Linguaggio inclusivo

di Giorgio Lando

Come può il linguaggio includere oppure escludere qualcuno? In quali casi e perché è auspicabile far sì che il linguaggio includa più persone? Questi cambiamenti sono concretamente realizzabili? Tali domande sono oggetto di ferventi attività di ricerca nella filosofia del linguaggio contemporanea e le risposte sono connesse a questioni metodologiche di interesse generale per la disciplina. Per questo, ad esempio, quindici dei trenta saggi che compongono il recente Oxford Handbook of Applied Philosophy of Language (Anderson, Lepore, 2024) riguardano, per intero o parzialmente, modi in cui il linguaggio rischia di escludere qualcuno e varie strategie per renderlo più inclusivo.

Mi concentro qui su due aspetti del linguaggio che possono comportare inclusione o esclusione di persone e che sollevano interessanti problemi filosofici. Il primo aspetto riguarda le espressioni referenziali e la quantificazione. Tra le espressioni referenziali, un’ampia parte del dibattito ha riguardato i pronomi (per un quadro aggiornato Kirk-Giannini, Glanzberg, 2024): in particolare, da una parte, l’uso generico di pronomi di genere grammaticale maschile come “colui” e “gli” in italiano, e “he” e “him” in inglese, per indicare una persona di cui non si conosce il genere personale; e, dall’altra, l’applicazione di pronomi di genere grammaticale diverso dal genere personale in cui la persona designata si identifica. Questo secondo problema riguarda più acutamente le persone che hanno mutato la propria identità di genere o si identificano in un genere diverso dal proprio sesso biologico. L’enfasi sui pronomi è in parte dovuta al fatto che una larga parte del dibattito su questi temi si svolge in lingua inglese e ha come fonte prevalente di esempi l’inglese stesso, e i pronomi sono le più importanti espressioni dell’inglese, il cui genere grammaticale tende a corrispondere al genere della persona designata.

In altre lingue, come l’italiano, il genere è invece una categoria grammaticale pervasivamente espressa, in maniera inerente nei sostantivi e attraverso la flessione per articoli, aggettivi e altri modificatori dei sostantivi. Quando si dice quindi, ad esempio, «un avvocato svolge una professione nobile e gli si deve quindi un minimo di rispetto», sia il sostantivo di genere grammaticale maschile “avvocato” che il pronome maschile “gli” sono usati come maschili generici. L’utilizzo di tali maschili può influenzare il dominio di quantificazione e in generale il dominio di entità di cui si parla, ad esempio se il discorso prosegue con «chi fa questo lavoro deve pretendere tale rispetto».

Una convenzione radicata nella storia della lingua italiana consentirebbe di interpretare tale frase come riguardante anche coloro che svolgono la professione legale, ma sono di genere femminile o non binario, interpretando appunto come generiche le espressioni grammaticalmente maschili “un avvocato” e “gli”. Il rischio di esclusione deriva però anzitutto dal fatto che, oltre all’interpretazione generica, esiste un’altra interpretazione legittima che esclude invece chi pratica la professione legale, ma non è di genere maschile. L’esistenza di quest’altra interpretazione esclusiva rende il testo ambiguo. Pezzini (2015) riporta ad esempio che nel 1906 i plurali maschili dello Statuto Albertino sono stati interpretati in modo da non includere le donne nei registri di chi ha diritto al voto.

Anche però quando l’interpretazione semantica intesa è chiaramente quella inclusiva e nessuno – né tra chi proferisce né tra chi ascolta – ritiene che solo chi è di genere maschile sia incluso nel dominio di quantificazione e incida sulle condizioni di verità degli enunciati coinvolti, l’esclusione può avvenire lo stesso. Non avviene sul piano strettamente semantico delle condizioni di verità, ma a livello di effetti lessicali, ossia di effetti psicologici e sociali della scelta di un’espressione linguistica anziché di un’altra. Gli effetti lessicali sono un tema relativamente nuovo nella filosofia analitica del linguaggio (Cappelen, 2018, cap. 11): si tratta di una dimensione del linguaggio che, ad esempio, Frege tendeva a confinare al livello di Färbungen e Beleuchtungen, ossia di sfumature soggettive logicamente irrilevanti (Frege, 2001, p. 31). Per spiegare come un pronome possa escludere, pur riferendosi alle persone che esclude, è invece importante considerare proprio gli effetti psicologici e sociali che una scelta lessicale può comportare, anche se la differenza non riguarda né ciò a cui si riferisce il termine o il dominio di quantificazione (il piano estensionale), né le condizioni di verità degli enunciati e il modo in cui il significato dei termini incide su di esse (il piano intensionale).

Nella letteratura si sta facendo strada anche la proposta di assimilare i pronomi maschili o femminili applicati a persone non binarie agli epiteti denigratori (slurs), oggetto di un complesso dibattito filosofico (Bianchi, 2021, cap. 3). Questo confronto è particolarmente fruttuoso nel quadro di alcune teorie sugli slurs. Tra di esse, si segnalano l’espressivismo (Potts, 2007), che ritiene che uno slur (come “terrone”) sia offensivo in virtù non di informazioni false che comunica e che lo distinguono dal suo corrispondente neutrale (“persona originaria del Meridione d’Italia”), ma degli atteggiamenti e delle condizioni psicologiche che esprime; e il proibizionismo (Anderson, Lepore, 2013), teoria secondo la quale il carattere distintivo degli slurs consiste nell’esistenza di una regola che ne vieta l’utilizzo, regola nella cui istituzione ha un ruolo primario la comunità di persone ai cui componenti lo slur si riferisce. Tale ultima teoria è particolarmente adatta a spiegare la natura offensiva degli slurs che non sono proferiti con intenti offensivi, ma che risultano nondimeno offensivi per la sensibilità di coloro cui gli slurs si riferiscono. Analogamente è possibile spiegare l’effetto offensivo ed escludente di un pronome di genere grammaticale non corrispondente al genere in cui si riconosce la persona a cui il pronome si riferisce, anche nei casi in cui chi parla non ha intenzioni offensive. La persona può comunque essere offesa o turbata, ad esempio dall’utilizzo di un pronome che gli fa venire in mente un genere in cui non si riconosce e nel quale può essersi sentita o ancora sentirsi costretta a riconoscersi. Questa offesa è quindi in effetti analoga a quella che percepisce in molti casi la persona cui è rivolto uno slur secondo la teoria proibizionista. La classificazione del pronome come offensiva viene affidata alla sensibilità non della singola persona, ma di una comunità (come la comunità delle persone non binarie).

Tornando all’esclusione strettamente semantica e in particolare referenziale, problemi interessanti sono posti da termini che non si riferiscono direttamente a persone, ma il cui referente può essere identificato in modo tale da escludere delle persone dalle pratiche sociali connesse a tale referente. Questo è ad esempio il caso di “matrimonio”, se il termine viene interpretato come riferentesi esclusivamente a un’unione che coinvolge persone di generi diversi, escludendo così – già a livello semantico – il matrimonio tra persone dello stesso genere. È anche il caso di “stupro”, che può essere interpretato in modo da escludere a livello semantico forme di costrizione e violenza all’interno di una coppia sposata, così da rendere impossibile già a livello semantico lo stupro in tale ambito. La non inclusività del linguaggio ha in questi casi un influsso sul novero delle possibilità ammissibili nell’ambito di una conversazione, ossia su un aspetto dello score (punteggio) conversazionale, secondo la classica terminologia di Lewis (1979). Questa modifica del novero delle possibilità ammesse rischia di essere incorporata nello sfondo comune assunto di default dai partecipanti alla conversazione. Contestare tale esclusione diventa di conseguenza più costoso. Chi – ad esempio – voglia sostenere, nell’ambito di conversazioni con tale sfondo, l’opportunità di estendere il matrimonio a coppie di persone dello stesso genere o di perseguire penalmente stupri all’interno di coppie sposate si trova costretto a integrare gli argomenti diretti a sostegno della propria posizione con il tentativo di cambiare l’interpretazione dei termini utilizzati nel formulare tali argomenti; oppure a formulare tali argomenti utilizzando un lessico diverso. Il suo oppositore può invece usare i termini standard o addirittura rivendicare che la propria posizione, essendo l’unica a intendere tali termini in modo standard, è ovviamente o analiticamente vera. È interessante osservare come in questi casi l’interpretazione estesa, inclusiva dei termini, appaia sempre preferibile rispetto a quella esclusiva, per il fatto stesso di rendere più agevole e meno sbilanciato in partenza il dibattito razionale su questioni sociali controverse.

Bisogna invece osservare come, in casi diversi, non sia scontato che l’inclusione sia sempre preferibile all’esclusione. Una donna araba è a bordo di una metropolitana affollata e un anziano va verso di lei e dice a voce alta: “Maledetta terrorista, tornatene al tuo paese. Non vogliamo gentaglia della tua razza qui da noi” (Maitra, 2012). Oltre a slurs offensivi per la donna, l’anziano utilizza il pronome “noi”, che rischia di includere le altre persone a bordo: anche per alcune di tali persone può essere offensivo essere incluse nel riferimento del pronome “noi” e oneroso contestare tale inclusione.

Il secondo aspetto del linguaggio connesso all’inclusione e all’esclusione riguarda invece gli atti linguistici, ossia le azioni che si compiono quando si utilizza il linguaggio. Si può includere o escludere qualcuno dal novero di coloro che possono partecipare, o partecipare in modo efficace e paritario, alla comunicazione linguistica, sia nel ruolo di agente che in quello di ricevente di un atto linguistico. Abbiamo visto che chi è designato con un pronome di genere grammaticale non corrispondente al genere in cui si riconosce può offendersi, in modo affine a un referente di uno slur. Questa offesa e il complesso dei connessi effetti lessicali, anche di tipo sociale, può privare la persona delle condizioni di base che le consentirebbero di compiere atti linguistici. In particolare, possono venire meno la serenità psicologica e lo status minimo di autorevolezza nella conversazione richiesti per compiere oppure per compiere in modo perlocutivamente efficace gli atti linguistici. Una persona viene in tale modo zittita, silenziata. Tale forma di silenziamento non consiste nell’impossibilità fisica o legale di parlare; non è quindi sullo stesso piano di altre forme più immediate di silenziamento, in cui una persona viene imbavagliata, la sua voce coperta da urla o una legge la priva del diritto di parola. È invece l’effetto di altri atti linguistici precedenti, nell’ambito di una conversazione scarsamente cooperativa. Poniamo che Marco (regista) voglia uccidere Angela (attrice), avvelenandola su un set teatrale (Cappelen, Dever, 2019, pp. 173-5). Affinché non si dia peso alle richieste di aiuto di Angela, Marco dice: «Azione!», prima che gli effetti dell’avvelenamento si dispieghino. In questo modo, vengono meno per Angela le condizioni sociali necessarie per compiere gli atti linguistici dell’asserzione e della richiesta, o per compierli in modo efficace. Quando proferisce: «Mi ha avvelenato, aiutatemi!», Angela non riesce a compiere un atto linguistico; o – in un’altra interpretazione – riesce a compierlo, ma viene ignorata e mancano quindi gli aspetti perlocutivi dell’atto linguistico.

In altri casi, la seconda interpretazione – secondo la quale gli atti linguistici avvengono, ma sono ignorati e quindi perlocutivamente inefficaci – non è disponibile, perché l’effetto degli atti linguistici è letteralmente il silenzio della persona esclusa, la quale quindi non compie atti linguistici, nemmeno locutivi. Questo può avvenire in contesti conversazionali segnati da rapporti gerarchici che intimidiscono, come in alcuni casi accademici di silenziamento di precarie e precari della ricerca da parte di professoresse e professori che influiscono sulla loro carriera (Dowell, 2024).

Un’ampia letteratura riguarda forme di silenziamento delle donne causate dalla pornografia. Secondo MacKinnon (1993), la pornografia eterosessuale rappresenta sovente donne che, pur opponendo un’apparente resistenza ad atti sessuali, provano piacere quando questa resistenza viene ignorata e forzata. Quando questa rappresentazione viene fruita da adolescenti maschi, li induce a non prendere sul serio nella realtà gli atti linguistici illocutivi di diniego a rapporti sessuali da parte di donne. Inoltre, un clima sociale che squalifica tali atti di diniego può portare le donne stesse a non compierli affatto, e il loro silenzio tende, a sua volta, a essere frainteso come una forma di silenzio-assenso. Le donne si trovano quindi sovente nella posizione di non poter alterare lo score del gioco linguistico come vorrebbero, perché i loro atti linguistici non possono avvenire o essere efficaci; il silenziamento sarebbe una forma di disabilitazione illocutiva (Langton, West, 1999) o perlocutiva.

Entrambi gli aspetti del linguaggio sopra considerati (quello semantico, concernente il riferimento e la quantificazione; e quello degli atti linguistici e del silenziamento) intersecano problemi centrali e metodologici della filosofia del linguaggio nel suo complesso. Ciò accade perché – come abbiamo visto sopra – la comprensione di questi fenomeni richiede spesso di non limitarsi all’approccio verocondizionale al significato, considerando ad esempio anche gli effetti lessicali; e di andare oltre un modello della comunicazione – latamente ispirato a Grice (1989) – come attività cooperativa mossa da intenzioni di chi parla che vengono colte da chi riceve. Le varie forme di esclusione sono tipicamente non cooperative e possono verificarsi anche se chi parla non ha intenzione di escludere alcuna o alcuno.

Altri interessanti problemi metodologici sorgono quando ci si pone il problema di come far diventare più inclusivo il linguaggio, migliorandolo. Tale miglioramento linguistico è anche discusso in relazione ai concetti espressi dal linguaggio, nell’ambito dell’ingegneria concettuale teorizzata da Cappelen (2018). Questo progetto è in tensione con una lunga tradizione in filosofia del linguaggio. Tale tradizione le assegna un ruolo eminentemente descrittivo (Wittgenstein, 2024, § 109) e non normativo e invita a considerare che le parole comuni e il comune modo di intenderle sono sopravvissuti a un complesso e lungo processo storico-evolutivo e sono pertanto più sottili e profondi di qualsiasi alternativa progettata a tavolino (Austin, 1956, p. 8).

Il miglioramento linguistico può riguardare, in particolare, la morfologia, la semantica e la pragmatica. La morfologia è ad esempio coinvolta laddove si progetti di migliorare lingue in cui il genere dei referenti è espresso attraverso una categoria grammaticale con i valori di maschile e femminile, eventualmente introducendo dispositivi specifici, che possono avere anche riflessi fonologici, come nel caso dello schwa come possibile neutralizzazione dell’espressione del genere in italiano (Gheno, 2022). La semantica è coinvolta nel cambiamento laddove ci si proponga di cambiare e rendere più inclusiva l’interpretazione di espressioni, come nei casi sopra considerati di “matrimonio” e “stupro”. L’uso del linguaggio e la pragmatica sono invece maggiormente coinvolti quando sono in questione gli effetti lessicali esclusivi e i rischi di silenziamento.

Tutti questi livelli di cambiamento sollevano preoccupazioni relative alla loro realizzabilità ed efficacia. I cambiamenti morfologici hanno il vantaggio di essere osservabili e monitorabili, e si prestano pertanto meglio a essere oggetto di linee guida o norme, ad esempio all’interno di un’azienda o di un’università. A livello semantico e pragmatico, è meno realistico pensare che si possano fissare linee guida o norme analoghe, e sarebbe difficile monitorare la loro applicazione. Infatti – secondo una linea di pensiero che risale a Quine (1980) – gli aspetti osservabili del linguaggio possono lasciare sottodeterminati l’interpretazione semantica e gli effetti lessicali. Il monitoraggio può allora essere attuato solo con metodi indiretti e metalinguistici, come l’erogazione di questionari.

Il cambiamento semantico rischia inoltre di comportare un cambiamento di argomento. Il dibattito tra chi – ad esempio – continua a intendere il matrimonio come analiticamente ristretto a persone di genere opposto e chi, di contro, ha rivisto il significato di “matrimonio” e il relativo concetto in modo da includere coppie di persone dello stesso genere rischia di mancare di un oggetto comune, e di essere derubricato a mero disaccordo verbale.

Sono tuttavia disponibili approcci al cambiamento semantico che evitano questo esito. Si può, ad esempio, sostenere che, in alcuni cambiamenti di significato, resta inalterato l’argomento di cui si parla, laddove gli argomenti sarebbero entità semantiche a grana meno fine rispetto ai significati (Cappelen, 2018, parte iii). Un cambiamento di significato a parità di argomento avrebbe ad esempio riguardato il termine “adulto”, quando la soglia dell’età adulta, in seguito a un cambiamento legislativo avvenuto in Italia nel 1975, è passata da 21 anni a 18: si è continuato a parlare di adulti – non si è cambiato argomento – anche se il significato di “adulto” è cambiato. La riflessione su questi temi ha portato anche a nuove proposte nell’ambito della metafisica del linguaggio, ossia della riflessione – influenzata da lavori classici come Kaplan (1990) – sulla natura e sulle condizioni di identità delle espressioni linguistiche. Secondo Haslanger e Yablo (2024), i significati non hanno esistenza autonoma e condizioni di identità proprie, ma sono un aspetto delle condizioni di identità delle parole. Le parole cambiano nel tempo e, nel corso di questi cambiamenti, ci si trova talora di fronte a diversi candidati idonei al ruolo di essere una certa parola in un certo tempo. La situazione sarebbe analoga a quella che coinvolge la nave di Teseo, in particolare nella versione di Hobbes (1972, cap. xi). Le travi di legno che compongono una nave vengono progressivamente sostituite e le vecchie travi riutilizzate per costruire un’altra nave: ci sono, durante questo processo, più candidati al ruolo di successore della vecchia nave. La progettazione del cambiamento semantico consisterebbe allora nello scegliere tra vari candidati idonei; e la scelta può essere orientata anche da una valutazione degli effetti sociali che derivano dall’intendere parole come “matrimonio” e “stupro” in modo più o meno inclusivo.

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