare come si deve sempre lottare per la libertà in genere. Assistiamo anche oggi a tentativi di limitare la libertà di parola. Ma questi sono tentativi di limitare la libertà nella sua interezza. Quello che dobbiamo conservare – come diceva Benedetto Croce nel 1940 – è “l’animo libero”, perché «se manca l’animo libero, nessuna istituzione serve, e se quell’animo c’è, le più varie istituzioni possono secondo tempi e luoghi rendere un buon servizio» (Croce, 1991a, p. 120).
Possiamo fare le migliori leggi, le migliori costituzioni, a salvaguardia della libertà di parola (o della libertà tout court), ma sono poi gli uomini che agiscono e rendono concrete le leggi stesse che le fanno essere cosa viva o cosa morta 5 . Naturalmente, vale – e lo abbiamo visto anche nei peggiori totalitarismi – quanto diceva Spinoza sull’inutilità di proibire la libertà di parola e, quindi, che «ciò che non può essere vietato deve essere necessariamente permesso» (Spinoza, 1984, p. 481). La libertà di parola prorompe sempre, in via palese o clandestina, perché la nostra vita non può non connotarsi se non come lotta per la libertà (anche quando questa sembra conquistata una volta per tutte)6 ; e – come ci ricorda Croce – la libertà, anche la libertà di parola, per sé «ha l’eterno» (Croce, 1991b, p. 434).
Bibliografia
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