Libertà di parola. Come rileggere i classici nell’era digitale

di Luca Mori

Introduzione

La questione della libertà di parola sembra porsi in modo inedito nel mondo contemporaneo, in seguito alla diffusione dei social media e di quella che Luciano Floridi ha definito rivoluzione dell’infosfera (Floridi, 2017; sui diritti del Web cfr. Rodotà, 2014). La diffusione dei social media, in particolare, ha amplificato gli effetti della libertà di parola, con esiti talmente variabili e differenti da suscitare, periodicamente, nuovi dibattiti sui limiti ammissibili, in democrazia, per l’esercizio di tale libertà.

Consideriamo a titolo di esempio alcuni casi di studio. Nell’estate del 2011 Londra e altre città dell’Inghilterra furono attraversate per alcuni giorni da proteste e scontri in strada provocati dall’uccisione, in circostanze poco chiare, del ventinovenne Mark Duggan durante una sparatoria con la polizia. A quattro giorni dall’inizio dei tumulti, il premier inglese David Cameron annunciò il possibile blocco dei servizi di social networking, come misura per arginare la diffusione degli scontri, intervenendo sulla capacità di coordinamento delle bande, che stavano facendo ampiamente ricorso a Twitter e ad altri sistemi di messaggistica istantanea multipla per organizzare le loro azioni. Alcuni mesi prima degli eventi inglesi, i fatti accaduti in Tunisia e in Egitto avevano fatto inneggiare al potenziale dei social media nel sostenere le mobilitazioni democratiche e, in particolare, l’ondata di rivoluzioni e proteste che appariva allora attraversare alcuni grandi paesi del mondo arabo (ad esempio Marocco, Giordania, Arabia Saudita, Siria, Yemen) e che, con un’espressione giornalistica che si è subito imposta nell’immaginario pubblico, è stata denominata “primavera araba”.

Tra i tanti casi di studio sulle molteplici e variegate implicazioni della libertà di parola sui social media, uno dei più clamorosi e controversi è quello che ha coinvolto Donald Trump dopo le elezioni presidenziali del 2020: a seguito dell’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021 l’account di Trump, con circa 89 milioni di follower, fu sospeso da Twitter in modo permanente, perché quel che il presidente ancora in carica stava comunicando online – dichiarando tra l’altro, senza prove, che il risultato delle elezioni era stato intenzionalmente falsato – risultava inquadrabile come incitamento all’odio e alla violenza. Tra gli esponenti dei governi europei non mancarono le critiche alla scelta di Twitter.

Prendere posizione su quest’ultimo caso richiede di affrontare domande come le seguenti: una volta ammesso il diritto alla libertà di parola, è necessario stabilire dei limiti? In base a quali principi? Si deve evitare qualsiasi censura – in nome del principio del free speech –, anche quando chi detiene un grande potere politico, economico e mediatico diffonde fake news per mantenere o accrescere il proprio potere, aggirando o “forzando” le regole della democrazia? Chi dovrebbe decidere al riguardo? Nelle pagine che seguono si vedrà come alcuni classici della filosofia possano aiutare a cogliere alcune variabili fondamentali da considerare ogniqualvolta si tratta del diritto alla libertà di parola e delle eventuali limitazioni da porre a tale diritto.

Hobbes e Spinoza

Nel Leviatano (cap. xxix) Thomas Hobbes sostiene che la libertà di contestare il sovrano dev’essere proibita, in quanto causa di instabilità dello Stato (Hobbes, 1998). Nel capitolo xviii sostiene che spetta al sovrano decidere chi dovrebbe esaminare le dottrine contenute nei libri prima della pubblicazione (sul legame più generale tra controllo della parola e potere cfr. Pettit, 2008). Il governo sugli uomini si fonda anche sul governo delle opinioni e, dunque, dei mezzi attraverso cui le opinioni possono diffondersi. Più in generale, il sovrano è giudice delle dottrine che è conveniente insegnare ai sudditi: «Spetta pertanto a colui che ha il potere sovrano di essere giudice [lui stesso], o di istituire tutti i giudici delle opinioni e delle dottrine, in quanto cosa necessaria alla pace, onde prevenire con ciò la discordia e la guerra civile» (Hobbes, 1998, cap. xviii, p. 149). Impedire la libera circolazione delle opinioni è una misura preventiva rispetto al rischio che si diffonda il «veleno delle dottrine sediziose, una delle quali è che ogni privato giudica delle azioni buone e cattive» (ivi, cap. xxix, p. 264). Con Baruch Spinoza la prospettiva cambia radicalmente, ma il problema di limitare la libertà di stampa si ripresenta. Nel Trattato teologico-politico il filosofo sostiene che il diritto di pensare liberamente non è trasferibile e non può essere soppresso dal potere politico:

Se, dunque, nessuno può rinunciare alla propria libertà di giudicare e di pensare ciò che vuole, ma ciascuno per massimo diritto di natura è padrone dei propri pensieri, segue che mai nello Stato si può tentare, se non con esito assai infelice, di fare in modo che gli uomini, sebbene di opinioni diverse e contrarie, non dicano niente che non sia prescritto dalle sovrane potestà (Spinoza, 2011, cap. 20, § 4, p. 1111).

Il fine dello Stato spinoziano è la libertà (§ 6) e i cittadini – a differenza di quelli dello Stato hobbesiano – devono essere liberati dalla paura e non devono essere trasformati in automi. Entrando nello Stato, ogni cittadino «ha rinunciato soltanto al diritto di agire in base alla propria decisione, ma non di ragionare e di giudicare» (ivi, § 7, p. 1113).

D’altra parte, però, vale anche il principio seguente: «Ma, in verità, non possiamo neppure negare che la maestà si possa ledere tanto con le parole quanto con i fatti, e perciò, se è impossibile togliere completamente questa libertà ai sudditi, sarà, al contrario, pericolosissimo concederla del tutto» (ivi, § 5, p. 1111).

Si pone dunque il problema dei limiti del diritto alla libertà di parola (libertas loquendi), anche in uno Stato il cui fine è la libertà dei cittadini. Ciò accade perché il diritto di pensare liberamente comporta l’impegno a sostenere le proprie posizioni con la ragione, non con l’inganno, l’ira e l’odio. Il diritto di pensare liberamente non si estende inoltre alle opinioni “sovversive”, cioè a «quelle, che appena sono poste, è tolto il patto con il quale ciascuno ha rinunciato al diritto di agire secondo il proprio arbitrio» (ivi, § 9, p. 1115).

L’esercizio della libertà di parola, dunque, non è privo di inconvenienti, qualora sia consentito senza restrizioni. La prospettiva resta tuttavia chiaramente contrapposta a quella di Hobbes, al punto che Spinoza può sostenere che l’assenza di libertà di pensiero ed espressione determina l’instabilità dello Stato:

Ma supponiamo che questa libertà possa essere repressa e che gli uomini siano tenuti a freno in modo tale che non osino proferire niente che non sia prescritto dalle sovrane potestà. Con questo, certamente, non avverrà mai che non pensino niente che non sia voluto da esse; e perciò, seguirebbe necessariamente che gli uomini, continuamente, penserebbero una cosa e ne direbbero un’altra e che, di conseguenza, verrebbe meno la lealtà, in primo luogo necessaria nello Stato, e sarebbero favorite l’abominevole adulazione e la perfidia, quindi gli inganni e la corruzione di tutti i buoni princìpi (ivi, § 11, p. 1117).

Libertà di parola e libertà di stampa

Tra xvii e xix secolo il tema della libertà di parola si intreccia a quello della libertà di stampa, essendo quest’ultima un’innovazione tecnologica capace di estendere in modo rilevante la portata della libertà di parola e di moltiplicarne gli effetti.

Alla fine del xvi secolo Lancelot de La Popelinière (1599) esaltava la capacità della stampa di far conoscere in un batter d’occhio le più belle idee del mondo a tutti i popoli. Circa un secolo dopo John Toland sosteneva la tesi secondo cui limitare la libertà di stampa significherebbe impedire agli uomini di comunicarsi i propri pensieri, distruggendo così «i legami di umanità» (Toland, 1698, p. 6).

In un saggio uscito in varie edizioni tra il 1740 e il 1779 David Hume sosteneva che gli inconvenienti della stampa sono pochi e che «quasi mai» può eccitare tumulti e ribellione, anche se l’abuso della libertà può dare origine a tumulti (Hume, 1964, pp. 94-8; 2022): al contrario, il buon uso della stampa può fornire un meccanismo di regolazione reciproca – e dunque capace di generare ordine sul lungo periodo – tra gli umori del popolo e le ambizioni del potere sovrano.

Una posizione simile si trova in Montesquieu, che è stato indicato come rappresentante esemplare di una «epistemologia multicausale» (Tortarolo, 2011, p. 84), in base alla quale la libertà di stampa non è sufficiente a provocare sedizioni. Le parole, infatti, non sono ancora azioni e generalmente restano nel dominio delle idee (Montesquieu, 1996, vol. 1, cap. xii, p. 351): in presenza di condizioni particolari, arrivano ad avere altri effetti, ma la lezione di fondo è che la libertà di stampa, ossia – generalizzando – il libero utilizzo di una tecnologia dell’informazione che facilita la comunicazione dei pensieri, innalza il livello intellettuale di chi ne gode e fa sì che il potere si autoregoli sui propri privilegi.

Nella seconda metà del Settecento fu Nicolas de Condorcet a tentare di impostare in modo sistematico la questione degli effetti della stampa, dedicandole l’Essai sur l’influence de l’imprimerie, uno dei primi a cui lavorò per il Tableau historique (Condorcet, 1969; 2004). Nella ricostruzione di Condorcet la possibilità di comunicare le idee e la disponibilità di libri salvaguardano dall’ignoranza e da indebite mescolanze tra scoperte autentiche e favole. La stampa, come tecnologia della diffusione dell’informazione, fa sì che la scoperta di un uomo divenga rapidamente disponibile a tutti i suoi contemporanei; in tal modo, il sapere si diffonde mentre le tesi errate e ridicole possono essere analizzate e smentite più facilmente (dunque la stampa diventa anche una tecnologia per il “controllo tra pari” dell’informazione); le opere in lingua straniera possono essere conosciute più velocemente e si può trarre profitto in modo più rapido dalle critiche (la tecnologia agevola in tal senso l’auto-correzione e l’apprendimento). Da quanto detto deriva che una tecnologia che facilita la diffusione e la libera circolazione dell’informazione permette un maggior controllo dell’informazione stessa, agevolando processi cooperativi di auto-correzione, di scoperta e di apprendimento.

La libertà di parola come freno agli abusi di potere

Contro coloro che trovarono la causa della Rivoluzione francese nella libertà di parola veicolata dalla stampa, Benjamin Constant sostenne che a rovesciare il governo monarchico nel 1789 non era stata la stampa, ma proprio il malgoverno, con il disordine delle finanze, arrivando ad ipotizzare che se ci fosse stata la libertà di stampa la monarchia non sarebbe stata rovesciata:

se la libertà di stampa fosse esistita sotto Luigi xiv e Luigi xv, le guerre insensate del primo e la dispendiosa corruzione del secondo non avrebbero prostrato lo Stato. La possibilità di pubblicare liberamente avrebbe frenato il primo nell’azione, il secondo nei vizi: essi non avrebbero quindi trasmesso allo sfortunato Luigi xvi un regno che era impossibile salvare (Constant, 2007, pp. 141-2).

In sostanza, premesso che il libero uso di una tecnologia dell’informazione che estende la dimensione della pubblicità costituisce un freno per il potere, l’idea di Constant è che non sia lo strumento di comunicazione a generare l’indignazione e a “scatenarla”, ma è l’indignazione che può cercare e trovare nello strumento di comunicazione una via per diffondersi:

Non è affatto la libertà di stampa – prosegue Constant – che ha scatenato l’indignazione popolare contro le detenzioni illegali e le lettres de cachet. È l’indignazione popolare che ha impugnato, contro l’oppressione del potere, non la libertà di stampa, ma la risorsa pericolosa del libello, risorsa che tutte le precauzioni della polizia non riescono mai a sottrarre a un popolo sottomesso (ibid.).

Il brano introduce un doppio livello: la libertà di stampa potrebbe costituire un “freno” all’esercizio del potere, rendendolo meno sconsiderato e di conseguenza più stabile, perché meno sordo e più propenso a cogliere in anticipo, fin dall’inizio, i segnali di insofferenza e di indignazione a cui la stampa darebbe voce; l’assenza di libertà di stampa non elimina gli effetti della tecnologia dell’informazione ormai disponibile, ma ne determina l’utilizzo in forme non ufficiali (il libello), che permettono ai sentimenti popolari di darsi, per così dire, una forma e un’organizzazione, facendo altresì emergere un ruolo di mediazione privilegiato per chi scrive e legge in prima persona.

Constant arriva anche a suggerire che nei popoli moderni la libertà di stampa possa sostituire in qualche modo «la partecipazione diretta all’amministrazione dei pubblici affari» (ivi, p. 157), senza tuttavia pensare che possa sostituire i diritti politici «in modo completo» (ivi, p. 161). La sua concezione può essere inserita nella tradizione secondo cui la libertà di stampa è correlata alla «libertà intellettuale della specie umana», al punto che ogni posizione a essa relativa riguarda «la questione generale dello sviluppo dello spirito umano»: ai suoi occhi, «[l]a natura e l’estensione delle nostre società moderne, nonché l’abolizione di tutte le forme popolari e tumultuose, rendono la stampa il solo mezzo di pubblicità, il solo modo che le nazioni e gli individui hanno per comunicare tra di loro» (ivi, p. 147).

Nell’interpretazione di Jeremy Bentham la stampa è un potere di controllo, un mezzo del «Tribunale dell’Opinione pubblica» che protegge dall’esercizio arbitrario del potere e dai sinistri interessi dei governanti. Pronunciandosi sulla Costituzione spagnola del 1812, con Ferdinando vii in esilio (Bentham, 2012), evidenzia che non si può giustificare l’eliminazione della libertà di stampa adducendo come pretesto la volontà di conservare un “buon ordine (good order)” politico, poiché tale atto prelude piuttosto all’istituzione di una sorta di schiavitù: gli Stati Uniti sono citati come esempio di un paese in cui il buon governo esiste, senza che ci siano restrizioni al parlare in pubblico, come non ce ne sono al mangiare insieme in privato. Se può diventare pericolosa, la libertà di stampa lo è come tutte le libertà; essa, tuttavia, è necessaria, considerando che i governanti, come tutti gli uomini, hanno a cura anzitutto sé stessi (principio della self-preference). Ne deriva che il libero utilizzo di una tecnologia dell’informazione che, come la stampa, permette la circolazione delle idee e dei punti di vista, può dar corpo a un potere di controllo sulle condotte dei “pochi al governo” (ruling few), favorendo così il buon governo.

La libertà di parola e l’educazione pubblica

Nelle lezioni di Friedrich Hegel a Heidelberg (1817-18), troviamo una riflessione sul nesso tra la stampa e la pubblicità della dieta:

Dieta e libertà di stampa – scrive Hegel – sono due cose con le quali si ha ora per lo più a che fare, che possono esistere solo in un tutto conseguente, o in esso sono anelli necessari della catena del tutto. La libertà di stampa è questo completamento in un grande Stato, dove i comuni possono essere rappresentati nelle diete solo attraverso deputati, poiché ognuno non può prendervi parte, in quanto la stragrande maggioranza non ne è capace per via della sua occupazione e della sua formazione (Hegel, 1993, p. 268).

Il “completamento” che la stampa offre alla dieta consiste nel renderle possibile «farsi sentire immediatamente». Quanto alla libertà di stampa, essa solleva un problema educativo e uno normativo. Nelle lezioni di Heidelberg si legge infatti che «se la libertà di stampa deve essere introdotta senza che nuoccia, il popolo deve già trovarsi a un grado superiore di formazione pubblica» (ivi, p. 269). Nei Lineamenti di filosofia del diritto, che ci portano a Berlino nel 1821, la stampa è concepita come un mezzo utilizzabile per la libertà della comunicazione pubblica, che supera nell’estensione dell’incidenza il discorso orale, al quale rimane tuttavia il privilegio della vivacità (Hegel, 2005): sul piano normativo, in relazione all’esigenza di segnare confini tra il consentito e il proibito, Hegel coglie un problema emergente che si è ripresentato mutatis mutandis negli anni della diffusione del web, ossia quello del rapporto tra determinatezza della legge e indeterminabilità della forma e della materia da normare (nel caso di Hegel, le innumerevoli forme che il testo scritto può prendere).

John Stuart Mill (2007) riprende a metà Ottocento l’idea secondo cui la stampa aiuta a distinguere le opinioni giuste e quelle errate, favorendone il confronto e la correzione. Ciò non è tuttavia scontato e in democrazia nasce il problema politico dell’educazione intellettuale dell’uomo medio, necessaria per renderlo capace di sottrarsi a condizionamenti indebiti. Rilevando che oltre al dominio esercitato dall’alto, con la stampa diventa possibile una sorta di tirannide del conformismo e dell’uniformità di pensiero generata dalla maggioranza, dal basso e per così dire verso il basso, Mill abbraccia un principio di varietà, secondo cui è preferibile che esista una pluralità di versioni dei fatti (e dunque di quotidiani e riviste), come è preferibile che esista una pluralità di agenzie formative sottratte al monopolio statale. Possiamo associare a Mill due principi: il primo, secondo il quale data una tecnologia dell’informazione come la stampa, è bene moltiplicare gli emittenti e i canali che, servendosene liberamente, forniscono una pluralità di versioni dei fatti; nel secondo racchiudiamo la preoccupazione che motiva il precedente, ossia l’idea che una tecnologia dell’informazione che facilita la condivisione delle opinioni può favorire forme di conformismo e uniformità di pensiero, che si presentano come una sorta di dominio esercitato dal basso e verso il basso. Tocqueville, in un saggio pubblicato in quegli stessi anni – per la prima volta nel 1856 – aveva suggerito di considerare la potenza della stampa non soltanto in relazione ai mezzi disponibili e ai contenuti pubblicati, ma anche «al modo in cui le si presta ascolto», giacché essa può gridare forte e restare ininfluente, trovandosi ad avere un uditorio sordo (Tocqueville, 1989, l. iii, cap. 1, p. 537). Ne ricaviamo che gli effetti di un mezzo e dei contenuti veicolati cambiano a seconda dell’attenzione e dell’educazione del pubblico che ne fa uso.

Ciò va tenuto particolarmente presente in democrazia, perché può appellarsi alla libertà di parola – in nome della democrazia – anche chi aspira a difendere la propria libertà di fabbricare fake news e diffondere contenuti ingannevoli con fini antidemocratici: in questo caso, ribaltando la prospettiva considerata nel paragrafo precedente, la libertà di parola può diventare alleata di chi, detenendo un potere (politico, mediatico, economico), intende abusarne, ad esempio diffondendo fake news. Anche qui vale il principio “nulla di troppo” e, ricordando Spinoza, si dovrà tenere conto degli inconvenienti che l’esercizio di ogni libertà comporta, quando si superano dei limiti che nel caso della libertà di parola non è sempre facile individuare con chiarezza. Poiché tuttavia la libertà di espressione è vitale per la democrazia – data inoltre la pervasività e il carattere multiforme dei nuovi veicoli tecnologici di tale libertà – la qualità di una democrazia richiede ben altro rispetto alla censura di cui si servono tradizionalmente i regimi autocratici; essa richiede, innanzitutto, cittadine e cittadini dotati di “anticorpi cognitivi” adeguati alla complessità del tema di cui, fin qui, abbiamo illustrato soltanto alcuni aspetti, con l’aiuto di classici che permettono di cogliere tensioni e variabili persistenti anche nel nostro tempo.

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