Introduzione
Negli ultimi tre decenni l’interesse per l’empatia ha attraversato vari settori, tra cui la scienza, la politica e la tecnologia (Decety, Ickes, 2011; Pedwell, 2014; Cuff et al., 2016; McStay, 2024). Anche la filosofia, negli ultimi anni, ha alimentato un vivace dibattito sulla sua natura, possibilità e valore (Coplan, Goldie, 2011; Maibom, 2017; Baghramian, Papazian, Stout, 2021). Tuttavia, nonostante le numerose interpretazioni filosofiche emerse, non si è ancora raggiunto un consenso unanime sull’estensione del termine. Come sottolineato da Heather Battaly (2011), è possibile individuare tre posizioni principali: quella che identifica l’empatia con la condivisione affettiva (Hoffmann, 2000; de Vignemont, Jacob, 2012); quella che la considera come comprensione degli altri attraverso la simulazione immaginativa (Goldie, 1999; Coplan, 2011); e, infine, quella che, in modo più vago, la assimila alla lettura della mente (Ickes, 2003; Spaulding, 2017). Recentemente, però, ha preso piede una quarta posizione, che si ispira alla teorizzazione fenomenologica classica dell’empatia (Zahavi, 2014; Jardine, 2022). Secondo questa prospettiva, l’empatia rappresenta un atto intenzionale sui generis, che si realizza ogni volta che riconosciamo esperienzialmente altri esseri dotati di mente come tali.
La riscoperta dell’empatia nella filosofia contemporanea ha avuto un impatto su numerosi ambiti e tradizioni di pensiero. Un esempio significativo è il ruolo che l’empatia riveste nel condizionare e nel plasmare atteggiamenti altruistici e comportamenti morali, un tema ampiamente dibattuto nella recente produzione filosofica.1 Questo contributo, tuttavia, si propone di affrontare una questione preliminare, antecedente a ogni riflessione metaetica o psicologico-morale: la comprensione di cosa significhi, in primo luogo, che un individuo empatizzi con un altro. Per rispondere a questa domanda, inizieremo analizzando l’origine del concetto contemporaneo di empatia nel lavoro di Theodor Lipps. Successivamente, esamineremo il legame tra il pensiero di Lipps e le attuali discussioni sulla natura dell’empatia. Infine, ci soffermeremo brevemente sul modello fenomenologico, che offre un’interpretazione diversa di questo concetto.
L’origine del concetto di empatia in Lipps
Forse, sorprendentemente, il concetto di empatia, oggi così familiare, nasce solo agli inizi del xx secolo. Nel 1909 Edward Titchener conia il termine inglese “empathy” per tradurre il concetto tedesco di Einfühlung, introdotto dal filosofo e psicologo Theodor Lipps. Sebbene l’idea di Einfühlung fosse già presente negli scritti filosofici di Johann Gottfried Herder alla fine del xviii secolo, e successivamente utilizzata nell’estetica tedesca del xix secolo per indicare la capacità di “immedesimarsi” (sich einfühlen) nelle opere d’arte (Vischer, 1873), l’attuale associazione dell’empatia alle relazioni interpersonali si deve in gran parte al lavoro di Lipps.
Lipps distingue tre sfere di conoscenza: quella del mondo materiale, basata sulla percezione sensoriale; l’autoconoscenza, radicata nella percezione interna; e la conoscenza delle altre menti, fondata sull’empatia, che deve essere intesa come un concetto fondamentale sia per la psicologia che per la sociologia (Lipps, 1907, p. 713; 1909, p. 222). Egli la definisce come «una condizione originale e irriducibile, ma al tempo stesso meravigliosa», che consiste nella capacità di «cogliere immediatamente» gli stati mentali altrui «nella e con» la percezione dei loro corpi. Per Lipps, questa immediatezza e irriducibilità derivano dalla convinzione che la comprensione di base delle altre menti non avviene tramite ragionamento o inferenza, ma attraverso un’esperienza diretta. Tuttavia, egli sottolinea che non si tratta di «vedere» o «conoscere immediatamente» l’emozione stessa dell’altro, poiché questa è accessibile soltanto alla persona che la vive. Piuttosto, la consapevolezza dello stato emotivo altrui è legata a ciò che Lipps definisce «istinto di empatia», composto da due elementi: «l’istinto di imitazione» e la «tendenza all’espressione» (Lipps, 1907, pp. 713-4).
In breve, quando osserviamo il corpo di un’altra persona compiere un gesto o una contrazione, avvertiamo una tendenza istintiva a imitarlo. Se il gesto osservato corrisponde a un movimento che in passato abbiamo compiuto per esprimere un’emozione, questa imitazione rievoca in noi un ricordo affettivo. Lo stato emotivo rievocato viene quindi «proiettato» o «pensato dentro» (hineingedacht) al gesto dell’altro, fino a essere percepito come parte di lui o come suggerito da esso (ivi, pp. 718-9; 1909, p. 228). Lipps, inoltre, afferma che l’empatia non si limita a questa fase preliminare e relativamente debole di proiezione dei propri stati emotivi passati sui gesti corporei dell’altra persona. In un secondo momento, infatti, l’osservatore può essere istintivamente spinto a provare ed esprimere attivamente l’emozione rievocata nel presente. Se il processo non viene interrotto da circostanze interne o esterne, l’empatia evolve spontaneamente in uno stato di simpatia o condivisione emotiva (Sympathie, Mitfühlen), in cui il soggetto non solo rappresenta l’emozione come appartenente all’altro, ma la vive realmente insieme a lui (Lipps, 1907, pp. 719-20).
Lipps il dibattito contemporaneo
Lungi dall’essere una visione antiquata della psicologia, l’eredità del lavoro di Lipps continua a influenzare il dibattito sull’empatia nella filosofia contemporanea e nelle scienze cognitive, anche se viene meno frequentemente citato. Un esempio significativo è la teoria di Karsten Stueber, che propone una visione neolippsiana dell’empatia. Una delle sue affermazioni principali è che una teoria adeguata della comprensione interpersonale deve riconoscere due tipi distinti di empatia.
Il primo tipo, l’empatia di base (basic empathy), riguarda la capacità di percepire in modo quasi-percettivo che altre persone sono esseri dotati di mente e di identificare alcuni dei loro stati mentali più corporei. Questa forma di empatia ci consente di comprendere immediatamente «che un’altra persona è arrabbiata, o che intende afferrare una tazza» (Stueber, 2006, p. 21). Basandosi sulla recente scoperta neuroscientifica dei neuroni specchio, Stueber sostiene che questa capacità primitiva di riconoscere le emozioni e le azioni degli altri coinvolge «vari meccanismi di corrispondenza cross-modale» (ivi, p. 142), ciascuno dei quali utilizza l’architettura interna delle proprie emozioni e azioni corporee per interpretare il corpo dell’altro, «permettendomi così di mappare direttamente i movimenti corporei osservati su una rappresentazione motoria o un’espressione facciale osservata su meccanismi coinvolti nella produzione delle mie proprie espressioni caratteristiche di un’emozione» (ivi, p. 20). In questo senso, egli ha sicuramente ragione nel caratterizzare la sua teoria dell’empatia di base come un successore empiricamente informato della «concezione lippsiana dell’empatia come meccanismi di imitazione interiore» (ivi, p. 117).
L’altro tipo di empatia, l’empatia rievocativa (reenactive empathy), implica l’imitazione attiva delle esperienze dell’altro attraverso l’immaginazione. Questo processo ha l’obiettivo di ottenere una comprensione più profonda degli stati mentali altrui, svelando le ragioni e i motivi che sottendono i suoi pensieri, emozioni e azioni, e consentendo di valutarli in termini di adeguatezza rispetto alle norme razionali. Secondo Stueber, l’empatia rievocativa gioca un ruolo centrale nella comprensione interpersonale, poiché solo riproducendo un’esperienza come se fosse la nostra possiamo comprendere un altro come un “agente razionale”. Per supportare questa affermazione, sottolinea che per comprendere i nostri stati mentali come razionali è necessario collocarli nel loro contesto e considerarli in una prospettiva di prima persona. Di conseguenza, comprendere gli stati mentali degli altri “come” espressione di agenti razionali richiede l’empatia rievocativa, che implica mettersi “nei panni dell’altro” e comprendere i suoi stati come se fossero i propri, per poterli valutare come razionali (ivi, pp. 21, 152, 160, 164-5). In sintesi, Stueber afferma che, per interpretare pensieri, emozioni e azioni di una persona come coerenti e motivati, bisogna ricostruire immaginativamente la sua prospettiva di prima persona (empatia rievocativa), invece che limitarsi semplicemente a identificare quasipercettivamente i suoi stati mentali (empatia di base).
Come i lettori più attenti avranno notato, la teoria di Stueber sull’empatia rievocativa si discosta in modo sottile dalla visione di Lipps, secondo cui l’empatia pienamente sviluppata comporta la condivisione affettiva dell’emozione altrui. Entrambi, infatti, concordano nel considerare la replica della prospettiva dell’altro come parte del processo empatico; ma mentre Lipps sostiene che ciò comporta anche la “condivisione emotiva” da parte dell’empatizzante, Stueber ritiene che sia sufficiente l’“imitazione immaginativa” dello stato mentale dell’altro (ivi, p. 28). Sebbene molti filosofi contemporanei si schierino con Stueber (Goldie, 1999; Coplan, 2011), molti altri condividono l’enfasi di Lipps sull’importanza della condivisione affettiva nell’empatia (Hoffmann, 2000; de Vignemont, Jacob, 2012). In questo senso, l’eredità di Lipps persiste nelle odierne discussioni filosofiche, tanto che si potrebbe dire che il suo lavoro ha posto le basi per la maggior parte della ricerca sull’empatia. Nell’ultima sezione di questo contributo, esplorerò ora un modello alternativo di empatia che ha preso piede sulla scia del pensiero di Lipps: quello della filosofia fenomenologica.
Empatia: la prospettiva fenomenologica
Identificare l’empatia come un tipo di esperienza completamente sui generis e rivolta verso l’altro distingue chiaramente il modello fenomenologico da quelli di condivisione o simulazione della prospettiva altrui. Infatti, una delle principali conclusioni a cui sono giunti Edmund Husserl (1973) ed Edith Stein (2008) nei loro studi fenomenologici sull’empatia – conclusione che trova conferma anche nelle analisi di Max Scheler (1923), Alfred Schütz (1932) e Maurice Merleau-Ponty (1945) – è che la modalità fondamentale dell’esperienza empatica deve essere considerata come genuinamente percettiva. Ad esempio, se pensiamo alla visione, la percezione empatica riguarda l’atto di vedere un altro individuo come un essere dotato di mente. In questo contesto, si sostiene che l’oggetto immediato dell’esperienza percettiva non sia un corpo puramente materiale, ma un intero espressivo intriso di significato mentale. L’associare una forma elementare di empatia alla percezione rappresenta senza dubbio uno degli aspetti più promettenti della teoria fenomenologica, e non sorprende che la necessità di chiarire e giustificare questa affermazione abbia dominato i contributi fenomenologici nel dibattito contemporaneo (Zahavi, 2011; Taipale, 2015; Jardine, 2022; Doyon, 2024).
Inoltre, come evidenziano contributi recenti, i fenomenologi classici hanno esplorato anche una forma più complessa di esperienza empatica, talvolta definita empatia “intuitiva” (Dullstein, 2013; Jardine, Szanto, 2017; Summa, 2017; Heinämaa, 2018; Overgaard, 2019; Vendrell Ferran, 2023). Questa forma implica il superamento della percezione empatica per giungere a immaginare, richiamare alla mente o ripresentare (sich vergegenwärtigen) quelle che riteniamo essere le esperienze vissute dall’altro (Jaspers, 1912; Walther, 1922; Scheler, 1923; Reinach, 1913; Husserl, 1973; Stein, 2008). È importante sottolineare che i fenomenologi classici hanno sviluppato teorie dettagliate su come gli aspetti percettivi e intuitivi dell’esperienza empatica si integrino per formare un’intenzionalità rivolta all’altro, che, pur mantenendo una pluralità di sfaccettature, risulta comunque unitaria. Argomentando che l’empatia intuitiva si integri perfettamente con la sua dimensione percettiva, i fenomenologi sono riusciti a dimostrare che essa è altrettanto irriducibile alla simulazione immaginativa – e altrettanto sui generis – quanto l’empatia percettiva (Husserl, 1973, i, pp. 288-315; ii, pp. 161-4, 363-5, 494-5; iii, pp. 84-6, 95-6; Stein, 2008, pp. 13-20, 23-5).
In sintesi, i fenomenologi sostengono con convinzione che l’empatia ci permetta di percepire e immaginare altre menti in un modo irriducibile a qualsiasi altra forma di esperienza intenzionale. Sebbene questo modello di empatia possa certamente essere considerato postlippsiano – nel senso che sviluppa e radicalizza l’affermazione di Lipps secondo cui l’empatia implica un’“esperienza” unica e non inferenziale dell’altro – esso offre anche una critica e un’alternativa al principio centrale di Lipps, che vede nell’empatia la necessità di replicare l’esperienza dell’altro all’interno della vita immaginativa o affettiva dell’empatizzante.
- Per una panoramica su questi temi, cfr. gli articoli di Thomas Schramme, Antti Kaupinnen, Alison Denham e David Shoemaker in Maibom (2017). ↩︎
Bibliografia
- Baghramian, M., Papazian, M., Stout, R. (Eds.) (2021). The Value of Empathy. Abingdon: Routledge.
- Battaly, H.D. (2011). “Is empathy a virtue?” in: A. Coplan & P. Goldie (eds.), Empathy: Philosophical and Psychological Perspectives. Oxford: Oxford University Press, 277-301.
- Coplan, A. (2011). “Will the real empathy please stand up? A case for a narrow conceptualization,” The Southern Journal of Philosophy 49(1): 40–65.
- Coplan, A., Goldie, P. (Eds.) (2011). Empathy: Philosophical and Psychological Perspectives. Oxford: Oxford University Press.
- Cuff, B.M.P, Brown, S.J., Taylor, L., Howat, D.J. (2016). “Empathy: A review of the concept,” Emotion Review 8(2): 144–153.
- de Vignemont, F., Jacob, P. (2012). “What is it like to feel another’s pain?” Philosophy of Science 79(2): 295–316.
- Decety, J., Ickes, W. (Eds.) (2011). The Social Neuroscience of Empathy. Cambridge: The MIT Press.
- Doyon, M. (2024). Phenomenology and the Norms of Perception. Oxford: Oxford University Press.
- Dullstein, M. (2013). “Direct perception and simulation: Stein’s account of empathy,” Review of Philosophy and Psychology 4(2): 333-350.
- Goldie, P. (1999). “How we think of others’ emotions,” Mind & Language 14(4): 394-423.
- Heinämaa, S. (2018). “Two ways of understanding persons: A Husserlian distinction.” Phenomenology and Mind 15: 92-102.
- Herder, J. G. v. (2004). Philosophical Writings. Transl. & ed. M. N. Forster. Cambridge: Cambridge University Press.
- Hoffman, M.L. (2000). Empathy and Moral Development: Implications for Caring and Justice. Cambridge: Cambridge University Press.
- Husserl, E. ([1905-1935] 1973). Zur Phänomenologie der Intersubjektivität. Vol. I-III. Ed. by I. Kern. The Hague: Martinus Nijhoff.
- Ickes, W. (2003). Everyday Mind Reading. Amherst: Prometheus Books.
- Jardine, J. (2022). Empathy, Embodiment, and the Person: Husserlian Investigations of Social Experience and the Self. Cham: Springer.
- Jardine, J. (in stampa a). “Empathy as a theme in phenomenology,” in: N. de Warren and T. Toadvine (eds.), Encyclopedia of Phenomenology. Cham: Springer
- Jardine, J. (in stampa b). “Envisioning others without pretence: Husserl and Stein on the irreducibility, complexity, and value of empathy,” in: K. Ansell-Pearson and D. James (eds.), The Empathetic Emotions in the History of Philosophy. Oxford: Oxford University Press.
- Jardine, J., Thomas, S. (2017). “Empathy in the phenomenological tradition,” in: H. Maibom (ed.), The Routledge Handbook of Philosophy of Empathy. Abingdon: Routledge, 86-97.
- Jaspers, K. (1912). “Das phänomenologische Forschungsrichtung in der Psychopathologie.” Zeitschrift für die gesamte Neurologie und Psychiatrie 9: 391-408.
- León, F. & Zahavi, D. (2016). “Phenomenology of experiential sharing: The contribution of Schutz and Walther,” in Salice, A. & Schmid, H.B. (eds.), The Phenomenological Approach to Social Reality. Dordrecht: Springer, 219-234.
- Lipps, T. (1907). “Das Wissen von fremden Ichen,” in: Theodor Lipps (ed.), Psychologische Untersuchungen I. Leipzig: Engelmann, 694-722.
- Lipps, T. (1909). Leitfaden der Psychologie. Leipzig: Verlag von Wilhelm Engelmann.
- Maibom, H. (Ed.) (2017). The Routledge Handbook of Philosophy of Empathy. Abingdon: Routledge.
- McStay, A. (2024). Automating Empathy: Decoding Technologies that Gauge Intimate Life. Oxford: Oxford University Press.
- Merleau-Ponty, M. (1945). Phénomenologie de la Perception. Paris: Gallimard.
- Overgaard, S. (2019). “What is empathy?” in: F. Kjosavik, C. Beyer, and C. Fricke (eds.), Husserl’s Phenomenology of Intersubjectivity: Historical Interpretations and Contemporary Applications. Abingdon: Routledge, 173-192.
- Pedwell, C. (2014). Affective Relations: The Transnational Politics of Empathy. Houndmills: Palgrave Macmillan.
- Reinach, A. (1913). “Die apriorischen Grundlagen des bürgerlichen Rechtes,” Jahrbuch für Philosophie und phänomenologische Forschung 1(2): 685-847.
- Scheler, M. (1923). Wesen und Formen der Sympathie. Bonn: Friedrich Cohen.
- Schütz, A. (1932). Der sinnhafte Aufbau der sozialen Welt: Eine Einleitung in die Verstehende Soziologie. Vienna: Springer.
- Spaulding, S. (2017). “Cognitive empathy,” in: H. Maibom (ed.), The Routledge Handbook of Philosophy of Empathy. Abingdon: Routledge, 22-32.
- Stein, E. (2008.) Zum Problem der Einfühlung. Freiburg im Breisgau: Herder.
- Stueber, K. (2006). Rediscovering Empathy: Agency, Folk Psychology, and the Human Sciences. Cambridge, MA: MIT Press.
- Summa, M. (2017). “Empathy and anti-empathy: Which are the problems?” in: E. Magrí and D. Moran (eds.), Empathy, Sociality, and Personhood: Essays on Edith Stein’s Phenomenological Investigations. Cham: Springer, 87-105.
- Taipale, J. (2015). “Beyond Cartesianism: Body-perception and the immediacy of empathy,” Continental Philosophy Review 48(2): 161-178.
- Vischer, R. (1873). Über das optische Formgefühl: Ein Beitrag zur Ästhetik. Leipzig: Hermann Credner.
- Vendrell Ferran, Í. (2023). “Imagination in early phenomenological accounts of empathy,” in: T. Petraschka and C. Werner (eds.), Empathy’s Role in Understanding Persons, Literature, and Art. Abingdon: Routledge, 251-271.
- Walther, G. (1922). Ein Beitrag zur Ontologie der sozialen Gemeinschaften: Mit einem Anhang zur Phänomenologie der sozialen Gemeinschaften. Halle (Saale): Max Niemeyer.
- Zahavi, D. (2011). “Empathy and direct social perception: A phenomenological proposal,” Review of Philosophy and Psychology 2: 541-558.
- Zahavi, D. (2012). “Empathy and mirroring: Husserl and Gallese,” in Breeur, R. & Melle, U. (eds.), Life, Subjectivity and Art: Essays in Honor of Rudolf Bernet. Dordrecht: Springer, 217-254.Zahavi, D. (2014). Self and Other: Exploring Subjectivity, Empathy, and Shame. Oxford: Oxford University Press.