Bayle e la regola d’oro
Pierre Bayle (1647-1706) è uno dei principali alfieri del pensiero illuminista della tolleranza. Il suo contributo principale in tale direzione è costituito dal Commentario filosofico del 1686-87, il cui titolo completo è Commentario filosofico a queste parole di Gesù Cristo: «costringili ad entrare», in riferimento al passo del Vangelo in cui è narrato un discorso del Maestro che, secondo Agostino d’Ippona (354-430), raccomanderebbe il ricorso alla conversione forzata al cristianesimo, quale interpretazione metaforica delle parole rivolte a uno dei propri servi da parte di un uomo che aveva organizzato una festa che rischiava di andare deserta, parole in cui il servo è invitato a costringere con tutte le sue forze chi fosse di passaggio a partecipare al banchetto (Luca, 14:23). Il passo evangelico era stato utilizzato nelle sue lettere da Agostino in chiave intollerante nei confronti di coloro che abbracciavano l’eresia donatista, verso i quali era invocato il ricorso al braccio secolare della legge per ricondurli a forza entro l’ortodossia cristiana. Le lettere di Agostino contro i donatisti erano state ripubblicate nel 1685 da parte del clero cattolico francese in funzione antiprotestante, dopo la revoca dell’editto di Nantes (16 ottobre 1685), rinfocolando le tensioni tra cattolici e protestanti. Di qui la reazione di segno inverso, cioè a favore della tolleranza, da parte di Bayle, che scrive il suo Commentario dopo che si era rifugiato in un ambiente particolarmente favorevole alla nuova prospettiva illuminata in fatto di rapporti tra ragione e fede, e cioè le Provincie Unite – ossia l’odierna Olanda – governate dal moderato Jan de Witt, che impedì al calvinismo di imporsi in maniera autoritaria, lasciando ampi spazi di espressione agli altri culti.
Il Commentario è generalmente considerato l’espressione di una originale e modernissima fondazione della tolleranza, intesa come prefigurazione della libertà religiosa e della libertà di pensiero, nella difesa che vi è contenuta della “coscienza errante”, cioè del diritto di ogni coscienza di persistere nell’errore (in materia di fede; qualora si tratti di un’opzione religiosa non condivisa dalla maggioranza) e a non essere forzata a venerare ciò che le appare una falsità. Se messa a confronto con la tolleranza lockiana, in cui da questa sono esclusi sia gli atei sia i cattolici, la posizione di Bayle appare più radicale e dunque – dalla prospettiva con cui oggi guardiamo al passato – evidentemente preferibile. Ora, il Commentario contiene certamente questa difesa, ma anche varie ambiguità che si prestano a letture diversificate.
Alla luce anche delle prese di posizione successive dello stesso Bayle si può sintetizzare la sua idea di tolleranza come quella di un dispositivo politico che ha le sue radici in un “fondamento etico”, quello del “rifiuto della costrizione religiosa”, a sua volta fondato nel “lume naturale” che gli esseri umani possiedono fin dalla creazione. Da questo punto di vista «tolleranza e assolutismo politico» «non si oppongono, per Bayle, anzi si sostengono l’una con l’altro»: il potere civile ha il compito di arginare o contrastare l’invadenza clericale, dal momento che qualsiasi gruppo religioso corre costantemente il rischio del fanatismo e dunque dell’intolleranza, come accade tra i cristiani (Brogi, 2018b, p. 131). Anche per questo «la vita sociale» di un paese, per Bayle, quando è ben governata, deve seguire «una logica mondana assolutamente irriducibile ai comandamenti cristiani» (ivi, p. 134). Una logica da un lato di estrema apertura – ad esempio verso gli atei – e dall’altro di estremo rigore preventivo verso ogni forma di intolleranza, come dimostra la simpatia di Bayle per il Giappone, che oculatamente si era opposto alla penetrazione del cristianesimo nel paese. Un rigore – di matrice hobbesiana – che deve condurre il politico attento ad applicare misure anche durissime contro singoli e gruppi fanatici e sovversivi, fino a bandirli dal territorio dello Stato: misura suggerita agli ugonotti contro i cattolici in una prima fase del suo pensiero (Bayle, 2018, p. 686) e successivamente pensata per i valdesi che si erano armati non accettando il bando emesso contro di loro (Brogi, 2017, p. 113).
L’apertura agli atei è più chiara allorché si considera che se per Bayle gli errori teologici vengono compiuti in buona fede, nel senso che seguendo la propria coscienza si può aderire a una religione falsa (e tutte quelle rivelate in qualche modo lo sono, se si eccettua il nucleo minimale e astorico del discorso evangelico, la cui correttezza per Bayle è verificabile e verificata dal lume naturale, cfr. Bayle, 2018, p. 59), gli errori morali invece non possono essere compiuti in buona fede, nel senso che non si possono negare in buona fede le virtù sociali elementari, in particolare la cosiddetta regola d’oro, secondo cui «si deve agire secondo coscienza e non si deve fare agli altri ciò che non vorremmo ci fosse fatto» (Brogi, 2018a, p. xxx). Per questo è più difficile che l’ateo sia intollerante, dal momento che non ha motivi per errare sul piano teologico e ha invece maggiori probabilità di essere virtuoso, dal momento che non è preda di quel fanatismo che spinge parte dei fedeli di ogni religione a commettere crimini terribili (ivi, p. xlv).
Un fanatismo che Bayle ravvisa nell’ebraismo – da lui considerato come una parentesi storico-teologica collocata tra la condizione originaria umana e l’avvento della legge evangelica – il qule, dopo la rivelazione cristiana, permane nell’intolleranza in cui lo ha gettato la teocrazia alla base della legge mosaica. Per sottrarsi a questa condizione gli ebrei dovrebbero abbandonare gran parte di quella legge e dunque di fatto abbandonare l’ebraismo stesso, dimostrandosi una sorta di caso limite dell’applicabilità politica del dispositivo della tolleranza (Piazza, 2025, p. 49).
Voltaire tra tolleranza universale e tolleranza limitata
Voltaire (1694-1778) fonde la tradizione che deriva da Thomas Hobbes (1588-1679) – secondo la quale la tolleranza è intesa quale strumento per regolare i rapporti tra lo Stato e le Chiese – e quella che deriva da John Locke (1632-1704) – per la quale la tolleranza è concepita come il riconoscimento di un diritto radicato nella comune natura umana che ci rende tutti uguali: quindi per Voltaire la tolleranza va praticata in nome dell’ordine pubblico e in nome dei diritti umani individuali (Lanzillo, 2001, p. 108). Per il suo insistere sull’esigenza di praticare una simile tolleranza, Voltaire è considerato il campione della tolleranza nel secolo dei Lumi, eppure, come si chiarirà più sotto, la sua concezione, così come del resto quella dei suoi predecessori Locke e Bayle, non è così radicale come spesso viene descritta.
Vediamo ora in sintesi quale evento storico ha spinto Voltaire a scrivere il Trattato sulla tolleranza (1763), dove si possono rintracciare i principali elementi teorici a supporto di questo concetto chiave del suo pensiero. Il 13 ottobre 1761, a Tolosa, Marc-Antoine Calas, 29 anni, primogenito, è trovato morto per impiccagione nel negozio di tessuti gestito dalla sua famiglia, al pianterreno dello stabile dove viveva con padre, madre, altri cinque fratelli/ sorelle e domestica. La famiglia è di religione ugonotta (protestante), ma uno dei fratelli di Marc-Antoine, Louis, da quattro anni si era convertito al cattolicesimo. Quella sera a cena c’è anche un amico di famiglia. Le urla di disperazione dei suoi cari, nel trovarlo morto, richiamano subito l’attenzione dei vicini. Così, la folla riunitasi intorno all’edificio accusa la famiglia di aver ucciso Marc-Antoine con la complicità dell’amico perché il giovane intendeva convertirsi al cattolicesimo. La polizia dà credito alla folla e imprigiona tutta la famiglia, amico e domestica cattolica compresa (solo il fratello minore non è arrestato perché si trova in un’altra città come apprendista e da lì fugge in Svizzera). Il 9 marzo 1762 il tribunale di Tolosa condanna a morte il padre Jean, che viene ucciso con il supplizio della ruota il giorno dopo, malgrado si fosse sempre proclamato innocente. Il 18 marzo il secondogenito, Pierre, è condannato al bando perpetuo. Gli altri sono prosciolti. Il 18 maggio le due sorelle vengono rinchiuse in due diversi conventi della città. La vedova raggiunge Parigi, dove vive sotto falso nome.
Voltaire non appena viene a conoscenza della notizia comincia ad assumere informazioni sul caso e dopo poco interroga il fratello minore, che si era stabilito poco lontano dalla località dove Voltaire stesso abitava, nei pressi del confine svizzero. Si convince allora dell’innocenza dei Calas e comincia a scrivere dei testi per la vedova e i figli affinché li usino per far riabilitare la figura di Jean Calas. Incontrerà poi anche il figlio Pierre. Nel frattempo, si occupa di trovare degli avvocati per far rivedere il processo, che viene riaperto a Parigi il 7 marzo 1763. Il Consiglio del re annulla la sentenza di condanna il 4 giugno 1764 e decide la revisione del processo. Bisogna attendere il 9 marzo 1765 per la deliberazione in cui la memoria di Jean Calas è riabilitata e stabilito un indennizzo alla famiglia e alla domestica. Mentre i giudici lavorano al caso, Voltaire nel dicembre del 1763 dà alle stampe a Ginevra in forma anonima il Trattato sulla tolleranza, che ebbe una funzione determinante nell’orientare l’opinione pubblica a favore dei Calas e a generare una maggiore sensibilità verso questa tematica.
Nell’opera, Voltaire afferma anzitutto che la tolleranza non è pericolosa, tutto il contrario, anzi, tanto è vero che è praticata via via sempre di più presso diversi paesi europei: «da circa cinquant’anni, quasi tutta l’Europa ha cambiato volto» e «la filosofia, la sola filosofia, questa sorella della religione, ha disarmato mani che la superstizione aveva per così lungo tempo insanguinato» (Voltaire, 2022, pp. 21-3). Esempi di tolleranza provengono inoltre da vari paesi extraeuropei: India, Persia (corrispondente all’Iran odierno), Tartaria (corrispondente grossomodo alle aree attualmente note come Calmucchia, Uzbekistan e Turkmenistan), Cina, Giappone e colonie nordamericane. Questi esempi servono a dimostrare che «la tolleranza non ha mai provocato guerre civili, mentre l’intolleranza ha coperto la Terra di stragi» (ivi, p. 27). Ora che siamo entrati nell’età dell’Illuminismo e gli animi si sono placati, in Francia la tolleranza può essere ammessa anche per i calvinisti. A questo proposito Voltaire riprende alcuni argomenti a favore della tolleranza che si incontrano già in Locke a proposito della tolleranza verso le eresie protestanti: maggiore è il numero di sette tollerate, meno ognuna di esse è pericolosa; leggi giuste e coattive saranno in grado di proibire eventuali assemblee e rivolte; non si tratterà di «concedere immensi privilegi e piazzeforti di sicurezza» ai calvinisti, anche perché costoro «non chiedono templi pubblici o l’accesso alle cariche municipali e agli onori» (ivi, p. 30). Ne consegue che i calvinisti vanno tollerati in Francia grossomodo come i cattolici lo erano al tempo in Inghilterra.
In secondo luogo, Voltaire sostiene che l’intolleranza non ha alcun fondamento nel diritto di natura e, pertanto, il (presunto) diritto all’intolleranza è peggiore di quello che regola i rapporti tra belve e prede in natura. A ben vedere, nessun popolo “civile” antico ha ostacolato la libertà di pensiero e, sebbene molti popoli antichi avessero un solo culto statale, permettevano che i cittadini seguissero altri culti. Questo valeva, ad esempio, per i Greci e per i Romani. In maniera storicamente corretta, Voltaire ricorda che i Romani «non professavano tutti i culti, né a tutti davano pubblica sanzione, ma li permettevano tutti» e se hanno perseguitato i cristiani questo non dipendeva da odi religiosi, ma da valutazioni in nome della ragion di Stato, connesse cioè al fanatismo dei cosiddetti martiri, che dovremmo riconoscere come “intolleranti” perché non rispettosi dei culti tradizionali e dediti al proselitismo (ivi, p. 39).
In effetti, se andiamo a guardare come andavano le cose all’epoca, ci rendiamo conto che al mondo greco e al mondo romano erano estranee forme di intolleranza a base religiosa. Non esisteva una vera e propria ortodossia che incentivasse la persecuzione degli altri culti in quanto tali. I Romani, ad esempio, praticavano l’interpretatio (assimilazione delle divinità straniere) e l’evocatio (invocazione alle divinità straniere a “trasferirsi” a Roma). Se ne può dedurre che il rapporto con la religione nell’antica Roma aveva una funzione politica: la tendenza all’inclusione (interpretatio ed evocatio) era finalizzata alla conservazione della pax deorum, cioè della pace degli dèi, dalla quale dipendevano la salvezza e la prosperità dell’impero. La pax deorum giustificava forme di “intolleranza” come la repressione da parte del Senato dei culti bacchici, che erano fortemente limitati senza tuttavia essere proibiti in quanto tali (186 a.C.). Anche il rapporto dell’Impero con il cristianesimo era orientato dal modello della pax deorum: per due secoli, a partire da Nerone, i cristiani sono discriminati e perseguitati perché non sacrificano agli dèi tradizionali e disprezzano gli altri culti, poi nel 313 viene riconosciuta loro libertà di culto «in modo che qualunque potenza divina e celeste esistente possa essere propizia a noi e a tutti coloro che vivono sotto la nostra autorità» (così recita l’editto di Milano o editto di Costantino e Licinio).
La stagione di libertà religiosa è breve e nel 380 con l’editto di Tessalonica Teodosio e Valentiniano deliberano per la religione cristiana il ruolo di religione di Stato, proibendo i culti pagani. Di qui il dibattito interno al cristianesimo su chi tollerare e chi no. Un dibattito a cui hanno preso parte filosofi e teologi come il già citato Agostino d’Ippona e Tommaso d’Aquino (1225-1274), entrambi concordi che non si debbano tollerare gli eretici, mentre il secondo ritiene che si possano tollerare gli ebrei e altri miscredenti perché i loro riti prefigurano quelli cristiani o per favorirne la conversione (Del Bò, 2023, pp. 29-34). Dibattito che prosegue, durante il Medioevo e l’Umanesimo, dove voci isolate – come quella di Marsilio da Padova (1275-1342) – difendono la pace religiosa talora fino alla libertà di culto, ma che sfocia nell’elaborazione del principio della tolleranza religiosa soltanto dopo gli aspri conflitti religiosi che segnano i secoli xvi e xvii (ivi, pp. 34-42). Principio che Voltaire, come accennato, vede già affermato nel Regno Unito e nelle Provincie Unite, e pure altrove in Europa, ma non ancora in Francia: «Saremo, dunque, sempre gli ultimi ad abbracciare le opinioni sane delle altre nazioni? Esse si sono corrette; quando ci correggeremo noi? […] Quando cominceremo a mettere in pratica i veri principi dell’umanità?» (Voltaire, 2022, p. 60).
Per Voltaire, inoltre, abbracciare la tolleranza significa non persistere nell’errore dell’intolleranza religiosa, che alla fine favorisce una reazione di rifiuto non solo delle false verità del fanatismo ma anche della verità di quella che a suo avviso è la corretta posizione di fronte al fatto religioso, ossia il deismo, fondato sulla nozione di religione naturale, cioè sulla credenza in un Dio creatore dell’universo, che dopo la creazione rimane indifferente e lascia che il mondo sia regolato dalle leggi della natura. È in vista dell’affermazione del deismo e della religione naturale che Voltaire combatte per la tolleranza e contro le “agenzie” del fanatismo e della superstizione, prima tra tutte la Chiesa cattolica fondata sul potere temporale dei papi, da lui chiamata “l’Infame” (Lanzillo, 2000, p. 64).
Persistere nell’errore dell’intolleranza, secondo Voltaire, porterebbe a generare un rifiuto in toto dell’idea della religione, spingendo le persone ad abbracciare l’ateismo, che a suo avviso è una malattia altrettanto pericolosa dell’intolleranza religiosa. Al contrario, una volta che si sia abbracciata la tolleranza, ci si può chiedere: «Sarà dunque permesso a ogni cittadino di credere soltanto alla propria ragione e di pensare ciò che questa ragione, illuminata o ingannata, gli suggerirà?». E la risposta che fornisce Voltaire chiarisce la valenza politica di questo dispositivo: «Certamente, purché non turbi l’ordine pubblico, perché credere o non credere non dipende dall’uomo, ma dipende da lui rispettare gli usi della sua patria» (Voltaire, 2022; p. 62). In altre parole, lo Stato, secondo Voltaire, punisce quei delitti contro la religione che sono tali quando turbano la società, cioè quando ispirano il fanatismo. Ne deriva che «gli uomini comincino con il non essere fanatici per meritare la tolleranza» (ivi, p. 108).
Proprio a questo proposito, nel Trattato sulla tolleranza si registra – sulla scia di quanto già sostenuto da Bayle, ma con toni ancor più aspri – la forte chiusura di Voltaire nei confronti degli ebrei, considerati, in accordo con una lunga tradizione di antiebraismo, come un corpo estraneo della società e insieme come un gruppo fanatico e inaffidabile sul piano della lealtà civica e politica, in virtù principalmente di presunti vizi radicati e dell’avversione verso gli altri popoli, considerati come idolatri per effetto dell’ostinazione con cui gli stessi ebrei si mantengono fedeli alle leggi mosaiche e continuano ad autorappresentarsi come popolo eletto. Per questi motivi, agli occhi di Voltaire, gli ebrei sono soggetti fondamentalmente pericolosi sul piano sociale e dunque di fatto da non includere nella pratica della tolleranza calata sulla realtà francese, che resta limitata all’apertura verso i calvinisti. Le sue parole in proposito tradiscono una forte diffidenza e stridono in maniera evidente con gli ideali universalistici proclamati in altri luoghi del Trattato: «Gli Ebrei sembrerebbero avere più diritto degli altri di derubarci e ucciderci». Un diritto che viene dalle parole di Dio:
Dio talvolta ha ordinato loro di uccidere gli idolatri e di risparmiare soltanto le figlie nubili. Essi ci considerano idolatri e, anche se noi oggi li tollerassimo, potrebbero benissimo, se comandassero loro, non lasciare al mondo che le nostre figlie (ivi, pp. 109-10).
E, di seguito:
Soprattutto, essi sarebbero assolutamente obbligati ad assassinare tutti i Turchi: la cosa è indubbia […] il loro territorio […] fu assegnato agli Ebrei con vari patti consecutivi; essi devono rientrare in possesso dei loro beni; i maomettani ne sono gli usurpatori da più di mille anni.
La conclusione del ragionamento di Voltaire non lascia dubbi sulle misure da mettere in atto contro questi potenziali pericolosissimi nemici: «Se gli Ebrei ragionassero così, è evidente che la sola risposta da dare loro sarebbe quella di impalarli» (ivi, p. 110).
Affermazioni, queste, che trovano un riscontro in molti altri passi della produzione di Voltaire coeva e posteriore, da cui traspare un antiebraismo che talora si fa precursore dell’antisemitismo moderno e che impone di riconsiderare la sua dottrina della tolleranza come limitata, in analogia con altre grandi proposte del secolo dei Lumi (Piazza, 2024, pp. 127-31). Ciò sebbene tale dottrina sia nel medesimo tempo solcata da affermazioni di chiara impronta universalistica, come quelle contenute nel capitolo xxii del Trattato sulla tolleranza, dove Voltaire si appella al senso di fratellanza che dovrebbe spingere tutti gli uomini a tollerare le reciproche diverse idee e fedi religiose. Qui, con la sua consueta ironia, Voltaire fa riflettere i suoi lettori e le sue lettrici sul fatto che l’uomo, piccolo abitante di un piccolo pianeta di un infinito universo, si dimostra piuttosto supponente quando crede che solo il suo “formicaio” sia caro a Dio, mentre gli altri “formicai” sono destinati alla dannazione. Non ha perciò senso perseguitare, processare, condannare chi ha una fede diversa. Pertanto, la tolleranza va estesa non solo a tutti i cristiani (si legga: ugonotti o calvinisti), ma anche ai musulmani, agli ebrei e a tutti i credenti di altre religioni, poiché «siamo tutti figli dello stesso Padre e creature dello stesso Dio». E se quei popoli (Turchi, Cinesi, Ebrei, Siamesi) «ci disprezzano, ci trattano da idolatri […], io [Voltaire] dirò loro che hanno torto marcio»! (Voltaire, 2022, p. 121).
Bibliografia
- bayle p. (2018), Commentario filosofico sulla tolleranza (1686-87), a cura di S. Brogi, Einaudi, Torino.
- brogi s. (2017), Eresia e persecuzione in Bayle, in M. Priarolo, E. Scribano (a cura di), Le ragioni degli altri. Dissidenza religiosa e filosofia nell’età moderna, Edizioni Ca’ Foscari, Venezia, pp. 101-16.
- brogi s. (2018a), Introduzione, in Bayle (2018), pp. v-lxvii.
- brogi s. (2018b), Tolleranza e intolleranza nell’ultimo Bayle (1702-1706), in P. Delpiano, M. Formica, A. M. Rao (a cura di), Il Settecento e la religione, Edizioni di Storia della Letteratura, Roma, pp. 129-41.
- del bò c. (2023), Tolleranza, rcs MediaGroup, Milano.
- lanzillo m. l. (2000), Voltaire. La politica della tolleranza, Laterza, Roma-Bari.
- lanzillo m. l. (2001), Tolleranza, il Mulino, Bologna.
- piazza m. (2024), Voltaire e gli ebrei. Sui limiti della tolleranza, Carocci, Roma.
- piazza m. (2025), L’illuminismo francese e l’ebraismo, in M. Mori (a cura di), L’antigiudaismo nella cultura europea, Accademia delle Scienze di Torino, To-rino, pp. 43-58.
- voltaire (2022), Trattato sulla tolleranza (1763), a cura di D. Felice, Einaudi, Torino.