Nel dibattito filosofico dalla seconda metà del Novecento ai giorni nostri la questione della tolleranza si è posta in almeno due sensi. Da una parte, autori come Karl Popper, Herbert Marcuse e, più recentemente, Wendy Brown si sono posti la domanda relativa ai limiti della tolleranza in una prospettiva politica. Dall’altra, a partire dall’influente saggio Toleration di Preston King (1976) si è fatta spazio una riflessione di tenore psicologicomorale volta a far luce sulla nozione stessa di tolleranza e sulla sua coerenza, in quanto essa sembra prospettare paradossalmente che i soggetti tolleranti assumano un’attitudine al contempo negativa e positiva verso l’oggetto tollerato. In questo caso il dibattito si è concentrato sulla natura di questa ambivalenza e di come la componente negativa e quella positiva possano coesistere nell’atteggiamento di chi tollera senza comportare un’inconsistenza logica o un’impossibilità psicologica.
La tolleranza e i suoi critici
Nel suo saggio La società aperta e i suoi nemici (1945 Popper ha notoriamente posto la questione di come dovremmo comportarci verso gli intolleranti, dato che una docile accettazione delle loro idee e azioni porterebbe verosimilmente ad un rovesciamento dell’ordine democratico liberale:
La tolleranza illimitata deve portare alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro l’attacco degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi (Popper, 1973, vol. 1, p. 360).
Il paradosso della tolleranza identificato da Popper invita a porsi vari quesiti. Anzitutto, si tratterebbe di definire in maniera più precisa il profilo dell’intollerante. Se con “intollerante” intendiamo chi non è disposto a compromessi o eccezioni nel far rispettare un principio in cui crede, allora diremmo che, ad esempio, anche un giudice intollerante nei confronti della criminalità organizzata o della violenza sulle donne potrebbe costituire un pericolo per la società democratica liberale? Diversamente, sembra che un soggetto razzista e xenofobo intollerante costituirebbe un pericolo per la democrazia non tanto perché intollerante, ma perché razzismo e xenofobia sono di per sé ideali sbagliati e incompatibili con i principi liberali. L’affermazione di Popper andrebbe allora riformulata, dissipando il paradosso, sostenendo che il rischio per la società democratica liberale si manifesta quando vengono tollerate idee e pratiche strutturalmente incompatibili con i principi su cui essa si fonda.
Questa riformulazione porta con sé un secondo problema: la compatibilità della lotta contro l’intolleranza con principi cardine della democrazia quali la libertà di espressione, di opinione e di stampa. Si potrebbe immaginare, infatti, uno scenario rovesciato rispetto a quello prospettato da Popper, cioè una società democratica che si trasforma in autoritaria non tanto perché pratica una tolleranza illimitata, ma perché in nome della propria preservazione aumenta progressivamente i limiti d’espressione posti agli intolleranti o presunti tali.
Sembra dunque che il quadro concettuale offerto dalla nozione di tolleranza si presti soltanto in parte a chiarire adeguatamente le sfide che una democrazia liberale deve affrontare per la propria sopravvivenza. Più adeguato, sebbene non meno complesso, sembrerebbe un approccio che si arrischi a esplicitare quelle idee che in nessun caso sono compatibili con l’ordine democratico-liberale e per le quali, dunque, il diritto di libertà d’espressione non può essere sensatamente invocato.
L’inadeguatezza della nozione di tolleranza in un sistema politico democratico è stata messa a fuoco esplicitamente per la prima volta da Herbert Marcuse nel breve scritto, pubblicato nel 1965, Critica della tolleranza (2011). Marcuse argomenta che, mentre nella prima modernità la tolleranza era il grido di battaglia di un’avanguardia intellettuale che auspicava un nuovo ordine politico, in cui i monarchi non si arrogassero il diritto di legiferare sulle coscienze dei propri sudditi, nella democrazia contemporanea la tolleranza è divenuta qualcosa di molto diverso. Una volta svuotata della sua originaria spinta progressista e trasformativa, la tolleranza diviene secondo Marcuse una forma di acquiescenza nei confronti dei poteri costituiti che governano il sistema produttivo capitalista. Marcuse distingue dunque tra quella che chiama una tolleranza pura (il titolo originario del suo saggio è in effetti A Critique of Pure Tolerance), che si esercita indiscriminatamente su opinioni di qualsiasi tenore o colore politico, contribuendo a livellare qualsiasi cosa, rendendo così il popolo innocuo e ogni forma di sopruso accettabile, e una tolleranza liberatrice, che invece dovrebbe avere come finalità quella di creare spazi di reale dissenso e apertura a un superamento dello status quo. Marcuse non ha alcuna esitazione a trarre le conseguenze piuttosto radicali che la sua distinzione prospetta. Scrive ad esempio: «La tolleranza liberatrice, allora, significherebbe l’intolleranza contro i movimenti di destra e la tolleranza dei movimenti di sinistra» (ivi, p. 35) e prospetta «il ritiro della tolleranza verso i movimenti regressivi prima che possano divenire attivi», nonché «l’intolleranza anche verso il pensiero, le opinioni e la parola» (ivi, p. 37) dei movimenti di orientamento politico conservatore. Il radicalismo di Marcuse, fatto salvo il pregio della coerenza ideale, sembra però presupporre una sorta di teleologia intrinseca alla stessa democrazia che ne escluderebbe qualsiasi variante o versione di stampo non progressista. A diversi decenni di distanza dal saggio di Marcuse sembra tuttavia discutibile prospettare di escludere a priori dalla dialettica democratica qualunque ideale diverso da quella progressista, anche considerando il recente declino di quest’ultimo in molti Paesi occidentali. Resta tuttavia più che mai attuale l’invito a distinguere appelli indiscriminati alla tolleranza, a prescindere dagli ideali e dalle pratiche su cui essa andrebbe esercitata, e tentativi di immaginare un’idea di tolleranza sensibile alle differenze di idee e opinioni in vista di un arricchimento della cultura democratica.
Raccogliendo in parte il testimone di Marcuse, nel saggio Regulating Aversion Wendy Brown (2006) ha riesaminato il concetto di tolleranza, avvalendosi di un repertorio di concetti mutuati in larga parte dalla riflessione di Michel Foucault. Brown focalizza la sua indagine sul discorso della tolleranza e ne diagnostica una funzione di depoliticizzazione dei conflitti identitari. Secondo Brown la tolleranza è il modo in cui il liberalismo capitalistico contemporaneo si declina nella sfera della cultura, essenzializzando le differenze e rendendole politicamente innocue tramite la celebrazione della loro coesistenza pacifica. La tolleranza si rivela così, secondo Brown, come discorso di potere funzionale a una normalizzazione dell’ordine sociale che lo ripartisce in una maggioranza tollerante e una minoranza tollerata di individui devianti da ciò che è stato fissato come norma. Su una scala mondiale, la tolleranza si configura poi come discorso civilizzatore che contrappone l’Occidente tollerante a un resto del mondo fondamentalista e bisognoso di educazione. In ultima analisi, tuttavia, diversamente da Marcuse, Brown non intende posizionarsi in maniera frontalmente opposta alla tolleranza o perorare la causa di una politica intollerante, bensì illuminare i modi problematici in cui il liberalismo contemporaneo si è servito del discorso sulla tolleranza, aprendo così auspicabilmente la strada a strategie discorsive e politiche nuove e di tenore più inclusivo.
Le due componenti della tolleranza
Sul fronte della psicologia morale, la riflessione filosofica contemporanea si è focalizzata su un altro tipo di paradosso, quello per cui la tolleranza implica necessariamente due componenti di segno opposto, definite da Preston King una “componente di obiezione” e una “componente di accettazione” appropriatamente congiunte (King, 1976, p. 44). Considerando che sembra impossibile obiettare e accettare allo stesso tempo e nello stesso rispetto, la riflessione filosofica deve dunque provare a precisare in che modo queste due componenti convivano senza generare un paradosso nell’attitudine di chi tollera. King risolve il paradosso in due passaggi. Anzitutto distingue obiezione e accettazione, sottolineando che:
Quando parliamo di un’obiezione abbiamo a che fare fondamentalmente con una disposizione o una valutazione. Quando parliamo di un’accettazione, al contrario, abbiamo a che fare fondamentalmente con quegli atti conseguenti che si presume scaturiscano dalla disposizione o valutazione (ivi, p. 52)1.
In altri termini, nell’attitudine del soggetto tollerante le due componenti si collocano a due livelli psicologici diversi: la componente di obiezione si situa nella sfera intellettuale e disposizionale, mentre quella di accettazione nella sfera dell’azione. In secondo luogo, la tolleranza per King implica sempre una prospettiva di comparazione, per cui la componente di obiezione nei confronti di un oggetto non sfocia in un’azione negativa conseguente, perché vi è una componente di obiezione ancora più forte nei confronti di quei mezzi che risulterebbero necessari per dare libero corso all’azione negativa in questione. Scrive King a riguardo:
Nella congiuntura della tolleranza, siamo di fronte a una situazione in cui l’obiezione di qualcuno nei confronti di un certo oggetto è inferiore alla sua obiezione a qualche altro oggetto che potrebbe servire come mezzo per passare alle vie di fatto riguardo alla prima obiezione – come ad esempio quando qualcuno ha un’obiezione minore al furto rispetto all’impiccagione dei ladri o ai Cattolici rispetto all’impiccagione dei Cattolici (e così via) (ivi, p. 28).
Malgrado la sua indubbia plausibilità, la soluzione di King può essere criticata per non aver dato alcuno spazio alla componente di accettazione nella dimensione intellettuale e disposizionale del soggetto che tollera. Dopo tutto, sembrerebbe riduttivo confinare l’accettazione di un oggetto (pratica, convinzione, gruppo, ecc.) nei confronti del quale si ha un’obiezione all’astenersi dall’intervenire repressivamente. Anche se obiezione e accettazione non possono essere plausibilmente congiunte senza ulteriori precisazioni nella sfera intellettuale e attitudinale di un soggetto, sembra quanto meno auspicabile una teoria che le accosti in modo più stretto, rendendo conto così della tolleranza come atteggiamento unitario, a prescindere dalle azioni che da esso possono o meno conseguire.
Nel suo monumentale studio Toleranz im Konflikt (2003) Rainer Forst suggerisce qualcosa di simile quando scrive:
le convinzioni o pratiche tollerate vengono sì condannate come false o cattive […] tuttavia non vengono considerate false o cattive al punto che non vi siano altre ragioni positive che parlano in favore della loro tolleranza. […] In questa situazione è importante che le ragioni positive non superino quelle negative, bensì esse vengano giustapposte a quelle negative in modo che le ragioni positive surclassino sì quelle negative ma lascino tuttavia intatto il rigetto (Forst, 2003, p. 34).
Nella prospettiva di Forst, dunque, la componente dell’accettazione consiste in una forza che controbilancia quella dell’obiezione a livello intellettuale e attitudinale, delineandosi come ricezione di ragioni che parlano in qualche modo a favore di ciò che viene tollerato. La congiunzione delle due componenti va dunque intesa come una sorta di equilibrio risultante dalla considerazione di diverse ragioni, tale per cui le ragioni positive in ultima analisi risultino sufficientemente forti da non indurre il soggetto che tollera a un semplice rigetto. In questo caso, diversamente che in King, il “freno” alla componente di obiezione non deriva dalla considerazione di un secondo oggetto nei confronti del quale si nutre un’obiezione ancora più forte di quella iniziale, bensì dalla considerazione di ragioni positive anch’esse rivolte all’oggetto stesso che viene tollerato.
Una possibile difficoltà connessa alla prospettiva di Forst è stata tuttavia opportunamente segnalata da Achim Lohmar in un recente saggio (2010): se ci troviamo nella situazione di ponderare la politica da adottare nei confronti di un certo oggetto e consideriamo ragioni che parlano a favore e ragioni che parlano contro la sua tolleranza, non possiamo ancora definirci né tolleranti, né intolleranti. Se alla fine di questa fase di ponderazione arriviamo a un equilibrio nel quale le ragioni positive addirittura surclassano quelle negative e pongono a esse un freno, come sostiene Forst, allora non ci troviamo davanti a un caso di tolleranza ma di un verdetto univocamente positivo. Ponderare le ragioni che ci fanno apparire un oggetto come degno di obiezione in un qualche rispetto e degno di accettazione in qualche altro rispetto non significa affatto accettare e rigettare simultaneamente l’oggetto in questione. Se la stabilizzazione del nostro atteggiamento ponderante iniziale si assesta infine su una configurazione in cui le ragioni positive hanno la meglio, parlare di tolleranza sembra fuori luogo. Lohmar propone una soluzione alternativa al paradosso della tolleranza, secondo la quale la componente negativa della tolleranza va individuata in un’avversione di natura specificamente morale verso una determinata azione, dunque uno stato conativo piuttosto che cognitivo.
Il verdetto iniziale di chi tollera dev’essere allora univocamente negativo. La tolleranza subentra quando, in virtù di un giudizio morale di secondo ordine sulle circostanze in cui l’azione moralmente avversata si è svolta, non desideriamo vedere la persona che ha agito in quel modo sanzionata o punita in alcun modo. Potremmo ad esempio provare una legittima avversione morale nei confronti di un furto ma, in virtù di un giudizio morale di secondo ordine, trovarci a tollerare il ladro, avendo constatato la situazione di indigenza in cui si è trovato ad agire. Secondo Lohmar, dunque, strettamente parlando, tolleriamo sempre e soltanto “persone”, mentre dirigiamo le nostre avversioni morali ad azioni o classi di azioni compiute dai soggetti tollerati. La tolleranza è dunque un’attitudine ragionevole quando i giudizi morali di secondo ordine sulle circostanze in cui i soggetti si sono trovati ad agire sono corretti.
Considerazioni conclusive: tolleranza e questioni metaetiche
In conclusione, potremmo sollevare una questione relativa al rapporto che sussiste tra la tolleranza e le diverse concezioni metaetiche relative al valore e al giudizio morale. Si potrebbe, ad esempio, pensare che chi sostiene una forma di realismo morale, secondo cui esistono fatti morali oggettivi che rendono veri o falsi i nostri giudizi morali a prescindere dalle nostre disposizioni emotive e convinzioni, sia naturalmente incline all’intolleranza, mentre chi propende per una concezione del valore antirealista, ad esempio relativista o scettica, sia più aperto a tollerare diverse pratiche e forme di vita. Tuttavia, se la tolleranza presuppone come propria base una componente negativa di obiezione nei confronti di un oggetto, sembra che il soggetto scettico o relativista in ambito morale non sia un buon candidato per quest’attitudine, presumendo che raramente egli provi forti e univoche obiezioni morali nei confronti dell’agire o delle convinzioni altrui. Se un soggetto è propenso a non ritenere di poter giudicare l’agire o le convinzioni altrui in base a criteri morali forti e oggettivamente fondati, probabilmente sarà raro che egli si trovi in situazioni nelle quali potrebbe dover esercitare una forma di tolleranza. Il realista morale, al contrario, è il soggetto ideale per il possibile esercizio della tolleranza, presumendo che egli, convinto che i suoi giudizi siano resi veri da fatti morali oggettivi, si trovi più spesso in situazioni nelle quali prova avversione morale e obiezioni non ambigue nei confronti dell’agire e delle convinzioni altrui.
Queste considerazioni lasciano tuttavia aperta la questione relativa all’auspicabilità della tolleranza come attitudine, spesso data per scontata tanto nell’opinione comune quanto nel dibattito politico internazionale2 . Potrebbe darsi che in ultima analisi risulti invece più convincente la posizione di Wolfgang Goethe, che in un celebre aforisma scriveva: «La tolleranza dovrebbe essere un atteggiamento soltanto temporaneo. Deve portare al riconoscimento: tollerare significa insultare» (Goethe, 2016, p. 107).
Bibliografia
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- unesco – United Nations Educational Scientific and Cultural Organization (1995), Declaration of Principles on Tolerance, Adopted by the General Conference of unesco at its twenty-eight session in Paris (http://unesdoc.unesco. org/images/0015/001518/151830eo.pdf).
- veca s. (2012), Tolleranza, asmepa Edizioni, Bentivoglio.