Il concetto di epistemic injustice, o ingiustizia epistemica, sistematizza e ridefinisce una serie di riflessioni emerse all’interno di quella parte della filosofia contemporanea nota come epistemologia sociale. L’epistemologia sociale contesta una delle assunzioni chiave dell’epistemologia che risale all’approccio cartesiano: la conoscenza è un fenomeno che riguarda il singolo soggetto conoscente e il suo rapporto con il mondo esterno eventualmente mediato dai sensi, dalla memoria, dall’intuizione o dal ragionamento. Al contrario, secondo i sostenitori dell’epistemologia sociale esiste una dimensione comunitaria che riguarda la produzione, la disseminazione e l’appropriazione della conoscenza. L’esempio classico da cui muovono gli studiosi di epistemologia sociale è quello della testimonianza: noi dipendiamo continuamente da altri soggetti per la formazione delle nostre credenze, fatto ancora più evidente quando tali soggetti sono esperti in campi a noi quasi totalmente sconosciuti.
Nella prima decade degli anni Duemila hanno cominciato a comparire studi che estendevano la prospettiva dell’epistemologia sociale, andando a indagare le dinamiche con cui la produzione e la definizione della conoscenza impattano sulle pratiche di riconoscimento e di azione sociale degli individui e delle comunità. Questa idea non era completamente nuova. L’antenato più venerabile è senz’altro l’aforisma baconiano secondo cui «sapere è potere», ma, rimanendo temporalmente più vicini a noi, l’ultima produzione di Michel Foucault, tra la fine degli anni Settanta e la metà degli anni Ottanta, è fortemente caratterizzata da quello che chiamava il binomio “conoscenza/potere”. Secondo Foucault, la conoscenza, in particolare quella scientifica, definisce dei “regimi di verità”, ossia delle condizioni generali di cosa è vero e cosa è falso e, a partire da questi regimi di verità, è possibile fondare pratiche di inclusione e di esclusione che rappresentano l’effetto dell’esercizio del potere. L’epistemologia sociale ha ripreso queste intuizioni combinandole con le risorse della filosofia analitica e sostituendo l’approccio genealogico tipico di Foucault con l’analisi concettuale.
Il concetto di ingiustizia epistemica si iscrive in questa linea di ricerca. La sua prima introduzione in ambito accademico è dovuta alla filosofa britannica Miranda Fricker, che lo analizza nel suo libro Epistemic Injustice. Power and the Ethics of Knowing (2007). Detto in breve, l’ingiustizia epistemica è una forma di discriminazione che si verifica quando lo statuto di un individuo come portatore o produttore di conoscenza viene diminuito o non riconosciuto affatto. L’ingiustizia epistemica si basa quindi su una ineguale “economia della credibilità”, ossia una divisione degli individui fra coloro che sono ritenuti affidabili e credibili portatori di conoscenza e coloro, invece, il cui ruolo epistemico è ritenuto subordinato. Se consideriamo la credibilità (intesa come tendenza o capacità di essere creduti nelle proprie affermazioni) come un bene socialmente desiderabile, quella epistemica è una forma di ingiustizia distributiva poiché tale bene è distribuito in modo ingiustificatamente ineguale.
Due punti sono importanti per capire la dimensione essenzialmente politica dell’ingiustizia epistemica. Primo, come avviene anche per altri beni socialmente desiderabili, come la ricchezza o l’educazione, esistono pratiche sociali e culturali costruite al fine di mantenere in vigore questa disuguaglianza nella distribuzione della credibilità. In altri termini, l’ingiustizia epistemica vera e propria deve essere distinta dal semplice errore cognitivo in cui non si presta fede immotivatamente a un individuo. Non consiste, dunque, in un occasionale uso scorretto delle nostre risorse epistemiche, ma è sostenuta da appositi dispositivi sociali e culturali. L’ingiustizia epistemica, per essere tale, deve essere sistematica. Secondo, l’ingiustizia epistemica ricade in ultima analisi su individui specifici, ma agisce su base identitaria, vale a dire che sono ben determinate categorie di individui a essere oggetto di una diminuzione del proprio statuto epistemico. In questo senso, l’ingiustizia epistemica si basa sulle forme di inclusione ed esclusione studiate anche da Foucault. Tuttavia, in una mossa tipica della tradizione analitica, molti studiosi ritengono l’ingiustizia epistemica non solo un vizio morale, ma anche un vizio epistemico, vale a dire una pratica di formazione delle credenze che ha scarsa tendenza di condurre alla verità. L’argomento di fondo è semplice: poiché non esiste alcuna ragione per ritenere che tutti gli individui appartenenti a un certo gruppo sociale siano meno credibili per il solo fatto di appartenere a tale gruppo sociale, adottare una forma di esclusione epistemica significa privarsi ingiustificatamente di potenziali fonti di conoscenza.
Al di là di questo aspetto, comunque, i danni maggiori dell’ingiustizia epistemica non riguardano solo la produzione e la trasmissione della conoscenza all’interno di una società, ma anche la costruzione dell’identità dei gruppi marginalizzati e il loro accesso a beni sociali come il riconoscimento, la dignità e la realizzazione di sé.
Miranda Fricker identifica due tipi principali di ingiustizia epistemica. La prima è detta ingiustizia testimoniale e riguarda l’ingiustificato eccesso o deficit di credibilità che individui appartenenti a certi gruppi sociali ottengono dagli altri. Fricker definisce l’ingiustizia testimoniale nel modo seguente:
L’idea di base è che un parlante subisca un’ingiustizia testimoniale quando il pregiudizio da parte dell’ascoltatore lo porta a conferire al parlante meno credibilità di quanto avrebbe altrimenti fatto. Poiché il pregiudizio può assumere diverse forme, esistono più fenomeni che rientrano nel concetto di ingiustizia testimoniale. Introduco il concetto di pregiudizio identitario come etichetta per indicare i pregiudizi verso le persone in quanto tipi sociali, il che mi permette di focalizzarmi sul caso centrale dell’ingiustizia testimoniale: l’ingiustizia che un parlante subisce ricevendo una credibilità ridotta dall’ascoltatore a causa di un pregiudizio identitario da parte di quest’ultimo, come nel caso in cui la polizia non crede a qualcuno perché è nero. Pertanto, il caso centrale dell’ingiustizia testimoniale può essere definito (anche se in modo piuttosto sintetico) come deficit di credibilità dovuto a pregiudizio identitario. Questa definizione cattura il tipo di ingiustizia testimoniale collegato ad altre forme di ingiustizia sociale che il soggetto è probabile subisca, ed è proprio questo che lo rende il caso centrale: è centrale dal punto di vista del ruolo che l’ingiustizia epistemica riveste nel più ampio schema di ingiustizia sociale (Fricker, 2007, p. 4; trad. nostra).
Il concetto di ingiustizia testimoniale colpisce proprio uno dei concetti centrali dell’epistemologia sociale, vale a dire la testimonianza come fonte di conoscenza. Fricker mostra come le pratiche sociali di esclusione possano annidarsi nel cuore delle nostre procedure epistemiche e alimentarsi reciprocamente. Gli esempi di ingiustizia epistemica sono estremamente pervasivi e possono attraversare in senso longitudinale diversi gruppi identitari. Nella sua forma più generale si può osservare ogni volta che un esponente del gruppo dominante (ad esempio un maschio bianco adulto) viene fornito di un eccesso di credibilità a discapito di un esponente di un gruppo subalterno (come una donna, una persona di colore, una persona indigente e così via). Si noti che questa iniqua distribuzione di credenza non dipende in generale da una dinamica in-group/out-group riguardante chi parla e chi ascolta, ma dalle strutture sociali sottostanti. In altre parole, può accadere che anche una donna ritenga più credibile un uomo in quanto uomo rispetto a un’altra donna. Le dinamiche dell’ingiustizia testimoniale sono quindi spesso subdole e sotterranee, al punto di minare anche la propria autoconsapevolezza come soggetto epistemico. Un esempio è il fenomeno del gaslighting, da molti ritenuto una forma di ingiustizia testimoniale. Il gaslighting è una manipolazione psicologica in cui si porta la vittima a dubitare delle proprie percezioni, della propria memoria e della propria valutazione della realtà. Tipicamente il gaslighting è più efficace su individui che sono particolarmente soggetti a subire un deficit di credibilità. Un altro caso comune di ingiustizia testimoniale riguarda l’autorità epistemica, ossia il rapporto fra individui esperti e non-esperti. Nella comunicazione medico-paziente può accadere sovente che un medico non dia peso alle preoccupazioni di un paziente a causa della sua origine sociale o del suo genere. In questo caso, il paziente non solo viene privato della possibilità di essere creduto, ma viene anche escluso da una partecipazione paritaria al dialogo medico.
Il secondo tipo di ingiustizia epistemica è chiamata ingiustizia ermeneutica ed è definita da Miranda Fricker come «l’ingiustizia di avere una parte significativa della propria esperienza sociale oscurata dalla comprensione collettiva a causa di un pregiudizio identitario strutturale nelle risorse ermeneutiche collettive» (ivi, p. 158; trad. nostra).
L’idea centrale di Fricker è che il linguaggio non è solo il veicolo della conoscenza, ma anche il modo in cui le esperienze sociali vengono formulate e appropriate. Se il linguaggio manca delle risorse necessarie per esprimere esperienze che sono specifiche di un certo gruppo sociale, la società come un tutto perde in contenuto di conoscenza, ma, cosa ancora più importante, tale gruppo viene limitato nella propria autoconsapevolezza e nella capacità di far sentire la propria voce. Esempi classici sono quelli legati a termini che esprimono esperienze tipiche di un genere non dominante. Pensiamo in primo luogo al concetto di “molestia sessuale”. Prima che tale concetto venisse formulato, il nostro linguaggio, e più in generale la società, non possedeva le risorse per dare corpo all’esperienza che molte donne fanno di un comportamento ossessivo, molesto e sessualmente connotato, con il risultato che tale esperienza veniva oscurata dal discorso pubblico o al più minimizzata perché confusa con altri comportamenti sopra le righe. Il concetto, invece, quando contornato da opportune pratiche e dispositivi sociali e politici, fornisce a chi riceve tale comportamento la possibilità di definire l’esperienza in un modo che la collettività può comprendere.
Il problema dell’ingiustizia epistemica si inquadra nella più ampia discussione del linguaggio di genere come dispositivo di equità sociale. Non si tratta, a ben vedere, solo di usare termini inclusivi rispetto al genere, cosa già di per sé importante, ma anche di riconoscere esperienze e modi di azione che sono propri solo di una parte, per lo più silenziata, della società. Un esempio illustrativo è il concetto espresso dal termine inglese mansplaining, crasi di man ed explaining. Il termine esprime ciò che accade quando un uomo si sente in dovere di spiegare una situazione a una donna solo per il fatto che lui è un uomo e lei una donna. Senza un termine evocativo che fornisca il perimetro concettuale del fenomeno, sarebbe difficile interpretare situazioni simili e anzi si correrebbe il rischio di non riconoscerle, oscurando di fatto una pratica di diminuzione dello statuto epistemico.
Sebbene il concetto di ingiustizia epistemica abbia generato un ampio lavoro di ricerca e sia stato in generale accettato nella comunità accademica dell’epistemologia sociale, non è esente da critiche. Ad esempio, alcune autrici hanno sottolineato che gli argomenti sviluppati nel libro di Fricker sono da tempo oggetto di studio nell’ambito del femminismo nero e che il lavoro di Fricker, non considerando gli aspetti intersezionali dell’oppressione, non rende loro giustizia commettendo, ironicamente, un atto di ingiustizia epistemica. Un’altra preoccupazione è che, nonostante la cura analitica posta da Fricker e da altri autori, il concetto di ingiustizia epistemica è ancora troppo malleabile, con il rischio di risultare troppo permissivo e includere troppi casi. Si deve notare che Fricker è molto esplicita sul fatto che è possibile commettere questo tipo di atti in modo involontario. In questo caso, viene senza dubbio perpetrato un abuso epistemico perché si perde una fonte di possibile conoscenza, ma, mancando intenzionalità, non si configura un abuso etico. La sistematicità delle pratiche di ingiustizia epistemica è, come detto sopra, una condizione necessaria, tuttavia, il costrutto è ancora molto dipendente da esperienze sociali condivise, i cui contorni sono spesso difficili da tracciare con sufficiente esattezza. Collegata a questo punto si trova spesso una terza critica: il concetto di ingiustizia epistemica assume che silenziando certe voci si perdano fonti di potenziale conoscenza, ma, senza una preliminare distinzione fra voci che possono contribuire epistemicamente e voci che invece sono potenzialmente deleterie per il tessuto sociale, si rischiano conseguenze paradossali. Si pensi, ad esempio, alle rimostranze di pretesa discriminazione da parte dei suprematisti bianchi, oppure all’uso che gruppi opposti fanno della nozione di cancel culture. Il rischio è, quindi, che l’ingiustizia epistemica passi da dispositivo di riconoscimento e riscatto sociale a categoria vuota al servizio del gruppo dominante.
Un tema molto importante nella società contemporanea riguarda il ruolo dell’ingiustizia epistemica nelle nuove tecnologie, in particolare nell’intelligenza artificiale generativa. In tempi molto recenti si sono moltiplicati gli studi che mettono in guardia sulla possibilità che l’ia generativa diventi un propagatore di ingiustizia epistemica. I sistemi di ia generativa come Chatgpt sono addestrati sul linguaggio ordinario, ma, come abbiamo visto, il nostro linguaggio sedimenta pratiche di ingiustizia epistemica. Inoltre, l’ia generativa non ha una comprensione semantica delle manipolazioni che esegue sulle parole, con il risultato che questi sistemi possono reiterare, in modo involontario, ma comunque sistematico, forme di esclusione e oscuramento. Si consideri, infine, il problema dell’opacità. I sistemi di ia generativa, come in generale buona parte delle reti neurali, non sono trasparenti al controllo umano, vale a dire che il modo in cui raggiungono i risultati, producono testi o immagini è a noi completamente sconosciuto, fatto che rende molto difficile esercitare un controllo sia a monte che a valle.
Ci sono molti modi in cui l’ia generativa può contribuire a creare situazioni di ingiustizia epistemica. Una è stata menzionata sopra: essendo stati addestrati su dati digitali recuperati su internet, i sistemi di ia generativa hanno, per così dire, interiorizzato un linguaggio che manifesta ancora molti aspetti di ingiustizia ermeneutica. Ma l’ia generativa può anche essere usata da utenti umani per produrre testi e immagini che incapsulano ingiustizia testimoniale e che sono ancora più pericolosi perché molto simili a quelli che produrrebbero esseri umani. Un altro esempio di ingiustizia testimoniale si ha quando questi sistemi sono considerati più credibili degli esseri umani, in special modo di membri di certi gruppi sociali. Questa manifestazione di ingiustizia testimoniale è ancora più subdola perché fa riferimento a una supposta oggettività ed esattezza dei sistemi informatici. In realtà, l’ia generativa ha un funzionamento probabilistico e sappiamo bene che può commettere errori o addirittura inventare informazioni.
Ingiustizia epistemica in contesto scolastico
Il concetto di ingiustizia epistemica ha una chiara ricaduta sull’educazione alla cittadinanza, poiché richiama ai valori dell’inclusione, dell’equità e della giustizia che sono i fondamenti della vita civile. Per quanto riguarda la filosofia come disciplina, le intersezioni più naturali sono con l’interazione fra conoscenza e agire sociale, il concetto di giustizia e l’uso della verità scientifica come dispositivo di oppressione. Si tratta di temi centrali nella riflessione del Novecento, in particolar modo per la Scuola di Francoforte e per il lavoro di Michel Foucault. Anche in letteratura esistono molti esempi di ingiustizia epistemica. Miranda Fricker illustra il concetto di ingiustizia testimoniale, prendendo ad esempio l’interrogatorio di un personaggio di colore nel romanzo di Harper Lee Il buio oltre la siepe. Infine, è importante ricordare che le pratiche di discriminazione a cui fa riferimento l’ingiustizia epistemica sono basate sull’identità, sulle cui radici storiche e culturali si può vedere la corrispondente voce di questo volume.
Bibliografia
- fricker m. (2007), Epistemic Injustice: Power and the Ethics of Knowing, Oxford University Press, Oxford.
- kidd i. j., medina j., pohlhaus g. (eds.) (2017), The Routledge Handbook of Epistemic Injustice, Routledge, New York.
- mckinnon r. (2016), Epistemic Injustice, in “Philosophy Compass”, 11, 8, pp. 437-46.