Pregiudizio

di Massimiliano Badino e Vittorio Morato

Cosa renda una particolare opinione o un certo atteggiamento la manifestazione di un pregiudizio è una questione che è stata affrontata non solo dai filosofi, che si sono interessati soprattutto alle caratteristiche morali, epistemiche e anche semantiche del pregiudizio o dei comportamenti linguistici che li manifestano, ma anche – e forse ancor più intensamente, almeno negli ultimi 70 anni – dagli psicologi, in particolare dagli studiosi di psicologia sociale. Il pregiudizio sembra, infatti, appartenere a quella serie di fenomeni, oggetto di indagine proprio della psicologia sociale, in cui i pensieri, gli atteggiamenti, le emozioni o i comportamenti di un individuo sono influenzati dalla presenza (reale o immaginaria) degli altri.

Per introdurre il tema del pregiudizio e alcune questioni filosofiche e psicologiche a esso collegate, è bene partire da un esempio1:

La storia di Solomon, parte 1 Solomon è un ragazzo che vive in una piccola e isolata comunità rurale di un paese in via di sviluppo e si è formato l’opinione che le donne non abbiano molte capacità per il pensiero astratto o che ne abbiano in misura molto inferiore agli uomini. L’evidenza che Solomon ha e che ha contribuito alla formazione di questa opinione è che, di fatto, le poche donne con cui egli ha avuto a che fare gli sono sembrate interessate solo a questioni familiari, questioni pratiche o ai pettegolezzi di paese; che gli uomini anziani del villaggio con cui ha intrattenuto conversazioni su materie astratte condividevano con lui l’idea che le donne non fossero portate per conversazioni di quel tipo e che i pochi libri su questioni astratte presenti nella piccola biblioteca del suo paese fossero scritti da autori di sesso maschile.

Per quanto l’opinione di Solomon sia, ovviamente, sbagliata, Solomon non sembra essere privo di giustificazioni per quello che pensa: dopo tutto, per come la storia è stata raccontata, egli è stato esposto a evidenze che con-

fermano tale opinione, non ha alcuna evidenza contraria e anche la testimonianza degli “esperti” (o, meglio, di quelli che lui considera tali) sembra confermarla. Certamente, se Solomon pensasse più chiaramente alla situazione in cui vive (ad esempio, notando una diseguale distribuzione dell’abilità al pensiero astratto anche negli uomini), forse si renderebbe conto della falsità della sua opinione, ma, dato il contesto, questo richiederebbe uno sforzo decisamente fuori dal comune, che sarebbe eccessivo pretendere da lui, almeno in questa fase.

Si consideri, però, questa continuazione della storia di Solomon:

La storia di Solomon, parte 2. In seguito a una fortunata serie di eventi, Solomon riesce a vincere una borsa di studio per una facoltà scientifica presso una prestigiosa università degli Stati Uniti. Una volta trasferitosi lì e iniziati i corsi, Solomon si trova a condividere le lezioni con brillantissime studentesse che, come lui, si occupano di discipline astratte e si trova ad avere come docenti delle donne, che sono leader nel loro settore di ricerca. Alla fine del suo primo anno accademico, tuttavia, Solomon continua a pensare che le donne siano meno adatte degli uomini al ragionamento astratto.

La persistenza dell’opinione di Solomon, anche in questa seconda parte della storia, consente adesso di classificare la sua opinione sulle donne come un vero e proprio pregiudizio.

Sulla base della storia di Solomon, possiamo, almeno inizialmente, definire un pregiudizio come un atteggiamento caratterizzato almeno da due elementi: 1. una connotazione negativa, data, in questo caso, dall’associazione della categoria donne con il connotato negativo incapacità per il pensiero astratto e 2. da una particolare impermeabilità all’evidenza contraria, una volta che l’associazione negativa sia stata istituita.

Questi due elementi ci aiutano anche a comprendere perché normalmente si ritenga che un individuo che abbia un pregiudizio possa essere stigmatizzato, biasimato o disapprovato. Tali reazioni segnalano che l’individuo con un pregiudizio abbia fallito nel rispettare qualche standard minimo di natura normativa, rendendosi così “colpevole”.

Solomon, in effetti, sembra essere colpevole da ben due punti di vista: da un punto di vista epistemico e da un punto di vista morale. Da un punto di vista epistemico, egli sembra aver compiuto un vero e proprio errore di razionalità, non adeguando le sue credenze all’evidenza disponibile; da un punto di vista morale, egli sembra avere un’opinione che lo predispone a compiere azioni ingiuste, come ad esempio azioni discriminatorie o giudizi denigratori.

L’esatta natura delle colpe implicate da un pregiudizio, sia epistemiche che morali, non è, tuttavia, così semplice da determinare e continua a essere oggetto di dibattito tra i filosofi che si occupano del tema.

Consideriamo in primo luogo gli aspetti epistemici.

La definizione data sopra sembra essere abbastanza coerente con una delle prime e ancora una delle più autorevoli definizioni di pregiudizio, fornita da Gordon Allport, uno dei fondatori della psicologia della personalità. Secondo Allport, un pregiudizio può essere definito come: «un’antipatia basata su una falsa e inflessibile generalizzazione che può essere diretta verso un gruppo sociale nella sua interezza o verso un singolo individuo in quanto appartenente a tale gruppo» (Allport, 1954, p. 9; trad. nostra). Il caso di Solomon evidenzia proprio il fatto che il pregiudizio nasce quando un’associazione negativa diretta a un gruppo sociale è il risultato di una generalizzazione “inflessibile”, ossia una generalizzazione che, per qualche ragione, è diventata insensibile all’evidenza contraria.

Elaborando leggermente la definizione di Allport, potremmo affermare che un pregiudizio è uno stereotipo, falso e connotato negativamente, diretto a un gruppo sociale o a un individuo appartenente a tale gruppo. La riformulazione della definizione di Allport in tali termini permette di collocare il pregiudizio nel più ampio dominio di attività cognitive legate alla categorizzazione, di cui gli stereotipi sono un caso speciale.

La tendenza a rappresentarci cognitivamente gli oggetti come suddivisi in categorie è profondamente radicata nel nostro apparato concettuale; essa è stata e continua a essere fondamentale per il nostro successo evolutivo, ossia per la nostra sopravvivenza.

La categorizzazione contribuisce, infatti, a risolvere, contemporaneamente, almeno due problemi epistemici piuttosto importanti: da una parte, il problema della complessità, ossia il problema di orientarci in un mondo la cui complessità chiaramente eccede quella delle nostre menti finite, dall’altro il problema della povertà dell’esperienza, ossia il problema di interagire, almeno in situazioni ordinarie, con oggetti che manifestano in maniera esplicita solo alcune delle loro caratteristiche rilevanti. La categorizzazione risolve entrambi i problemi, perché, da una parte, ci aiuta a semplificare la complessità, diminuendo il livello di dettaglio di cui dobbiamo tenere conto e, dall’altra, ci consente di estrapolare caratteristiche degli oggetti non rilevate dall’esperienza, sulla base della loro appartenenza a un gruppo con caratteristiche predeterminate.

Non è un caso, quindi, che molti studi abbiano dimostrato come questa capacità di categorizzazione compaia già in una fase prelinguistica del nostro sviluppo cognitivo (a partire dai 9 mesi) e venga poi ulteriormente “cementata” dall’utilizzo del linguaggio, con l’apprendimento dei cosiddetti termini sortali (“cane”, “gatto”, “nave” ecc.), ossia quei termini che codificano informazioni su come tipi di oggetti persistano nel tempo o debbano essere contati.

L’attività di categorizzazione, in buona parte, è diretta verso oggetti inanimati, ma può essere diretta anche verso quel particolare gruppo di “oggetti” che sono gli individui. Il termine “stereotipo” è stato introdotto dallo psicologo Walter Lippmann nel 1922 ed è stato in seguito utilizzato proprio per designare tale tipo di categorizzazioni. Come per le categorizzazioni nel mondo non sociale, molti studiosi sembrano concordare sul fatto che anche gli stereotipi giochino un ruolo fondamentale e ineliminabile nella nostra vita cognitiva: essi, infatti, contribuiscono a semplificare le nostre percezioni, i nostri giudizi o comportamenti in ambito sociale.

Secondo Tamar Gendler (2011), alcune caratteristiche di categorie e stereotipi hanno conseguenze che saranno poi d’aiuto anche nell’affrontare determinate questioni che riguardano i pregiudizi.

In primo luogo, il fatto che categorie e stereotipi abbiano come obiettivo primario la semplificazione dell’apparato concettuale, ha come conseguenza che le categorizzazioni, e ancor di più le stereotipizzazioni, siano spesso accompagnate dalla tendenza a enfatizzare le similarità tra entità che fanno parte di una certa categoria/stereotipo e aumentare le differenze tra entità che fanno parte di categorie/stereotipi diversi. Essi sono quindi all’origine dei fenomeni di assimilazione intra-categoriale e di contrasto inter-categoriale.

Nel caso degli stereotipi, inoltre, sembra giocare un ruolo la distinzione tra out-group/in-group. In termini molto generali, un in-group è un gruppo a cui un individuo sente di appartenere, mentre un out-group è un gruppo a cui un individuo non sente di appartenere. Alcuni studi hanno dimostrato che i gruppi sociali classificati come “esterni” sono più spesso associati a connotati negativi e attivano comportamenti come, ad esempio, la discriminazione, mentre i gruppi classificati come “interni” sono spesso associati a connotati positivi e attivano comportamenti come, ad esempio, il favoritismo. Si è visto, inoltre, come l’associazione negativa relativa a un gruppo esterno tende a essere più forte quando lo stereotipo è formato sulla base di caratteristiche considerate “persistenti” degli individui, come etnia, religione, genere.

In secondo luogo, il fatto che categorie e stereotipi compaiano molto precocemente nella nostra vita cognitiva ha come conseguenza la tendenza a integrare e valorizzare eventuali informazioni successive che sono congruenti con la categoria/stereotipo e a ignorare o sminuire informazioni che non sono con essi congruenti. Questa tendenza non è altro che la manifestazione, nell’ambito della categorizzazione e della stereotipizzazione, di un fenomeno più generale noto come bias della conferma. Il bias della conferma è la tendenza per la quale un individuo tende a favorire la ricezione e l’assimilazione di informazioni che confermano ciò che egli/ella già crede, mentre tende a ignorare o deprecare le informazioni incompatibili con ciò che egli/ella già crede.

Infine, in terzo luogo, il fatto che categorie e stereotipi siano utilizzati così di frequente e siano, per questo, così familiari ha come conseguenza quella di generare associazioni, aspettative o anche comportamenti che potremmo definire automatici, dove per “automatico” si intende “al di sotto del livello intenzionale o cosciente”. La presenza di un certo stereotipo, ad esempio, contribuisce ad attivare, in maniera non intenzionale e “profonda” anche tutta una serie di altre informazioni o reazioni comunemente associate alla categoria o allo stereotipo.

Queste tre caratteristiche, attribuibili anche ai pregiudizi intesi come stereotipi, sono rilevanti per comprendere come la “colpa epistemica” di Solomon sia più complessa, e forse anche più elusiva, di quanto ci si potrebbe aspettare.

Si potrebbe pensare, infatti, che l’errore di Solomon sia descrivibile in questo modo: il pregiudizio (che dobbiamo pensare egli si rappresenti o concepisca a un livello esplicito) ha la forma di una generalizzazione universale del tipo “tutte le donne non sono portate per il pensiero astratto”. Anche di fronte all’evidenza contraria, di cui egli è ugualmente consapevole, e che consiste nel riconoscimento dell’esistenza di almeno una donna portata per il pensiero astratto, Solomon si rifiuta di concludere che la generalizzazione è falsa. Solomon è quindi colpevole di non applicare una regola logica basilare, che egli dimostra di usare competentemente in molti altri casi, che afferma che se esiste un certo A che non è B, allora la generalizzazione universale della forma “Tutti gli A sono B” è falsa. Non credere alle conseguenze logiche note delle proprie opinioni è irrazionale, quindi, se ne può concludere che il pregiudizio di Solomon sia, sostanzialmente, l’effetto di un’irrazionalità.

Il problema di descrivere lo status epistemico dei pregiudizi in questo modo è che renderebbe la loro individuazione ed eliminazione un po’ troppo facile. Come afferma Endre Begby (2021), se i pregiudizi fossero esprimibili o fossero esplicitamente pensati come generalizzazioni universali, essi sarebbero anche epistemologicamente fragili, verrebbero cioè facilmente confutati sulla base del riconoscimento anche di una sola evidenza contraria. Sappiamo, invece, quanto i pregiudizi siano difficili da eliminare e, spesso, anche da individuare.

L’errore di Solomon consiste sicuramente nel non adattare le proprie credenze alle evidenze contrarie, ma questo errore non è così naive come quello descritto sopra. Sebbene Solomon abbia un pregiudizio, egli non è così evidentemente irrazionale.

Le tre caratteristiche delle categorizzazioni e stereotipi esplicitate sopra possono allora contribuire a farci capire perché i pregiudizi siano da considerarsi come epistemologicamente robusti.

Innanzitutto, come molti altri stereotipi, i pregiudizi sono spesso credenze di sfondo; ciò conferisce loro un ruolo privilegiato di “controllori” dell’evidenza. Di conseguenza, qualsiasi evidenza contraria a un dato pregiudizio verrà soppesata (e di fatto screditata) sulla base della maggiore probabilità attribuita al pregiudizio, dando luogo quindi a un bias in favore di quest’ultimo. Questo meccanismo spiega perché delle evidenze contrarie possano non essere in grado di scalfire un pregiudizio e perché non basterà mostrare a Solomon una donna portata per il pensiero astratto per fargli cambiare idea.

In secondo luogo, almeno in alcuni casi, i pregiudizi tendono a essere “automatici”, segno distintivo di una loro collocazione “interiore” molto profonda nella vita cognitiva dell’individuo. Questa caratteristica spiega perché essi possano rivelarsi difficilmente individuabili e sfuggano anche alla consapevolezza del soggetto che li ha. In psicologia, la rilevazione dei pregiudizi impliciti (e più in generale delle connotazioni negative associate a uno stereotipo) avviene tramite i cosiddetti iat (Implicit Association Tests) che si basano sulla misurazione dei tempi di reazione impiegati da una persona per rispondere positivamente a un abbinamento, in modo da poterne dedurre la forza associativa. Ad esempio, la maggiore velocità di associazione della parola “Michelle” (un nome femminile) con la coppia “femminile e famiglia” rispetto alla coppia “femminile e carriera” può essere considerato come l’indizio di un possibile pregiudizio relativo al ruolo delle donne nella società2. Il livello implicito in cui si collocano i pregiudizi rivela, quindi, un altro motivo che spiega perché Solomon sia così insensibile all’evidenza contraria. Anche un contatto prolungato con donne portate al pensiero astratto può, infatti, non essere sufficiente a rimuovere il suo (implicito) pregiudizio, che, peraltro, Solomon potrebbe addirittura negare esplicitamente di avere, dichiarando, a parole, di essere a favore della parità di genere.

Queste caratteristiche epistemiche del pregiudizio ci conducono naturalmente alla discussione della loro rilevanza morale.

La questione da affrontare è se, a causa del suo pregiudizio, Solomon sia biasimevole, colpevole, responsabile da un punto di vista morale e come questa colpa morale possa essere caratterizzata.

Uno dei problemi fondamentali nella determinazione delle caratteristiche morali del pregiudizio è se un individuo come Solomon sia responsabile (e quindi biasimevole) moralmente “per il solo fatto” di avere un pregiudizio o solo per le manifestazioni di tale pregiudizio (come giudizi o comportamenti). Questo problema poi può ricevere risposte diverse a seconda che il pregiudizio venga collocato a un livello implicito o esplicito della vita cognitiva di Solomon. La combinazione di queste due dimensioni (con/senza manifestazioni, esplicito/implicito) fa sì che ci siano 4 casi da considerare: 1. quello di un pregiudizio esplicito con manifestazioni; 2. quello di un pregiudizio esplicito senza manifestazioni; 3. quello di un pregiudizio implicito con manifestazioni; 4. infine quello di un pregiudizio implicito senza manifestazioni.

Partiamo dal caso più semplice 1. Nel caso Solomon sia consapevole di avere un pregiudizio e manifesti, a causa di questo, dei comportamenti discriminatori verso le donne, non ci sarebbero probabilmente dubbi, da nessun punto di vista morale, che Solomon sia biasimevole e moralmente responsabile per il suo pregiudizio.

Vediamo ora il caso 2. Assumiamo, cioè, che Solomon abbia un pregiudizio esplicito, ma, di fatto, non manifesti mai alcun comportamento o giudizio discriminatorio a causa di questo pregiudizio. In questo caso, l’identificazione dell’eventuale responsabilità morale di Solomon dipenderà dalla particolare prospettiva etica che viene adottata.

Ad esempio, il difensore di una qualche forma di consequenzialismo, secondo cui le proprietà morali di un individuo possono essere attribuite solo sulla base delle conseguenze dei suoi atti, non potrà ritenere Solomon responsabile moralmente in questo caso. Il pregiudizio senza manifestazioni di Solomon non avrà, di fatto, alcuna connotazione morale per il consequenzialista.

Diverso è il caso del difensore di una qualche prospettiva deontologista, secondo cui le proprietà morali di un individuo dipendono innanzitutto dalla sua motivazione a conformarsi a una serie di principi morali universali. In questo caso, anche se Solomon non compie alcuna azione che di fatto violi dei principi morali, si potrebbe pensare che il contenuto stesso del suo pregiudizio (che egli è in grado di rappresentarsi in modo esplicito), o qualche sua conseguenza, finisca per entrare in contrasto con qualche principio morale universale. Ad esempio, a partire dal suo pregiudizio, Solomon potrebbe concludere che le donne non dovrebbero essere trattate come gli uomini in ogni situazione o che alle donne dovrebbe essere attribuita una minore autonomia, con ciò contraddicendo un principio universale secondo cui tutti gli individui (maschi o femmine che siano) devono essere trattati in maniera equa e imparziale o quello secondo cui va rispettata l’autonomia individuale di ognuno. Infine, i difensori di un’etica delle virtù, secondo cui le proprietà morali di un individuo dipendono dalla struttura del suo carattere e, in particolare, dalla presenza di vizi e virtù, potrebbero anch’essi concludere che la presenza, anche senza manifestazioni, del pregiudizio di Solomon sia comunque il segno di una distorsione caratteriale che rende Solomon moralmente biasimevole.

Vediamo adesso cosa accade nel caso un pregiudizio si collochi a un livello implicito.

Nel caso 3., in cui esso abbia comunque delle manifestazioni, il consequenzialista non avrebbe problemi a considerare Solomon moralmente responsabile. Più difficile è la determinazione delle “colpe morali” di Solomon per le altre prospettive. Il problema, in questo caso, è che sembra difficile attribuire responsabilità morale a un individuo senza che egli abbia anche consapevolezza delle sue azioni. Il comportamento di Solomon potrebbe essere visto anche come l’effetto di un processo cognitivo rispetto al quale egli non ha alcun controllo. In una tale situazione, il deontologista sembra essere in maggiore difficoltà rispetto al teorico delle virtù. L’approccio deontologico sembra presupporre, infatti, che le motivazioni a conformarsi ai principi universali siano esplicite ai soggetti di cui si deve valutare la responsabilità morale. Se il soggetto non è consapevole delle forze implicite che lo hanno condotto a un’azione discriminatoria, non lo si può certo accusare di non essersi volutamente conformato a un principio generale. Il teorico delle virtù, invece, può in questo caso sfruttare il fatto che vizi e virtù sono tratti caratteriali di un individuo che, spesso, si collocano anch’essi a un livello implicito, dopo essere stati acquisiti. In questo caso, l’azione di Solomon è moralmente biasimevole, perché è l’effetto di un tratto implicito che può essere considerato un vizio morale.

Infine, il caso 4., in cui il pregiudizio è implicito e senza manifestazioni è, di nuovo, privo di connotazioni morali per il consequenzialista e, probabilmente anche per il deontologista. In questo caso, sembra che solo il teorico delle virtù riesca a individuare un pregiudizio di questo tipo come un vizio che renderebbe un individuo come Solomon moralmente responsabile per averlo.

Per concludere, possiamo quindi affermare che la determinazione della problematicità epistemica e morale dei pregiudizi è una faccenda un po’ più complessa di quanto ci si potesse forse aspettare. Da una parte, la presenza e la persistenza di un pregiudizio nella vita cognitiva di un individuo è facilitata e rafforzata da tutta una serie di altri fenomeni come il naturale “istinto” alla stereotipizzazione, bias della conferma e ragionamento motivato, dall’altro, la loro facile “automatizzazione” li pone a un livello di interiorizzazione che spesso li rende difficilmente rilevabili, anche da parte del soggetto stesso. Con i pregiudizi, quindi, non possiamo essere sicuri di essere irreprensibili epistemicamente semplicemente perché ci sembra di applicare correttamente le regole della logica, né possiamo essere sicuri di essere irreprensibili moralmente solo perché dichiariamo di essere privi di pregiudizi.

Bibliografia

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  • sibley c. g., barlow f. k. (eds.) (2017), The Cambridge Handbook of the Psycho-
  • logy of Prejudice, Cambridge University Press, Cambridge.
  1. Tratto da Arpaly (2003, pp. 103-4) e ripreso successivamente da Fricker (2007). ↩︎
  2. Per esempi ulteriori del funzionamento degli iat nella rilevazione di pregiudizi cfr. https://www.projectimplicit.net. ↩︎

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