Migrare: un destino comune a tutti gli organismi viventi
A Marsiglia, città nel sud della Francia, esiste uno spazio verde pubblico, con un nome alquanto singolare, si chiama infatti “Giardino delle migrazioni” (Calzolaio, 2023). Situato nel Museo della Civiltà europea e mediterranea (Mucem), si compone di quindici diverse aree tematiche che esemplificano la forzatura di una distinzione delle piante presenti tra autoctone ed esotiche. Difatti, è l’insieme a rappresentare la ricchezza della diversità degli esseri viventi e si comprende dal nome del giardino, contemplando le migrazioni al plurale, come questo insieme sia il risultato anche di migrazioni “forzate” indotte dai cambiamenti del clima nel tempo.
Passeggiando in questo luogo, tutto ci suggerisce che l’azione di migrare sia costitutiva dell’ambiente che ci circonda e dell’evoluzione della nostra specie.
Sebbene si sia ancora scettici nel sostenere un nesso di causa-effetto tra un evento climatico e la spinta a spostarsi di una popolazione, per non cadere in una sorta di determinismo1 storico, è opportuno conoscere questa dinamica per monitorare quelle che in un possibile futuro saranno “migrazioni climatiche”. Con la grande differenza che, storicamente, le migrazioni climatiche avevano piuttosto il carattere di gruppo, mentre quelle più recenti sono prevalentemente di tipo individuale.2
Chi migra, dunque? Tutti gli organismi viventi e spesso insieme, ma con modalità diverse.
Si può sicuramente distinguere tra migrazioni attive e passive, ma all’interno si evidenziano molte altre sfumature.
A partire dal xix secolo, i processi migratori si sono intensificati. In particolare, quelli a lunga distanza sono diventati più frequenti grazie a nuovi mezzi di trasporto, processo ulteriormente intensificato nel xx secolo dallo sviluppo dei viaggi aerei, aprendo nuove vie ai movimenti di massa intercontinentali. Anche i conflitti armati e i regimi politici hanno svolto un ruolo importante, innescando ondate su larga scala sia volontarie sia forzate.
La parola che sintetizza lo stato attuale delle cose è “globalizzazione” (Held et al., 2003, pp. 67-8) e la migrazione è un segno importante della globalizzazione. È strettamente legato ai cambiamenti nella produzione globale e alla crescita del commercio internazionale. La globalizzazione ha cambiato la natura della migrazione tra i paesi rendendola più diversificata, accelerata e politicizzata e include maggiormente le donne rispetto alle epoche precedenti (Triandafyllidou, 2018; Braham, 2018). Ne consegue che la crescita della migrazione internazionale negli ultimi decenni è associata non solo all’aumento delle disuguaglianze, ma anche all’aumento dell’interdipendenza globale (ibid.).
La migrazione è definita spesso in relazione ai motivi che l’hanno determinata.
Per molto tempo, la teoria dominante è stata quella neoclassica, costruita principalmente su basi di economia e sulla razionalità della scelta umana (O’Reilly, 2015). Essa ha avuto origine alla fine del xix secolo, quando si è notato che le persone si stavano spostando principalmente da aree più povere e più densamente popolate a quelle più ricche e meno popolate (ibid.). Una parte importante di questa teoria era il principio di “spinta” e “attrazione”. Le condizioni economiche possono “spingere” le persone fuori da un paese e “trascinarle” in un altro. Successivamente, all’impianto di questa teoria si sono aggiunti fattori non economici, come la situazione politica e sociale nei diversi paesi. Pertanto, la persecuzione politica e un basso tenore di vita sono stati considerati fattori di “spinta”, mentre un elevato tenore di vita, la libertà politica e la necessità di manodopera nel paese ricevente sono stati considerati fattori di “attrazione” (ibid.; Scholten, Pisarevskaya, Levy, 2022). Tuttavia, oggi è ovvio che questa teoria non riesce più a descrivere interamente le ragioni per cui le persone scelgono di cambiare il loro luogo di residenza.
Se invece torniamo al nostro punto di partenza, ovvero le piante del giardino marsigliese, ci riesce un po’ difficile connettere il mondo vegetale al fenomeno migratorio, perché ci appare un mondo fatto da organismi ben radicati nel loro terreno. Eppure, le piante migrano, certo non camminando sulle proprie radici, ma attraverso il cambio di habitat dei discendenti, cioè attraverso il movimento dei semi. Questa viene detta “migrazione intergenerazionale” e rientra nelle cosiddette migrazioni passive (Calzolaio, 2020), ma è assolutamente connaturata alle dinamiche tra cambiamenti climatici e fughe di specie animali. Le migrazioni umane sono connesse agli areali e alle migrazioni vegetali e animali. I fenomeni migratori riguardano individui di una specie, le specie, i generi, le famiglie e così via, l’insieme del mondo biologico, in modo interrelato e interdipendente. Nessuno può prescinderne (ibid.).
Migrazioni climatiche, una storia lunga milioni di anni
La migrazione è un processo globale, essendo sia una conseguenza della globalizzazione sia un fattore che la incentiva, ma dov’è il posto della migrazione climatica in questo contesto?
Per rispondere a questa domanda, è necessario comprendere il ruolo fondamentale dell’ambiente nella vita umana. Innanzitutto, l’ambiente stabilisce i confini naturali entro i quali gli esseri umani si sono adattati a vivere, e sopravvivere, sviluppando innovazioni biologiche, sociali, culturali e tecnologiche per un uso più efficiente delle risorse disponibili (McLeman, Schade, Faist, 2016).
Inoltre, per comprendere l’interazione tra gli esseri umani e l’ambiente, è necessario sottolineare che quest’ultimo non è qualcosa di immutabile. Alcuni cambiamenti avvengono gradualmente e non sono percepibili dagli individui, anche se nel lungo termine della storia geologica sono molto significativi. Un esempio molto semplice è quello delle ere glaciali, da cui il nostro pianeta è stato attraversato. Altri cambiamenti sono episodici: è questo il caso di inondazioni, terremoti o eruzioni vulcaniche. Alcuni avvengono indipendentemente da cause specifiche, mentre in altri casi può aver avuto un ruolo l’attività umana; di fatto si constata a livello globale una crescente frequenza di disastri naturali3 (Thornton, 2018). Tuttavia, l’ambiente, oltre ad avere un impatto diretto sull’abitabilità di un territorio, ne ha uno più rilevante per il fenomeno migratorio, cioè incide indirettamente sulla disponibilità di risorse e servizi (Russo, 2021) (biocapacità) ed è soprattutto questo aspetto a impattare sulle condizioni socio-economiche.
Il clima è stato considerato per la prima volta come un possibile fattore di migrazione alla fine del xix secolo. Successivamente dimenticato dalla maggior parte dei ricercatori, è riapparso all’ordine del giorno nel xxi secolo con la crescente attenzione agli effetti del cambiamento climatico in corso.
Nel 1988 il World Meteorological Organization (wmo) e l’United Nations Environment Program (unep) istituirono il Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change, ipcc) proprio per ottenere un quadro scientifico condiviso dello stato delle conoscenze sul tema e sui suoi potenziali impatti ambientali e socio-economici. Le attività di ricerca sono suddivise in tre gruppi di lavoro, di cui uno dedicato allo studio della vulnerabilità e all’adattamento delle specie.
Fin dal suo primo rapporto, pubblicato nel 1990, emerse il riconoscimento del nesso cambiamento climatico-migrazioni. In uno scenario fra i più gravi si menzionava la migrazione dei popoli: milioni di persone spostati da erosione costiera, inondazioni e degrado agricolo. Nel secondo rapporto, del 1995, compare la dicitura environmental refugees e nel 2001 emerge il possibile e assai rischioso sistema di concause che in un futuro non troppo lontano potrebbero minare la sicurezza internazionale: cambiamento climatico – migrazioni di massa – instabilità e conflitti. Del resto, più recentemente il World Water Assesment Programme (wwap), che ha il compito di censire annualmente la disponibilità di acque dolci a livello planetario, ha dedicato il suo report 20244al ruolo dell’acqua per la prosperità e la pace. L’analisi converge su due aspetti chiave: i conflitti determinano spesso una riduzione degli accessi agli approvvigionamenti d’acqua per le popolazioni locali e, viceversa, possono nascere conflitti per accaparrarsi le risorse idriche quando iniziano a scarseggiare, in caso di siccità, per esempio, favorita dal riscaldamento globale.
Il quarto rapporto ipcc, che ha visto la luce nel 2007, metteva invece l’accento sulle migrazioni forzate delle specie animali (pesci e uccelli). L’impatto sulle migrazioni degli uccelli, lo constatiamo quotidianamente, è legato all’aumento delle temperature che sposta l’inizio della stagione primaverile e ancora più evidente è l’impatto del riscaldamento delle acque nel determinare la migrazione dei pesci.
Un esempio di gruppo particolarmente vulnerabile è quello costituito da individui il cui sostentamento dipende dal lavoro nel settore agricolo, i più colpiti dal degrado del suolo e dalla siccità. Questo significa che il cambiamento climatico può indurre guerre, migrazioni, malattie, dal momento che sussiste un legame imprescindibile tra ambiente e società5 , ma le cause sono sempre multiple.
La migrazione, nei casi di graduale degrado ambientale, è descritta dagli scienziati come “migrazione adattiva”. A differenza delle migrazioni provocate da calamità naturali, la migrazione in queste condizioni è spesso una decisione più consapevole e graduale. Si pensi al terribile terremoto del Belice, in Sicilia, del 1968, che, oltre ad aver prodotto la devastazione dei luoghi, si tradusse in 40.000 emigrati verso il Nord Italia o l’estero6 (Mattia, 2017).
Un esempio di fattore culturale/sociale coinvolto nella storia delle migrazioni è il sedentary bias (“pregiudizio sedentario”) (Ober, 2014). Questo pregiudizio si manifesta nel fatto che molti politici e programmi di sviluppo vedono la migrazione come qualcosa di negativo, preferendo incoraggiare le persone a rimanere nei loro luoghi. Dal punto di vista dell’adattamento climatico, il pregiudizio sedentario impedisce che la migrazione venga riconosciuta una strategia utile ed efficace, come invece accade per le altre specie di viventi.
Anche la migrazione delle piante richiede nuovi scenari e uno sforzo interdisciplinare7 che comprende necessariamente anche l’evoluzione umana. Se guardiamo alle montagne, dove l’aumento delle temperature è più facilmente percepibile (Membretti, Barbera, Tartari, 2024), è chiaro che le piante per restare a temperature costanti sono obbligate a “muoversi” verso l’alto di circa 4 metri all’anno (Paknazar, 2023) alla ricerca di temperature medie più basse (Geppert et al., 2023) e non tutte le specie sono in grado di farlo, anche perché la temperatura non è l’unico parametro di cui tenere conto: ci sono altre condizioni vitali da “rincorrere”. Curiosamente, uno studio recentemente pubblicato ha osservato che le piante provenienti da altri continenti, cioè, emigrate, si spostano più facilmente e risultano sostanzialmente meno a rischio di estinzione (ibid).
Le piante, infatti, hanno i loro meccanismi naturali per la dispersione e la migrazione dei semi; questi ultimi sono principalmente semi con ali, semi con peli, semi incorporati all’interno di frutti adatti ad attirare gli animali trasportatori, semi con una forma e una consistenza per poter rotolare sul terreno, ecc. Ci sono poi molti insetti e piccoli animali che seppelliscono il loro raccolto di frutta e spesso se ne dimenticano, permettendo ai semi di germogliare e attecchire lì. Per non parlare degli uccelli migratori, che trasportano a grandissima distanza i semi nei loro stomaci. Sebbene la maggior parte degli animali porti i semi a distanza involontariamente, gli esseri umani lo fanno volontariamente. Questo significa che le piante nella loro evoluzione hanno elaborato una strategia di adattamento ai cambiamenti climatici, di cui fa parte anche la migrazione intergenerazionale: le specie che non migreranno difficilmente sopravviveranno a condizioni estreme. Per evitare tutto questo, e quindi per la salvaguardia degli ambienti in generale e la promozione della biodiversità degli ecosistemi, gli esseri umani hanno creato la “migrazione assistita” per prevenire o mitigare le risposte delle piante al cambiamento del clima (Paolieri, 2019).
Come sappiamo, anche l’evoluzione del genere umano ebbe inizio con una migrazione, quella degli ominidi dal continente africano verso l’Eurasia, avvenuta 2,8 milioni di anni fa e che va sotto il nome di Out of Africa. Recenti studi, però, propongono una teoria alternativa, ovvero che l’ultimo antenato comune delle grandi scimmie africane e dell’Homo sapiens potrebbe essere vissuto in Europa nel tardo Miocene e che condizioni climatiche estreme abbiano costretto gli ominidi europei a migrare fuori dalla regione mediterranea (Mansfield, Vaneechoutte, 2024). Come si vede bene, il nucleo della disputa non è sulla sussistenza o meno del fenomeno migratorio all’origine della nostra evoluzione, ma sulla direzione delle migrazioni e se la migrazione era in funzione di cambiamenti legati al clima.
Lo stesso vale per la biodiversità del Mediterraneo, in particolare in corrispondenza della Mediterranean Salinity Crisis (msc) di circa 5 milioni di anni fa. Bruschi cambiamenti di salinità impattarono le vie di migrazione degli organismi marini e il flusso di larve e geni, alterando così la struttura di funzionamento degli ecosistemi, limitando la connettività della popolazione e, in ultima analisi, guidando la loro evoluzione (Agiadi et al., 2024). Per converso, con questo disseccamento emersero terre e quindi “ponti” nello spazio oggi occupato dal mar Mediterraneo, che permisero migrazioni anche di fauna terrestre, come dimostrerebbero le similarità africane di fossili trovati nella penisola Iberica (Garcia-Alix et al., 2016). Da un punto di vista paleoclimatico queste tracce di migrazioni via terra offrono pure “una nuova forte evidenza a supporto del modello del profondo disseccamento del bacino” (Mas et al., 2018).
Eventi climatici e migrazioni: le questioni filosofiche aperte
I fattori climatici che possono indurre spinte migratorie, sia in maniera diretta che indiretta, ricadono in due macrocategorie:
– gli eventi a decorso lento e progressivo, come l’impoverimento degli habitat;
– gli eventi improvvisi ed estremi, come cataclismi e disastri naturali.
In ogni caso, argomenti di questo tipo presuppongono una visione deterministica del rapporto uomo-risorse. Siccome i fattori di stress che determinano la migrazione sono tanti e di natura diversa, ecco che riemerge il discorso filosofico, perché questo rapporto non si può definire una dinamica di causa-effetto.
In effetti, secondo il modello paleoantropologico Out of Africa, come abbiamo visto, la storia del genere umano dipese da condizioni climatiche, ovvero dall’alternanza di glaciazioni. Pertanto, non solo il processo migratorio, ma anche il successivo adattamento stanziale dipesero dal clima favorevole e dalla disponibilità di risorse idriche. Tuttavia, l’elevato tasso di complessità delle nostre società porterebbe a una migrazione climatica diversa. Nel caso delle migrazioni climatiche, non si tratta più solo di opportunità e capacità, come fu per le migrazioni dell’uomo nel Paleolitico, ma di scelte operate nell’ambito di diverse variabili.
Per differenziare le migrazioni climatiche future da quelle che per ragioni climatiche hanno avuto luogo in tempi remoti, è stato recentemente coniato il termine “ecoprofughi”. Eppure non esiste ancora una legislazione di riferimento per questo tipo di spostamenti, probabilmente anche perché si riconosce che di solito ci sono molteplici fattori che determinano le decisioni di migrazione e che raramente sarà possibile identificare specifici “migranti ambientali” (Black et al., 2011).
È chiaro, dunque, come si tratti di studi altamente interdisciplinari, perché coinvolgono scienze ambientali, scienze politiche, geografia, demografia, i cosiddetti global studies, climatologia, economia, sociologia, antropologia, etnografia, filosofia delle scienze sociali.
Se gli eventi climatici possano determinare migrazioni individuali o di intere popolazioni è oggetto di dibattito filosofico, nel senso di applicare o meno una forma di riduzionismo o determinismo storico. La discussione in questo senso verte più a livello di interpretazione del dato storico che sulla migrazione in sé. Diversa è la questione se ci si sposta nella sfera dell’etica e della riflessione politica. La filosofia in questo caso se ne occupa come diritto di spostarsi, diritto all’ospitalità, ridiscute le prerogative degli Stati nazionali, delle categorie di cittadinanza, frontiera, esilio, essere stranieri (Kristeva, 2014). La libertà di muoversi assume connotazioni diverse se dentro o fuori dai confini nazionali. Ciò determina la discussione filosofica sui limiti ai diritti territoriali e a quelli dell’individuo (Taraborrelli, 2004, 2021; Monceri, Picardi, 2023).
Tuttavia, come si declineranno tutte queste istanze con il cambiamento climatico come forza propulsiva di migrazioni?
L’autrice ringrazia Anfisa Kolenbet per la collaborazione alla ricerca bibliografica sul concetto generale di migrazione.La ricerca dell’autrice è stata finanziata dal prin 2022 “Habits in (Time of) Crisis [HiToC]” – cup:H53D23006610006, contribuisce anche al Max Planck Partner Group The Water City (Max Planck Institute for the Geoanthropology di Jena, in collaborazione con l’Università Ca’ Foscari di Venezia) e rientra nelle attività della Cattedra unesco “Water Heritage and Sustainable Development”.
Bibliografia
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- Calzolaio v. (2020), Rinviata la Cop26 sul clima, cambiamenti e migrazioni continuano (https://ilbolive.unipd.it/it/news/rinviata-cop26-sul-clima-cambiamenti-migrazioni).
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- Scholten p., pisarevskaya a., levy n. (2022). An Introduction to Migration Studies: The Rise and Coming of Age of a Research Field, in P. Scholten (ed.), Introduction to Migration Studies: An Interactive Guide to the Literatures on Migration and Diversity, Springer, Cham, pp. 3-24.
- Taraborrelli a. (2004), Cosmopolitismo. Saggio su Kant. Dal cittadino del mondo al mondo dei cittadini, Asterios, Trieste.
- Taraborrelli a. (2021), Kant e la migrazione. Diritti territoriali, confini e Stato cosmopolitico, in “Rivista di filosofia”, 3, pp. 451-74.
- Thornton f. (2018), Climate Change Refugees, in Triandafyllidou (2018), pp. 397-410.
- Triandafyllidou a. (2018), Globalisation and Migration: An Introduction, in A. Triandafyllidou (ed.), Handbook of Migration and Globalization, Edward Elgar Publishing, Glos, pp. 1-14.
- A. L. Schino, Determinismo (https://www.treccani.it/enciclopedia/determinismo_(Enciclopedia-dei-ragazzi)/). ↩︎
- Migrazione (https://www.treccani.it/enciclopedia/migrazione/) ↩︎
- Cfr. D. Eckstein, V. Künzel, L. Schäfer, Global Climate Risk Index 2021: Who suffers Most from Extreme Weather Events? Weather-related Loss Events in 2019 and 2000 to 2019, 25 January 2021 (https://www.germanwatch.org/en/19777). ↩︎
- Unesco, Water for Prosperity and Peace. 2024 (https://www.unesco.org/reports/ wwdr/en/2024?hub=68313). ↩︎
- Cfr. Nicola Di Cosmo on Climatology and World History, 2020 (https://www.ias. edu/ideas/di-cosmo-climate-history) ↩︎
- Il governo fornì alle vittime del sisma biglietti del treno gratuiti ↩︎
- Cfr. How and Why Plants Migrate, 26 November 2023 (https://discover.hubpages.com/education/Plant-Migration-Wings-Hair-and-Humans). ↩︎